Archive

Archive for April 13, 2011

Gli Egizi (parte III)

This slideshow requires JavaScript.

L’abbigliamento femminile era abbastanza simile a quello maschile, si trovano infatti pochissime variazione nella foggia tra l’uomo e la donna egizia, in tal caso il sesso femminile tendeva piuttosto ad accentuare l’esiguità della silhouette velando il corpo piuttosto che nasconderlo mediante l’uso degli indumenti. Schiave e danzatrici erano spesso nude o al massimo indossavano una semplice gonna di lino fermata in vita da una cintura di corda. La gonna era sovente indossata anche dal sesso femminile di ceto elevato, corredata da una sorta di coprispalla che copriva le spalle e il seno, ma solitamente indossavano la Kalasiris, una tunica lunga a maniche corte, con o senza cintura, a volte impreziosita da un ricco grembiale adornato di preziosi come per gli uomini. La kalasiris era l’indumento principale delle donne egizie, confezionato in lino molto leggero dalla linea sciolta, anche se si sono riscontrate alcune versioni allacciate con nastri molto lunghi cascanti sul corpo, ma a volte poteva assumere fogge diverse dalle linee più semplici o più aderenti e, occasionalmente, anche sorrette da spalline o da minute bretelle, quest’ultima versione tagliata sotto il seno scendeva più o meno sfiancata su tutto il corpo fino alle caviglie. Il tessuto generalmente veniva pieghettato fittamente, oppure a volte impreziosito con applicazioni di pietre, lapislazzuli o perline, addirittura anche dipinto, e quando la fattura era molto leggera presentava una trasparenza eccessiva.

Al di sotto solitamente corredavano il vestiario con sottovesti a guaina, aderenti sul corpo, dalle fogge più semplici come per le inservienti, lavorate ad esempio con intrecci retinati di fili di cuoio, oppure finemente ricamate con preziosi ricami o munite di preziosi e perle.

L’indumento proveniente dal mondo orientale assunse una particolare attenzione anche nell’ambito del vestiario femminile, con la sottile differenza che per le donne il tessuto, dopo essere stato drappeggiato sul corpo, veniva raccolto all’altezza del seno legando i lembi al di sotto delle protuberanze.

Le calzature erano il capo più prezioso dell’abbigliamento, per siffatto motivo entrambi i sessi le portavano in mano durante i tragitti per poi indossarle esclusivamente una volta arrivati a destinazione. In diverse raffigurazioni é curioso constatare appunto che i servi portavano le calzature tra le mani accompagnando i loro signori durante i vari spostamenti. Gli Egizi infatti quando non andavano scalzi, quasi una consuetudine per questo popolo antico, calzavano un sandalo succinto realizzato in cuoio o in papiro intrecciato, fissato con un lembo che separava l’alluce dall’indice, che a sua volta si intersecava con il sottile mascherino disposto sul collo del piede, e provvisto di una minuscola ritorsione verso l’alto sulla punta. Una versione più sofisticata, esclusivamente adornata di vistosi gioielli, veniva indossata per cerimonie e funerali.

L’abbigliamento del popolo egizio, secondo quel che é emerso dai vari reperti rinvenuti, traduceva assolutamente il tono severo delle abitudini, a differenza ad esempio delle civiltà attigue; in effetti siffatta austerità si avvertiva anche nell’uso del colore e delle decorazioni dei tessuti, la quale veniva smussata ricorrendo all’uso di accessori personali e ornamenti elusivi che si assimilavano alle fogge perfettamente divenendo quasi un amalgama con il vestire. C’é da ribadire che gli artigiani avevano un’ottima padronanza delle tecniche di lavorazione dei metalli e delle pietre preziose, nonché si presuppone che l’osservanza rigorosa delle linee prevedeva la realizzazione di accessori ornativi prestabiliti e non occasionali, in funzione dell’importanza assunta rispetto alla foggia.

Gli egizi usavano una svariata molteplicità di accessori ornamentali: anelli per dita e caviglie, bracciali, collari, collane, cinture e diademi.

