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Gli Egizi (parte III)

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L’abbigliamento femminile era abbastanza simile a quello maschile, si trovano infatti pochissime variazione nella foggia tra l’uomo e la donna egizia, in tal caso il sesso femminile tendeva piuttosto ad accentuare l’esiguità della silhouette velando il corpo piuttosto che nasconderlo mediante l’uso degli indumenti. Schiave e danzatrici erano spesso nude o al massimo indossavano una semplice gonna di lino fermata in vita da una cintura di corda. La gonna era sovente indossata anche dal sesso femminile di ceto elevato, corredata da una sorta di coprispalla che copriva le spalle e il seno, ma solitamente indossavano la Kalasiris, una tunica lunga a maniche corte, con o senza cintura, a volte impreziosita da un ricco grembiale adornato di preziosi come per gli uomini. La kalasiris era l’indumento principale delle donne egizie, confezionato in lino molto leggero dalla linea sciolta, anche se si sono riscontrate alcune versioni allacciate con nastri molto lunghi cascanti sul corpo, ma a volte poteva assumere fogge diverse dalle linee più semplici o più aderenti e, occasionalmente, anche sorrette da spalline o da minute bretelle, quest’ultima versione tagliata sotto il seno scendeva più o meno sfiancata su tutto il corpo fino alle caviglie. Il tessuto generalmente veniva pieghettato fittamente, oppure a volte impreziosito con applicazioni di pietre, lapislazzuli o perline, addirittura anche dipinto, e quando la fattura era molto leggera presentava una trasparenza eccessiva.

Al di sotto solitamente corredavano il vestiario con sottovesti a guaina, aderenti sul corpo, dalle fogge più semplici come per le inservienti, lavorate ad esempio con intrecci retinati di fili di cuoio, oppure finemente ricamate con preziosi ricami o munite di preziosi e perle.

L’indumento proveniente dal mondo orientale assunse una particolare attenzione anche nell’ambito del vestiario femminile, con la sottile differenza che per le donne il tessuto, dopo essere stato drappeggiato sul corpo, veniva raccolto all’altezza del seno legando i lembi al di sotto delle protuberanze.

Le calzature erano il capo più prezioso dell’abbigliamento, per siffatto motivo entrambi i sessi le portavano in mano durante i tragitti per poi indossarle esclusivamente una volta arrivati a destinazione. In diverse raffigurazioni é curioso constatare appunto che i servi portavano le calzature tra le mani accompagnando i loro signori durante i vari spostamenti. Gli Egizi infatti quando non andavano scalzi, quasi una consuetudine per questo popolo antico, calzavano un sandalo succinto realizzato in cuoio o in papiro intrecciato, fissato con un lembo che separava l’alluce dall’indice, che a sua volta si intersecava con il sottile mascherino disposto sul collo del piede, e provvisto di una minuscola ritorsione verso l’alto sulla punta. Una versione più sofisticata, esclusivamente adornata di vistosi gioielli, veniva indossata per cerimonie e funerali.

L’abbigliamento del popolo egizio, secondo quel che é emerso dai vari reperti rinvenuti, traduceva assolutamente il tono severo delle abitudini, a differenza ad esempio delle civiltà attigue; in effetti siffatta austerità si avvertiva anche nell’uso del colore e delle decorazioni dei tessuti, la quale veniva smussata ricorrendo all’uso di accessori personali e ornamenti elusivi che si assimilavano alle fogge perfettamente divenendo quasi un amalgama con il vestire. C’é da ribadire che gli artigiani avevano un’ottima padronanza delle tecniche di lavorazione dei metalli e delle pietre preziose, nonché si presuppone che l’osservanza rigorosa delle linee prevedeva la realizzazione di accessori ornativi prestabiliti e non occasionali, in funzione dell’importanza assunta rispetto alla foggia.

Gli egizi usavano una svariata molteplicità di accessori ornamentali: anelli per dita e caviglie, bracciali, collari, collane, cinture e diademi.

Un esempio era il diadema reale, realizzato in oro, composto da una fascetta intarsiata a motivi floreali in ceramica blu e munita sul davanti dalla figura del cobra e dell’avvoltoio.

a cura di Marius Creati

 

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