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Gli Egizi (parte II)

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Se oggi abbiamo un lauto riscontro sulla divulgazione del costume egizio lo si deve in gran parte allo studio scrupoloso di attenti studiosi, i quali hanno scandagliato le immagini del passato con estrema accuratezza e meticolosità allo scopo di comprenderne  l’interpretazione del vestiario. Risulta interessante constatare che la riproduzione figurativa delle vesti tendeva a renderne più aderenti i modelli sul corpo rispetto alla vestibilità acquisita nella realtà. Anche per l’artista egizio, come per quello babilonese e assiro, si ripeteva la medesima semplificazione pittorica dei soggetti che spesso prevedeva l’eliminazione delle pieghe e delle balze al fine di dare maggiore risalto al profilo della figura e ai motivi decorativi del tessuto.

Il popolo nilotico, a differenza di quello sumero, abbandonò immantinente l’uso delle pelli per adottare un tessuto più leggero di migliore qualità o praticità, o probabilmente per ragioni legate al credo religioso. L’Egitto era un territorio invaso da un clima molto caldo e secco, attenuante che favoriva l’uso di indumenti piuttosto succinti, nonché spesso copiosamente discinti per la maggior parte del corpo.

L’impiego della lana veniva evitato perché era considerato un prodotto impuro; al massimo era utilizzato per confezionare mantelli pesanti, ma era rigorosamente proibito introdurne vestiario manufatto all’interno dei templi, come pure ne era interdetto l’impiego per la sepoltura dei defunti. In definitiva gli Egizi prediligevano l’uso delle fibre vegetali, impiegate nella tessitura dei materiali più leggeri, quindi più adatti al clima intenso.

All’inizio della civiltà la fibra vegetale largamente diffusa era la palma, la quale venne in seguito soppiantata da altre fibre di migliore qualità, grazie allo sviluppo delle tecniche agricole e del sistema di irrigazione, le quali permisero la diffusione della coltura del cotone e soprattutto del lino, che divenne in breve tempo la fibra più diffusa grazie ai suoi molteplici impieghi. Questo materiale consentiva di essere tessuto finemente rispetto agli altri, per cui risultava idoneo per affrontare le varie giornate assolate e afose alle quali la popolazione era sovente sottoposta; inoltre il colore biancastro ne consentiva un facile lavaggio oltre, all’importanza che il colore bianco assumeva in tema religioso, al quale erano legati diversi significati liturgici di carattere sacro.

Scriveva lo storico greco antico Erodoto sul costume egizio: “Si vestono di tuniche di lino, guarnite di frange pendenti sulle gambe che chiamano calasiris (kalasiris), su di esse gettano mantelli di lana bianca ma… vestiti di lana non entrano nei templi, ne si fanno seppellire che sarebbe sacrilegio… il lino deve essere la veste dei sacerdoti e di papiro i calzari”.

In effetti gli Egizi prediligevano la pulizia del corpo e delle vesti con i quali si adornavano. Conferma nuovamente Erodoto: “Indossano vesti di lino, fresche di bucato e hanno una cura particolare per mantenerle sempre immacolate, poiché danno più importanza alla pulizia che agli ornamenti”.

L’abbigliamento egizio in generale era particolarmente esiguo per entrambi i sessi.

All’inizio della dinastia faraonica bambini e schiavi non indossavano nulla, ma rimanevano praticamente nudi, anche se solitamente nelle pitture tombali non erano raffigurate immagini umane prive di vesti poiché l’indumento rappresentava un simbolo estremamente importante della condizione sociale, ragion per cui la presenza schietta di figure ignude sarebbe stato considerato di cattivo auspico per la casta del defunto nella sua vita ultraterrena. L’abbigliamento infantile infatti era pressoché identico a quello degli adulti, ovviamente in misura più esigua, ma sovente i bambini erano dispensati dal dover indossare indumenti di varia foggia.

Il popolo maschile usualmente indossava il pano, una sorta di perizoma, simile ad un minuto gonnellino, composto da un succinto lembo di stoffa rettangolare di tessuto greggio, spesso cotone, il quale veniva avviluppato intorno al fianco, incrociato sul davanti, in modo da coprire gli organi sessuali.