Un esempio era il diadema reale, realizzato in oro, composto da una fascetta intarsiata a motivi floreali in ceramica blu e munita sul davanti dalla figura del cobra e dell’avvoltoio.

a cura di Marius Creati

 

Rovian, coralli in mostra da Ombrelli a Trento

I CORALLI DI ROVIAN IN MOSTRA DA OBRELLI A TRENTO

Si scrive “Incantesimo del mare” si legge tutto quello che avreste voluto sapere e vedere sulla raccolta e la lavorazione dei coralli, ma non avete mai osato chiedere. Una mostra unica e preziosa, ospitata al quarto piano della storica gioielleria Obrelli di Trento, che vedrà protagonista, fino a sabato 16 aprile, il brand Rovian del gruppo Modialcoral di Torre del Greco con le sue splendide creazioni di alta gioielleria in corallo del Mediterraneo e peau d’ange.

In esposizione, tra l’altro, collane con fermezze in oro e diamanti, come quella della collezione “Stelle marine” composta da due fili di corallo e da una stella marina tempestata da oltre 8 carati di brillanti. E, poi ancora, gli splendidi orecchini della collezione “Fiori di primavera” sempre in corallo peau d’ange.

La mostra si sviluppa su una superficie di oltre 500 metri quadrati e vanta un percorso storico-didattico che parte dalle origini e i luoghi di pesca del corallo, fino ad arrivare alle specie pescate e adatte alla gioielleria contemporanea.

Ben 20 le vetrine, invece, che raccolgono come tanti scrigni, le collezioni griffate Rovian in corallo del Mediterraneo e peau d’ange, ma anche la linea “Fancy” in argento rosè e brunito, abbinato al corallo, ai cammei e alle giade antiche, personalmente selezionate dai titolari del brand partenopeo durante viaggi in Estremo Oriente, nei tanti mercatini di Hong Kong, Macau e Shangai.

www.rovian.it

 

La mostra è visitabile dalle ore 10 alle 13 e dalle 15 alle 19

Ogni giorno, alle 19, si terrà una breve conferenza sul corallo

Prenotazioni 0461 246577

 

Gioielleria Obrelli

Via Roma 27-30 – Lavis di Trento

 

Soluzioni patrimoniali per la convivenza, “La famiglia di fatto” di Vincenzo Di Michele

Parimenti nessun diritto sulla quota legittima ereditaria è riconosciuto al convivente, pertanto è da escludersi la presenza dello stesso nella categoria dei soggetti legittimari, ovverosia, di quei soggetti  che sono considerati eredi necessari, ai quali deve comunque esser attribuita una quota dell’eredità anche contro la volontà espressa nel testamento dal defunto.”

Convivente, eredi necessari, testamento. La società è mutata e continua a mutare, oggi sempre più coppie decidono di vivere insieme senza l’atto matrimoniale. Questa scelta nasce da diverse motivazioni vuoi il singolo che non assegna un vincolo legislativo all’unione e dei vincoli vuoi una prova pre-matrimoniale di conoscenza vuoi il cambiamento delle strutture socio-economiche-culturali, ma non cambia la situazione che si viene a creare della “famiglia di fatto”.

“La famiglia di fatto”, edito dalla casa editrice Firenze Atheneum Edizioni, è la prima pubblicazione dello scrittore e giornalista pubblicista Vincenzo Di Michele (1962, detto Enzo). Le altre pubblicazioni dell’autore sono “Io, prigioniero in Russia” edito dalla casa editrice La Stampa e “Guidare Oggi” edito da Curiosando Editore. Un esordio particolare che sottolinea un solido impegno etico e sociale dello scrittore romano nella trattazione delle problematiche della convivenza che si incontrano, soprattutto, a livello legale, tutto diviene un intoppo perché si ritiene “nucleo famigliare” solamente l’unione di due persone con il matrimonio. “La famiglia di fatto” consta di introduzione, cinque capitoli (“La famiglia di fatto tra società civile e famiglia legittima”, “La posizione giuridica della famiglia di fatto nell’ordinamento”, “I rapporti tra conviventi”, “Il diritto di abitazione della convivenza more uxorio”, “Lo scioglimento dell’unione”), conclusione e note bibliografiche.

Lo stile di vita della famiglia more uxorio non è dissimile a quella della coppia sposata, si hanno le spese in comune, una casa, dei figli e soprattutto dei sentimenti ma, la loro unione non è riconosciuta anzi viene considerata “transitoria” ed “occasionale”. Gli aspetti ereditari dei conviventi, le difficoltà del testamento, il diritto all’abitazione comune, la riduzione dell’assegno di mantenimento nel caso in cui il coniuge separato intraprenda una nuova relazione di convivenza con diverso partner, la mancanza di reversibilità per il coniuge superstite in caso di morte per uccisione o malattia del compagno sono dei temi scottanti che Vincenzo Di Michele pone ai suoi lettori, temi ai quali l’autore porta possibili soluzioni basandosi sulla sua conoscenza degli articoli del Codice Civile e delle sentenze della Corte di Cassazione.

Si potrebbe allora prospettare l’ipotesi di uno scioglimento della convivenza rivolgendo lo sguardo, non tanto alla configurabilità di una pretesa risarcitoria inerente all’individuazione di una responsabilità della rottura, quanto a verificare se nel corso del rapporto para-coniugale siano avvenute delle profonde ingiustizie e disparità che abbiano danneggiato uno dei due conviventi.

Su tale punto è bene rammentare ciò che si è già detto allorché si è posto in rilievo il concetto di equità, non ché le soluzioni di equità contemplate dall’ordinamento giuridico, applicabili al rapporto di convivenza more uxorio nel caso della cessazione dell’unione.”

Che diritti hanno i componenti della famiglia di fatto quando l’unione si scioglie? E se uno dei due muore improvvisamente, perché il superstite risulta un semplice coinquilino? “La famiglia di fatto” porta alla luce sagaci risoluzioni per superare i problemi della mancanza di leggi che possano tutelare pienamente il rapporto more uxorio, risoluzioni che salvaguardano i diritti delle coppie che decidono di convivere senza unirsi in matrimonio.

Pertanto, sulla base dell’evento del decesso naturale, in conformità ad un’aspettativa di fatto quale quella ereditaria e tenendo sempre presente l’insussistenza in capo a ciascuno dei partner di un riconoscimento successorio per via legittima, non si può non analizzare il testamento come soluzione più idonea e appropriata al caso in questione, proprio perché la soluzione testamentaria, in quanto atto mortis causa, sarà finalizzata a disciplinare situazioni che sorgono per effetto della morte del convivente, e quindi sarà destinata a produrre i suoi effetti solo dopo il decesso del partner.”

Per coloro che volessero saperne di più dell’autore lascio il link diretto che riporta direttamente al suo curatissimo sito nel quale potrete seguire le novità sulle sue pubblicazioni ed eventi:

http://www.vincenzodimichele.it/

Vincenzo Di Michele è anche su Facebook:

http://www.facebook.com/vincenzo.di.michele

Link diretto dell’intervista rilasciata a Radio L’Olgiata su “La famiglia di fatto”:

http://www.vincenzodimichele.it/audio/Intervista-libro-La-Famiglia-di-Fatto.mp3

Alessia Mocci

Responsabile dell’Ufficio Stampa di Vincenzo Di Michele

Fonte: Oubliettemagazine


Categories: Lectio Tags:

Pinter’s Anatomy al Teatro Elfo Puccini di Milano

ricci/forte, in collaborazione con css udine_benvenuti

presentano

PINTER’S ANATOMY

di

ricci/forte

con

Anna Terio_Giuseppe Sartori_Marco Angelilli_Pierre Lucat

regia

Stefano Ricci

18/20 aprile 2011 MILANO, Teatro Elfo Puccini

Una frontiera da oltrepassare. Un check-point ineludibile. Un albero di Natale. Lost in translation. Il ricordo della prima volta. Un obitorio. Punti di riferimento evanescenti, che sfuggono al conto sulle dita di una mano: è una casa piena di spettri lo scenario delle relazioni che costituiscono l’evanescente bagaglio di una vita intera. Vivisezionare la mappa delle connessioni tra noi e gli altri, sfidando il tempo sul suo territorio più franoso, ovvero la memoria, è quanto si ripropone di fare Pinter’s Anatomy di ricci/forte, spettacolo che arriva a Milano dal 18 al 20 aprile 2011, al Teatro Elfo Puccini (preceduto dal 5 al 10 da Troia’s Discount e seguito dal 12 al 17 da Macadamia Nut Brittle di ricci/forte).