Gli uomini appartenenti alle classi più agiate indossavano invece lo schenti (schentis), un indumento di lino simile al pano, nel senso che anch’esso inizialmente consisteva in una fascia avvolgente cinta sui fianchi, ma successivamente divenne dall’aspetto più ricercato, soprattutto per le classi più abbienti, in quanto fu arricchita da una minuta pieghettatura. Diversi furono i modi per indossarlo, il più comune era quello di far scivolare diagonalmente il tessuto sui fianchi piegando un capo in vita mentre l’altro veniva lasciato penzolare sul davanti. Lo schentis in breve divenne l’indumento base di faraoni, principi, sacerdoti, alti dignitari e comandanti dell’esercito. Il tessuto di lino indossato dal Faraone era di estrema finezza, facilmente pieghettato e drappeggiato sul corpo; in seguito la parte anteriore fu corredata di un triangolo di stoffa di lino, pieghettata e inamidata, o addirittura di cuoio, mentre i suoi lati venivano trattenuti da giunchi o fili di metallo. Esso veniva indossato da tutti a torso nudo, indistintamente dalla classe sociale di appartenenza.

Giunti quasi alla fine del III millennio a. C., lo schentis venne quasi completamente soppiantato da una gonna, anch’essa composta da un unico rettangolo di lino avvolgente sui fianchi, ma dalla diversa lunghezza, da metà coscia fino al polpaccio, indossata a seconda delle diverse fogge acquisite: la versione più semplice consisteva nel far scendere l’indumento aderente sul dorso per riunirsi davanti in una doppia piega, ma i nobili preferivano indossare una seconda versione più elaborata in cui il tessuto eccedente confluiva in vita, dalla quale poi si apriva un fastello di pieghe disposte accuratamente a ventaglio. La vita veniva spesso corredata di una cintura policroma finemente decorata con applicazioni di preziosi, paste vitree, pendagli d’oro e di smalto, dal quale scendeva una sorta di pannello triangolare, simile a un moderno grembiule, ampiamente ricamato e anch’esso tempestato di pietre preziose. La foggia del presunto grembiale fu adottata anche dalle classi inferiori, ma ovviamente privo delle decorazioni elaborate che distingueva la classe nobiliare e la casta sacerdotale ai piedi della dinastia faraonica.

Durante il Medio Regno fu introdotto un nuovo indumento, una sorta di tunica di varia lunghezza (kalasiris) dal ginocchio alla caviglia simile ad una lunga camicia corredata di maniche corte, confezionata in diversi tessuti, ma le vesti indossate dai faraoni erano spesso talmente sottili da essere addirittura trasparenti, indossato al di sotto di uno schentis o di un grembiale, appena summenzionati. La classe media, nonché quella dei mercanti, indossava un tunica simile a quella descritta, ma confezionata con materiale più grossolano, una tela di lino meno pregiata sovente stretta in vita da una cintura succinta.

Ma l’indumento più elaborato, senza dubbio, proveniva da una linea presa in prestito alle civiltà dell’Asia Minore: la veste si corredava di una voluminosa stoffa rettangolare di tela di lino, mediamente lunga il doppio della statura della persona che doveva indossarla; essa veniva ripiegata su se stessa formando ampie maniche, provvista di una fessura per infilare la testa, e aveva due tagli cuciti sui lati dalla vita fino all’orlo; inoltre veniva bloccata in vita da una cintura.

Una figura alquanto bizzarra nel vestire era quella del sacerdote, il quale per onorare un rito sacrale, indossava una veste coprente tutto il corpo, al di fuori delle spalle, confezionata con pelle di leopardo, munita di coda penzolante, con il quale egli assolveva le sue funzioni religiose.

L’abbigliamento militare era poco dissimile da quello civile, infatti i soldati indossavano una sorta di divisa molto leggera generalmente corredata di uno schentis o, in caso contrario, di una gonna munita di grembiale di cuoio e una piastra pettorale sul torace.

a cura di Marius Creati

 

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