Commissionato dal CSS Teatro Stabile di Innovazione di Udine e presentato, successivamente, a febbraio 2010 al Festival Primavera dei Diritti di Bari e a settembre dello stesso anno al festival Short Theatre di Roma, lo spettacolo è scritto da Stefano Ricci, che ne firma anche la regia, e Gianni Forte, definiti dalla stampa i due enfants terrible della nuova scena drammaturgica italiana, già noti al grande pubblico come sceneggiatori per la televisione e il cinema e invitati a presentare le loro performance e i loro allestimenti in vari paesi europei (Francia, Inghilterra, Germania, Grecia, Romania). In scena Marco Angelilli, Pierre Lucat, Giuseppe Sartori e Anna Terio.

Peculiare l’allestimento, che porta il pubblico dentro il cuore del dramma, totalmente immerso nell’azione, senza barriere: Pinter’s Anatomy è infatti una vertiginosa e claustrofobica performance della durata di ventotto minuti, che viene ripetuta a ciclo continuo e può essere fruita solo da un ristretto numero di spettatori alla volta, interrogati direttamente e toccati nel profondo dal meccanismo a orologeria di una drammaturgia inquisitoria, senza vie di fuga.

Asciutta e, allo stesso tempo, disarmante e poetica la scrittura di ricci/forte; con il bisturi di un approccio audace, innovativo e iconoclasta vengono dissezionati e impietosamente analizzati i temi cari al teatro di Harold Pinter, come l’ambiguità, la violenza, il dominio e la discontinuità nel tempo.

Il discorso sulla fantasia, da sempre chiave portante del percorso di ricerca che caratterizza l’universo drammaturgico dell’ensamble ricci/forte, ha in Pinter’s Anatomy il suo amaro controcanto, la sua ombra, il suo riverbero negativo. Come un buco nero in un firmamento di stelle fittizie, lo spettacolo irradia un’assurda, inospitale luce di neon per osservare, senza pietà, topografie umane fatte di confini in dissolvenza, seguendo le rotte di collisione che costellano le traiettorie dei rapporti interpersonali e rilevando punti salienti negli schemi che descrivono forza e debolezza del mondo contemporaneo.

Passare la frontiera, essere parte del gruppo, approdare al livello successivo del videogame esistenziale, permette di avere accesso a una vita nuova di zecca, da indossare tra le ombre di una terra di nessuno in cui il raggiungimento di una chimera di benessere si misura rispetto alla distanza di quanto della nostra identità siamo disposti a perdere. Per rimettersi in gioco fino allo sfinimento. Senza certezze sul punto di arrivo.

“Spazio claustrofobico_violenze_ambiguità_dominio_discontinuità del tempo: passato insondabile/presente menzognero. Strumenti pinteriani per scannerizzare il gioco sottile che cancella i confini impalpabili dei rapporti interpersonali. La memoria è tana, arca dell’Alleanza, tavolo operatorio dove ricucire la propria verità soggettiva, dove mentire è d’obbligo. Topografie umane parcheggiate presso un checkpoint, analizzate sotto la luce inospitale di neon interfaccianti le debolezze contemporanee. La natura subdola di noialtri abitanti della Terra diventa crosta ghiacciata su cui – in loop – pattiniamo un doppio axel, incuranti del tempo che scioglie sotto i piedi qualunque compattezza. Qualunque differenza. Il processo di manipolazione semiotica delle passioni resta incompiuto. I cadaveri dissezionati di quello che eravamo tornano alla luce: A. A. A. cercasi manto di prato all’inglese in nylon, anche usato, per sepoltura omologante definitiva.”

Macadamia Nut Brittle al Teatro Elfo Puccini di Milano

ricci/forte, in collaborazione con garofano verde_benvenuti

presentano

MACADAMIA NUT BRITTLE

di

ricci/forte

con

Anna Gualdo_Andrea Pizzalis_Fabio Gomiero_Giuseppe Sartori

regia

Stefano Ricci

12/17 aprile 2011 MILANO, Teatro Elfo Puccini

Una lunga ed estenuante veglia notturna nel ventre molle di una quotidianità fatta di perdite, fallimenti e rinunce, nella quale accendere imprevedibili lampi di sazietà. È il gioco dell’identità perennemente in divenire, che fa caparbiamente aggrappare tre adolescenti senza età al paracadute di un’infanzia che precipita verso la necessità della crescita, verso gli schemi imposti dall’ordine sociale, il cuore pulsante di Macadamia Nut Brittle di ricci/forte, in scena dal 12 al 17 aprile al Teatro Elfo Puccini di Milano (preceduto dal 5 al 10 da Troia’s Discount e seguito dal 18 al 20 da Pinter’s Anatomy di ricci/forte).

Dall’incontro tra l’immaginario di Dennis Cooper, uno degli scrittori più affascinanti e controversi del panorama letterario statunitense contemporaneo, e ricci/forte, al secolo Stefano Ricci e Gianni Forte, definiti i due enfant prodige della nuova scena drammaturgica italiana e invitati a presentare le loro performance e i loro allestimenti in vari paesi europei (Francia, Inghilterra, Germania, Grecia, Romania), nasce uno spettacolo che è giù diventato un cult, dopo il successo di critica e di pubblico della presentazione nel 2009 del primo studio al Festival Garofano Verde di Roma, al Festival Internazionale Castel dei Mondi di Andria, a Omissis Contemporary Performing Arts Festival di Gradisca d’Isonzo e all’Eruzioni Festival di Ercolano e le tappe, nel 2010, al Teatro Studio di Scandicci, al PiM Spazio Scenico di Milano, al Teatro Piccolo Eliseo Patroni Griffi di Roma, al Teatro Civile Festival di Legambiente di Monte Sant’Angelo, a ES.TERNI5 Festival Internazionale della Creazione Contemporanea di Terni, al Festival Le Voci dell’Anima di Rimini al Prospettiva Festival d’Autunno di Torino, al Teatro Carlo Goldoni di Venezia, al Teatro Spazio 14 di Trento, a Teatri di Vita di Bologna e al Teatro Lauro Rossi di Macerata.

Spettacolo che rappresenta un unicum nel panorama della produzione teatrale italiana di ricerca, in forza di una scrittura pirotecnica e di una regia originale e innovativa, che porta allo stremo la resistenza e le possibilità fisiche dei performer, Macadamia Nut Brittle è una fiaba crudele sull’adolescenza. Ha per protagonisti tre ragazzi (Fabio Gomiero, Andrea Pizzalis, Giuseppe Sartori), esploratori di sconosciute regioni esistenziali, sospesi in un limbo di cattiveria e stupore, che prendono il nome da un popolare gusto di gelato della Haagen Dasz; a essi fa da

contrappeso una donna (Anna Gualdo), supereroina del quotidiano, consumatrice seriale di telefilm, in cerca di punti di riferimento in un deserto d’amore.

Il ritmo incalzante di un talent show, lacerato da monologhi di feroce intensità, porta il pubblico di spettatori-voyeur a riflettere, senza sconti e senza eufemismi, sul plastico mondo dei foreveryoung, sulla rimozione della soglia dell’età adulta, sugli incantamenti di una popolarità da Grande Fratello, sulla logica dei meccanismi televisivi che si fanno ordine e misura del mondo. E sull’ineluttabilità di quella data di scadenza improrogabile che è la morte. A fare da fondale a una parata di magnifiche ossessioni, forse strenui tentativi di salvezza, è uno scarno quanto desolato paesaggio di macerie colorate e pop, agitato da una bulimia di consumi. Una tensione vigorosa e sanguinante, fra esplosioni di violenza, esercizi di ginnastica sessuale estrema ed esplorazione del corpo e dei suoi limiti, senza tabù.

Macadamia Nut Brittle non è intrattenimento, ma elettroshock. Porta in scena le nude emozioni dello spettatore e vuole riattivare i meccanismi di un pensiero critico, vincendo il torpore televisivo. Si ride, si soffre, ci si eleva e ci si schianta senza un attimo di respiro. Senza catarsi.

“Non sappiamo quale sia la verità… l’importante è che l’ambiguità sia chiara. Per questo, nell’epoca delle passioni precotte, dei sentimenti in doppiopetto di grisaglia ci siamo saziati alla tavola di Dennis Cooper, alla scabra poesia di cui è imbandito il suo universo letterario. Abbiamo tentato di raccontare, con mozartiana impudenza, una fiaba crudele sull’adolescenza. Scardinare le porte della cosiddetta normalità sessuale, suonare la grancassa del mondo dei foreveryoung, spargendo sale sulle ferite di una realtà brutalmente viva è stato quasi automatico mentre sfilavano sotto gli occhi i temi ossessivi di Cooper.

Le mutilazioni, le punizioni corporali, il sesso reiterato fino all’estinzione nascondono una pericolosa in quanto “pura” tendenza al gioco: un gioco infantile, uno svago che abbiamo dimenticato uscendo dalle mura domestiche. Il tempo che passa, il richiamo forzato ad una maturità catalogante lasciano intravedere la sagoma sfocata di un bambino che chiede aiuto. Ed è quello che abbiamo fatto. Siamo scattati alla richiesta di soccorso gettando un salvagente in un oceano: putrido come un reality show, duro e ghiaccio come i giorni da ex illusi cresciuti. Lo sguardo lisergico di Cooper si è intrecciato così con il nostro, nutrito dello stesso disagio, delle stesse mancanze, di identiche perdite. L’attesa notturna di quattro divoratori di gelato Haagen Dasz (il Macadamia Nut Brittle del titolo), in un reparto ospedaliero, su un aereo o in una casa dei giochi sull’albero, si materializza in un tamagotchi onirico, in cui si fanno i conti con un processo identitario che, se da una parte lascia liberi, dall’altra sviluppa un senso di estraniamento da un pianeta che ci scivola via sotto i piedi. Nella fluttuazione emotiva, privi di cintura di sicurezza, scendiamo in picchiata verso un libertinaggio imprevedibile che possa riappropriarci di un gusto, di un peso. La rumba degli strappi è iniziata; le lacerazioni segnano le figure trasformando in un incubo ad occhi aperti il sogno romantico della famiglia felice da Mulino Bianco.

Vittime, carnefici, protagonisti di questo snuff movie che la vita offre siamo noi, alla disperata ricerca di amore in un mondo impossibile: perché alla fine anche la Natura, come gli uomini, è troia e infedele. Sempre.”

ricci/forte

 

Milano – Teatro Elfo Puccini (Sala Fassbinder), Corso Buenos Aires 33

Dal 12 al 17 aprile ore 21 (domenica ore 16)

Informazioni e prenotazioni: tel. 02.00660606

Biglietti: intero €30, martedì €19, ridotto €15, gruppi scuola €11

“Paper Memories” di Theo Putzu, 2010

April 13, 2011 Leave a comment

Il regista Theo Putzu racconta “Paper Memories”:
È un Fotometraggio…?
Corto girato a Barcellona tra Giugno e Luglio 2010.
Si parla di memoria, di solitudine, dell’infinita ricerca di ciò che è stato.
“È un corto autobiografico a precedere o pre-autobiografico, nel senso che è qualcosa che ancora non ho vissuto, ma che vivrò, forse, in un possibile futuro”.
La fase che ha preceduto le riprese è durata circa un mese… tempo impiegato soprattutto per trovare i luoghi adatti all’idea di solitudine che è il “contesto emotivo” in cui si muove il protagonista.
Risolta la fase dei luoghi si sono girate le scene della Donna, 5 foto-sequenze: Casa-Strara-Stada-Starda-Mare. Queste foto-sequenze sono state stampate, circa 400 foto, e poi animate a passo uno durante le riprese.
Il montaggio finale è composto più o meno da 4000 foto.
Il suono è stato costruito totalmente in studio, una parte con tecnica Foley, un’altra utilizzando suoni da varie librerie Cinematografiche. Tutto il processo sonoro ha impiegato circa 10 giorni, mentre il montaggio delle foto circa 20 giorni.
La musica è stata composta da Miguel Marin (Arbol):
http://www.myspace.com/arbolmmarin

Regia Theo Putzu
Sceneggiatura Theo Putzu
Fotografia Theo Putzu
Montaggio Theo Putzu
Sound Design Martin Ortega Granella
Musica Miguel Marin
Anno: 2010
Durata: 7:25
Attori: Josep Vilavert Manyà – Elena España

PREMI:
MENZIONE SPECIALE AL FESTIVAL VISIONARIA 2010 – Piombino, Italia.
PREMIO DELA GIURIA AL BOLZANO SHORT FILM FESTIVAL 2010 – Bolzano, Italia.
PREMIO DELA GIURIA AL FESTIVAL CINEMAZERO 2010 – Trento, Italia.
NOMINATION PER IL MIGLIOR MONTAGGIO AL FESTIVAL GRAND OFF 2010 – Varsavia, Polonia.
MIGLIOR CORTOMETRAGGIO AL FESTIVAL CORTI CIRCUITI 2010 – Calderara di Reno, Italia.
MIGLIOR CORTOMETRAGGIO AL FESTIVAL CORTO CORTO MON AMOUR 2010 – Cinisi, Italia.
MIGLIOR CORTOMETRAGGIO AL FESTIVAL CORTO XX 2010 – Roma, Italia.
PREMIO DELA GIURIA AL MIGLIO D’ORO FILM FESTIVAL 2010 – Portici, Italia.
MIGLIOR CORTO INTERNAZIONALE AL FESTIVAL PONTINO DEL CORTOMETRAGGIO 2011 – Latina, Italia.
NOMINATION “BEST DRAMA-SHORTFILM” AL FESTIVAL STOKE YOUR FIRE 2011 – Stoke-on-Trent, UK.
MENZIONE SPECIALE AL FESTIVAL VISIONI ITALIANE 2011- Bologna, Italia.

Fonte: Oubliettemagazine

Categories: Cinema... Cinema Tags:

“Fleurs” di Mattié Cristantoi

Fleurs

 

A te un fiore di rondine colto dal cielo…

…quelle rondini cadute come grandine sotto i colpi delle mie galaverne aguzze

…ed un vaso di sale per conservarlo.

Ci vuole coraggio per essere abbastanza vile da conculcare ogni piccolo fiore,

chi calpesta fiori semina picche, sai?

Il mio cuore invece l’ho venduto per trenta denari ed un gentile omaggio di croce.

A te un fiore di nuvola che ti fa un’ombra zitta

…ed una mia lacrima come tuo raggio di pioggia.

Ti spio da lungi, da uno spacco di notte,

da un buco di luna al quale si giunge seguendo il sentiero del mio dito.

A te un fiore di Loto,

uno Scordatidimé che ti ho lanciato sui rottami di un «Buonanotte»

…e sui cantieri di mille notti terribili.

Non temere, la miosotide l’ho piantata nella serra del mio cuore

…ed alla mille e una notte sarà un soffio di petali marci,

il languido terrore di una nuova solitudine.

A te il profumo di un fiore.

Quando il vento viaggia sulla transiberiana per portartelo al più presto ed intatto.

Nella stagione in cui i camini sputano i fumi dei fiori fuori stagione

quando questi sono abbastanza secchi da prendere fuoco o

quando questi sono abbastanza secchi per decorare una tomba dimenticata.

A te un fiore di tromba!

Per svegliarmi all’aprile.

A te un fiore di spada!

Per minacciarmi, affinché io disarmi le mie paure

affinché io ceda al coraggio magari a maggio.

A te il fiore della mia disperazione.

Quello che nascondo in bocca.

Quello che non capisci.

Quello che non sai parlare.

 

Fonte: Oubliettemagazine

Categories: Aura Tags:

“Rape of Africa”, lʼindice di David Lachapelle punta ancora contro lʼoccidente

“Violenza dell’Africa” è un titolo emblematico per l’opera che il fotografo statunitense David Lachapelle ha voluto creare per sottolineare la violenza che viene inflitta in continuazione al continente.

Il titolo della fotografia, nonché dell’intero progetto presentato nel 2008, è dedicato alla sua lotta contro i saccheggi, la mercificazione dei corpi femminili africani, lo sfarzo, i bambini soldato e tutte le cause e gli effetti annessi alla guerra.Nello sfondo una cava soffocata da un cielo cianotico e saturo di smog ed un enorme ruspa, i quali s’intravedono da un’importante voragine in un muro, causata probabilmente da un esplosione per via dei contorni bruciati. Sulle pareti attorno alla voragine vi è una serie di etichette di una nota marca di smacchiatori americana, attaccate in modo ossessivo.

Uno smacchiatore su una parete dalla quale si intravedono alcune delle “tragedie” africane, quasi come un tentativo di eliminare le “macchie” commesse dall’occidente. Un’esplicita reinterpretazione del famoso dipinto di Botticelli “Venere e Marte”. I soggetti sono in una posa plastica che rimanda ad un’atmosfera glamour, quindi prettamente inerente alla moda, con delle linee forza nel loro posizionamento perfettamente equilibrate le quali si compensano fra loro, con luci diffuse in tutti i corpi.

L’utilizzo dell’HDR, una tecnica che permette di illuminare tutte le zone in ombra, fa sembrare l’opera un vero e proprio dipinto. Una Venere impersonificata da una Naomi Campbell dallo sguardo imperturbabile ed un Marte disarmato, scultoreo ed assopito, il cui elmo e le cui armi gli son state rubate da dei bambini soldato, che in Botticelli erano dei fauni, delle figure mitologiche molto dispettose. Venere, dea dell’amore, Marte, dio della guerra, due opposti che Botticelli aveva affiancato quasi in apparente antitesi, ma che in realtà stavano a rappresentare “l’armonia dei contrari”, concetto facente parte del pensiero filosofico del neoplatonismo che si sviluppò tra il 400 e il 500. Una differenza fondamentale tra l’opera di Lachapelle e l’opera del Botticelli riguarda la funzione di Venere nella scena.

In “Venere e Marte” la Venere è tranquilla, sicura di sé, totalmente vestita. La sua posizione è di superiorità rispetto a quella di Marte. Questo è interpretabile come la vincita dell’Amore contro la Guerra. In “Rape of Africa” la Venere ha le vesti strappate, come se qualcuno avesse abusato di lei.

Questo fa perdere il significato originario ed attribuisce una valenza diametralmente opposta alla posizione della Venere. Questa tesi potrebbe esser avvalorata dalla presenza del gallo che sovrasta, in quanto ad altezza, la bella Venere. Esso è, infatti, simbolo anche della virilità maschile e dell’aggressività. Non a caso il termine gallo, in inglese, risulta esser ambiguo e traducibile anche come membro maschile.

Un’altra differenza è da attribuire al horror vacui in Lachapelle. Infatti la presenza eccessiva, apparentemente caotica, di oggetti significativi e caratterizzanti nell’immagine, tende a riempirla senza lasciar alcun spazio vuoto. Un impostazione totalmente assente in Botticelli.Alcuni di questi elementi sono la croce, l’osso, la bomba a mano ed i lingotti, tutti oggetti totalmente in oro massiccio, simbolo quindi di uno sfarzoso benestare da parte del bianco ed occidentale Marte, probabile autore dello squarcio nel vestito di Naomi, e quindi della violenza contro lei.
Si potrebbe criticar al fotografo il suo approccio volutamente superficiale e kitsch nelle sue critiche sociali. Ma. lo scialacquare, lo sfarzo, il tender sempre più verso l’esterno e non verso l’interno, com’è ormai diventata usanza di noi occidentali, non è forse un comportamento superficiale e kitsch?

Qual modo migliore per rappresentare tal atteggiamento se non nelle modalità proprie dell’atteggiamento stesso?

Written by Fabio Costantino Macis

http://fabiocostantinomacis.carbonmade.com

http://fabiocostantinomacisadv.carbonmade.com

Fonte: Oubliettemagazine

 

Categories: Fotografia Tags: