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Gli Egizi (parte II)

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Se oggi abbiamo un lauto riscontro sulla divulgazione del costume egizio lo si deve in gran parte allo studio scrupoloso di attenti studiosi, i quali hanno scandagliato le immagini del passato con estrema accuratezza e meticolosità allo scopo di comprenderne  l’interpretazione del vestiario. Risulta interessante constatare che la riproduzione figurativa delle vesti tendeva a renderne più aderenti i modelli sul corpo rispetto alla vestibilità acquisita nella realtà. Anche per l’artista egizio, come per quello babilonese e assiro, si ripeteva la medesima semplificazione pittorica dei soggetti che spesso prevedeva l’eliminazione delle pieghe e delle balze al fine di dare maggiore risalto al profilo della figura e ai motivi decorativi del tessuto.

Il popolo nilotico, a differenza di quello sumero, abbandonò immantinente l’uso delle pelli per adottare un tessuto più leggero di migliore qualità o praticità, o probabilmente per ragioni legate al credo religioso. L’Egitto era un territorio invaso da un clima molto caldo e secco, attenuante che favoriva l’uso di indumenti piuttosto succinti, nonché spesso copiosamente discinti per la maggior parte del corpo.

L’impiego della lana veniva evitato perché era considerato un prodotto impuro; al massimo era utilizzato per confezionare mantelli pesanti, ma era rigorosamente proibito introdurne vestiario manufatto all’interno dei templi, come pure ne era interdetto l’impiego per la sepoltura dei defunti. In definitiva gli Egizi prediligevano l’uso delle fibre vegetali, impiegate nella tessitura dei materiali più leggeri, quindi più adatti al clima intenso.

All’inizio della civiltà la fibra vegetale largamente diffusa era la palma, la quale venne in seguito soppiantata da altre fibre di migliore qualità, grazie allo sviluppo delle tecniche agricole e del sistema di irrigazione, le quali permisero la diffusione della coltura del cotone e soprattutto del lino, che divenne in breve tempo la fibra più diffusa grazie ai suoi molteplici impieghi. Questo materiale consentiva di essere tessuto finemente rispetto agli altri, per cui risultava idoneo per affrontare le varie giornate assolate e afose alle quali la popolazione era sovente sottoposta; inoltre il colore biancastro ne consentiva un facile lavaggio oltre, all’importanza che il colore bianco assumeva in tema religioso, al quale erano legati diversi significati liturgici di carattere sacro.

Scriveva lo storico greco antico Erodoto sul costume egizio: “Si vestono di tuniche di lino, guarnite di frange pendenti sulle gambe che chiamano calasiris (kalasiris), su di esse gettano mantelli di lana bianca ma… vestiti di lana non entrano nei templi, ne si fanno seppellire che sarebbe sacrilegio… il lino deve essere la veste dei sacerdoti e di papiro i calzari”.

In effetti gli Egizi prediligevano la pulizia del corpo e delle vesti con i quali si adornavano. Conferma nuovamente Erodoto: “Indossano vesti di lino, fresche di bucato e hanno una cura particolare per mantenerle sempre immacolate, poiché danno più importanza alla pulizia che agli ornamenti”.

L’abbigliamento egizio in generale era particolarmente esiguo per entrambi i sessi.

All’inizio della dinastia faraonica bambini e schiavi non indossavano nulla, ma rimanevano praticamente nudi, anche se solitamente nelle pitture tombali non erano raffigurate immagini umane prive di vesti poiché l’indumento rappresentava un simbolo estremamente importante della condizione sociale, ragion per cui la presenza schietta di figure ignude sarebbe stato considerato di cattivo auspico per la casta del defunto nella sua vita ultraterrena. L’abbigliamento infantile infatti era pressoché identico a quello degli adulti, ovviamente in misura più esigua, ma sovente i bambini erano dispensati dal dover indossare indumenti di varia foggia.

Il popolo maschile usualmente indossava il pano, una sorta di perizoma, simile ad un minuto gonnellino, composto da un succinto lembo di stoffa rettangolare di tessuto greggio, spesso cotone, il quale veniva avviluppato intorno al fianco, incrociato sul davanti, in modo da coprire gli organi sessuali.

Gli uomini appartenenti alle classi più agiate indossavano invece lo schenti (schentis), un indumento di lino simile al pano, nel senso che anch’esso inizialmente consisteva in una fascia avvolgente cinta sui fianchi, ma successivamente divenne dall’aspetto più ricercato, soprattutto per le classi più abbienti, in quanto fu arricchita da una minuta pieghettatura. Diversi furono i modi per indossarlo, il più comune era quello di far scivolare diagonalmente il tessuto sui fianchi piegando un capo in vita mentre l’altro veniva lasciato penzolare sul davanti. Lo schentis in breve divenne l’indumento base di faraoni, principi, sacerdoti, alti dignitari e comandanti dell’esercito. Il tessuto di lino indossato dal Faraone era di estrema finezza, facilmente pieghettato e drappeggiato sul corpo; in seguito la parte anteriore fu corredata di un triangolo di stoffa di lino, pieghettata e inamidata, o addirittura di cuoio, mentre i suoi lati venivano trattenuti da giunchi o fili di metallo. Esso veniva indossato da tutti a torso nudo, indistintamente dalla classe sociale di appartenenza.

Giunti quasi alla fine del III millennio a. C., lo schentis venne quasi completamente soppiantato da una gonna, anch’essa composta da un unico rettangolo di lino avvolgente sui fianchi, ma dalla diversa lunghezza, da metà coscia fino al polpaccio, indossata a seconda delle diverse fogge acquisite: la versione più semplice consisteva nel far scendere l’indumento aderente sul dorso per riunirsi davanti in una doppia piega, ma i nobili preferivano indossare una seconda versione più elaborata in cui il tessuto eccedente confluiva in vita, dalla quale poi si apriva un fastello di pieghe disposte accuratamente a ventaglio. La vita veniva spesso corredata di una cintura policroma finemente decorata con applicazioni di preziosi, paste vitree, pendagli d’oro e di smalto, dal quale scendeva una sorta di pannello triangolare, simile a un moderno grembiule, ampiamente ricamato e anch’esso tempestato di pietre preziose. La foggia del presunto grembiale fu adottata anche dalle classi inferiori, ma ovviamente privo delle decorazioni elaborate che distingueva la classe nobiliare e la casta sacerdotale ai piedi della dinastia faraonica.

Durante il Medio Regno fu introdotto un nuovo indumento, una sorta di tunica di varia lunghezza (kalasiris) dal ginocchio alla caviglia simile ad una lunga camicia corredata di maniche corte, confezionata in diversi tessuti, ma le vesti indossate dai faraoni erano spesso talmente sottili da essere addirittura trasparenti, indossato al di sotto di uno schentis o di un grembiale, appena summenzionati. La classe media, nonché quella dei mercanti, indossava un tunica simile a quella descritta, ma confezionata con materiale più grossolano, una tela di lino meno pregiata sovente stretta in vita da una cintura succinta.

Ma l’indumento più elaborato, senza dubbio, proveniva da una linea presa in prestito alle civiltà dell’Asia Minore: la veste si corredava di una voluminosa stoffa rettangolare di tela di lino, mediamente lunga il doppio della statura della persona che doveva indossarla; essa veniva ripiegata su se stessa formando ampie maniche, provvista di una fessura per infilare la testa, e aveva due tagli cuciti sui lati dalla vita fino all’orlo; inoltre veniva bloccata in vita da una cintura.

Una figura alquanto bizzarra nel vestire era quella del sacerdote, il quale per onorare un rito sacrale, indossava una veste coprente tutto il corpo, al di fuori delle spalle, confezionata con pelle di leopardo, munita di coda penzolante, con il quale egli assolveva le sue funzioni religiose.

L’abbigliamento militare era poco dissimile da quello civile, infatti i soldati indossavano una sorta di divisa molto leggera generalmente corredata di uno schentis o, in caso contrario, di una gonna munita di grembiale di cuoio e una piastra pettorale sul torace.

a cura di Marius Creati

 

“Apenghe – Il figlio della Luna” di Rosa Mauro, Rupe Mutevole Edizioni

“Apenghe sorrise, anche lui subito in complicità con il fratello con cui aveva diviso lo stesso grembo, con cui aveva parlato senza parole, quando i loro cuori si erano formati.”
Apenghe, il protagonista, sorride al fratello che non vedeva dalla nascita perché separati a causa della diversità di Apenghe. La complicità dei gemelli si manifesta sin dal primo sguardo anche se ben sette anni hanno separato i due.
“Apenghe – Il figlio della Luna” è un romanzo breve edito dalla casa editrice Rupe Mutevole Edizioni nel 2008, nella collana”Atlantide”. L’autrice è la poetessa e scrittrice Rosa Mauro, la quale con il suo lavoro poetico ha raggiunto importanti risultati in prestigiose premiazioni. Rosa Mauro è autrice di svariati e variegati volumi: “Bora Bora”, “Magia di un viaggio”, “Oltre il deserto”, “Esmeralda Avatar”, “Katier”, “C’era una volta in Africa”, “Imperfetta”, “La favola della vita”, “Cantando Marte”, “Fra fantasia e realtà”, “La terra dei Canti”, “Un canto per Giovanni”.
“Apenghe – Il figlio della Luna” consta della prefazione della Dott.ssa Carla Mauro, otto capitoli ed un epilogo per un totale di 99 pagine. Non c’è una sola voce narrante bensì tante voci quanti personaggi, ognuno ha qualcosa da dire, ognuno vede la realtà in modo diverso e sente di poter raccontare al lettore la sua vita e le sue impressioni su Apenghe.
Il romanzo breve è ambientato in Africa e racconta di un parto gemellare molto particolare. Eve è incinta e sta per partorire, vede il futuro con un sogno ma non ne parla con le donne che avrebbero dovuto aiutarla nel mettere al mondo i suoi figli. Nascono Nzumbu e Apenghe, gemelli profondamente diversi. Nzumbu viene subito riconosciuto come erede dal padre Ndobo, mentre per Apenghe ci sono delle riserve. Ma perché Apenghe non è simile al gemello?
Il motivo della stranezza che tutti avvertono sta nel fatto che il piccolo ha una particolarità che pochi esseri umani hanno vissuto: è figlio della Luna.
Essere figli della Luna significa non poter stare alla luce del Sole e quindi vivere in maniera completamente differente dal resto della famiglia e del villaggio. Eve e Ndobo non possono presentare entrambi i figli alla comunità, portano soltanto il ridente Nzumbu e lasciano Apenghe con la sorella di Eve, Angele. Angele conosce bene il destino del piccolo e decide di adottarlo e di prendersene cura.
Il figlio della Luna così diventa il figlio di Angele. Apenghe cresce conoscendo la verità, ma non gli interessa vedere i suoi veri genitori che così facilmente l’hanno lasciato andare mentre ha qualche curiosità verso il fratello. Ma i due vivono ore del giorno diverse, Apenghe non può stare sotto i raggi solari e la sua vita si svolge la notte, girovaga nella foresta con il buio e la solitudine.
“Apenghe non riusciva ancora  a perdonare la sua madre naturale e non voleva che Nzumbu gliene parlasse. Ma Nzumbu a volte rubava pensieri e parole del fratello nella sua memoria per poterli poi riferire a lei, quando trovava il coraggio di ascoltarli, soprattutto quando la accompagnava alla fonte.”
Dalla notte dell’incontro durante la pesca notturna i due fratelli diventano inseparabili e Nzumbu rinuncia a qualche ora di sonno per poter stare con il fratello, ma i due non riuscivano a parlare della situazione famigliare passata e presente con tranquillità sia per blocchi di Apenghe sia di Nzumbu.
È il classico esempio letterario di reietto che diviene eletto: Apenghe che tutti inizialmente non vogliono vicino diviene con il trascorrere del tempo un personaggio utile alla società e degno di profondo rispetto. Apenghe infatti aveva anche il dono di poter comunicare con la Morte, anch’essa nera come la notte e di poter accompagnare le persone morenti con tranquillità verso la fine di questa vita terrena.
“La morte si sbagliava, dopotutto. Lei può evitare di portare con sé il tuo spirito, ma un uomo può comunque decidere di morire dentro. Chiude la porta del suo cuore e pian piano lo spirito indurisce e mummifica, come una foglia secca su un albero. Io lo scopersi in quei giorni, e accolsi quella come unica strada per non soffrire.”

Lascio link utili per visitare il sito della casa editrice e per ordinare il libro. Vi ricordo che i libri di Rupe Mutevole sono all’interno del circuito Feltrinelli.
http://www.rupemutevoleedizioni.com/
http://www.reteimprese.it/rupemutevoleedizioni
http://www.facebook.com/pages/Ufficio-Stampa-Rupe-Mutevole/126491397396993

Written by Alessia Mocci

Fonte: Oubliettemagazine

 

“Paolo” un film di Fabrizio Marrocu, 2008

“Un uomo parla al telefono con un amico, che diventa poi un consulente, poi un collaboratore, poi un confidente. I due interlocutori si rivelano essere infine complici di un piano terroristico volto al compimento di una strage.”

“Paolo” è un cortometraggio indipendente girato nella seconda metà di Aprile 2008 in 4 ore consecutive senza soluzione di continuità con una telecamera amatoriale mini-DV. Regia di  Fabrizio Marrocu.

Nonostante trama ed eventi presentino una progressione lineare e la narrazione segua una struttura classica, con un inizio ed una fine indipendenti, si tratta in realtà di un lavoro sperimentale composto da una serie di dialoghi e situazioni improvvisate, registrate senza soluzione di continuità e riassemblate in fase di montaggio fino all’ottenimento della storia, che emerge come in un’epifania.

All’attore è data una libertà d’azione totale nei confronti di tempi, battute e situazioni. Questo metodo di lavoro, che il regista ha chiamato “Improvvision” per conferirgli una riconoscibilità a livello di concetto, aiuta a concepire il prodotto cinematografico indipendente come conseguenza di un’orchestrazione di atteggiamenti improvvisativi di tipo ambientale da parte di tutti i soggetti coinvolti nell’atto filmico. L’unione dell’improvvisazione di attori, operatore di macchina ed aiutanti in relazione all’ambiente circostante, alla situazione e al comportamento degli attori.

E’ stato il  primo cortometraggio di Fabrizio Marrocu. Un esperimento. L’oggetto della ricerca era il verificare la possibilità di ottenere una storia di senso compiuto partendo da frammenti e dialoghi totalmente slegati tra loro.
Filmografia:
–        PAOLO [2008] – Italia, durata: 23′
–        ERMANNO [2009] – Italia, durata: 50′
–        ARTURO [2009] – Italia, durata: 29′
–        UNCLE BUBBLES [2010] – Italia, durata: 39′

Fonte: Oubliettemagazine

 

“Suonatore di corno” di Maurizio Evangelista, Casa editrice “La Vallisa” (Bari)

“Una bocca impossibilitata a suonare un corno o a parlare attraverso un corno?” perché “trattenuta da un lucchetto” è questa l’immagine che fa da sipario al palcoscenico poetico di Maurizio Evangelista. Palcoscenico su cui le poesie , come dice lo stesso autore, SONO MANI che intessano relazioni a creare I VERSI che fanno scaturire REAZIONI” nel lettore (spettatore).

IL POETA, infatti,  NON SCRIVE MAI PER SE STESSO. Questi ultimi versi esprimono un concetto base di ogni poeta: la generosità. Il poeta è generoso. Non potrebbe essere diversamente. Dona se stesso agli altri. Regala la sua visione della vita, del mondo, delle esperienze e della realtà.

Protagonista, quindi, diversamente da ciò che si potrebbe pensare diventa non la poesia e neanche il poeta ma il lettore come denunciato dal nostro autore nella sua prima composizione. (poesia pag. 9).

“Le poesie
sono mani.
I versi
sono relazioni,
intese,
reazioni.
Il poeta
non scrive mai
per se stesso.”

La composizione dedicata “ai lettori” potrebbe far peccare l’ autore di presunzione.
“Il mediocre uomo moderno
Vive ascoltando la vita degli altri
Senza avere il coraggio
Di vivere la propria vita da protagonista”

La generosità che si evince lascia spazio ad un invettiva contro L’UOMO MODERNO che VIVE ASCOLTANDO LA VITA DEGLI ALTRI, SENZA AVERE IL CORAGGIO DI VIVERE LA PROPRIA VITA DA PROTAGONISTA. (poesia pag 11) ma con
“GLI UOMINI MEDIOCRI” (pag.46) il poeta cancella il “distacco” e diventa anche lui parte di quegli “UOMINI MEDIOCRI/ COSI’ ALTI/ CHE CI SEMBRA DI CADERE.

“Mediocri uomini cui l’attesa non sembra finire.
Testa china sulla spalla, l’uno sull’altro,
ci diamo la mano.
sputiamo acqua nell’acqua
e ci lasciamo bagnare.
Impazienti di vivere
siamo facce senza labbra
che si muovono nell’aria
come sabbia.
Eppure viviamo.
Con gli occhi giunti in ogni luogo,
stiamo immobili,
guardando attraverso
l’azzurro spento
bagnato dalla pioggia.
Terra senza valore.
Noi siamo uomini mediocri
così alti
che ci sembra di cadere.”

Tre “concetti poetici” quindi, sono i capisaldi della visione della vita e della poesia di questo giovane autore: la generosità- un pizzico di presunzione- e il colmare la distanza facendo parte lui stesso del tutto.
La poesia a pag.37 “L’OSPITE”.. esorta il lettore : “VIENI, MIO OSPITE/ QUANTO AVRAI D’ASCOLATRE” … ogni lettore, quindi, è un ospite nella casa del poeta…” ed il poeta lo sa! …
La poesia di Maurizio non’è di semplice comprensione. L’immagine che ci mostra apre un varco nell’anima e ci fa respirare l’infinito. Ma non perché si è stupidi bisogna tornare a leggere ma perché si rimane stupiti.
Ed’è questa un’ altra caratteristica del poeta… il poeta deve stupire. E’ attraverso lo stupore che poi si approda alla conoscenza e nel caso della poesia e di chi legge si approda alla conoscenza di sé. Ma perché l’altro (il lettore) si stupisca è fondamentale che per primo il poeta si stupisca. Maurizio lo fa e trasforma questo sentimento in poesia e lo dice lui stesso nella sua “confessione” a pag. 4 : “”QUANDO RIESCO, PER UN ATTIMO/ A CONCEDERMI UNO STUPORE/ HO L’AMBIZIONE DI CERCARGLI UN SENSO.”
Sensazione, quella dello stupore, che si prova leggendo “PERMANE”pag 23; “QUI E DOMANI” PAG.23; “FINESTRA” pag.41;  “ASPETTANDO” (poesia pag. 16) a cui sono affezionata ed i suoi versi a me cari : “E BASTARCI./ QUEL TANTO CHE BASTA/ A UN VOLO/ PER RESTARE IN GABBIA.”

Il poeta pone domande e riflessioni affinché si trovino risposte ma EGLI la risposta non la vuole conoscere perché vuole continuare la ricerca, come si può notare IN “SUONATORE DI CORNO” (poesia pag. 13) in cui leggiamo “ AMA E NON DIRMI/ COS’E’ L’AMORE.”

“Debole è il mio sentire:
sei tu che piangi e divori la mia pena.
Ed io
vorrei mostrarmi stupito,
ma nulla più mi colpisce.
Né mi appartiene.
vivi la vita al mio posto
suonatore di corno.
Ama e non dirmi
cos’è l’amore.”

Nella a poesia “IMMOBILE” a pag. 17 , i versi  “PERCHE’ NESSUN BACIO/ PUO’ SAZIARE L’AMORE.” svelano l’idea dell’immortalità a me molto cara quando si parla di poesia.
Se così non fosse anche l’amore sarebbe un sentimento “mortale” . Morirebbe perché avrebbe un inizio e soprattutto una fine e invece quando, come dovrebbe essere la poesia, non si ha né inizio e né una fine, si rimane sospesi e si diventa immortali.
La silloge ha inizio con una citazione di Ferraro, poeta biscegliese: MUTARSI E’ COME ESSERE NUOVI e il poeta diventa nuovo ogni volta che scrive perché ogni qual volta si scrive, anche inconsciamente, un po’si cambia.
Cambia, poeta e insegnaci.

Written by  Teodora Mastrototaro

Fonte: Oubliettemagazine

 

“Il Circo Maledetto” di Ann Feathrstone

Inizia tutto con segreti, omicidi e magia, uno dei capolavori della letteratura contemporanea inglese.

“Il Circo Maledetto” di Ann Featherstone, edito da Newton Compton editore.

Corney Sage, comico, ballerino e cantante, ha appena finito il suo numero quando, all’uscita del teatro, si imbatte nel corpo senza vita di una giovane donna e intravede l’assasino darsi precipitosamente alla fuga.

Il ritorno del killer sulla scena del delitto, porterà Corney e la sua amica Lucy ad abbandonare Londra e separarsi, tenendosi in contatto attraverso codici su un giornale.

Riuscirà il killer, mago dei travestimenti a prenderli?

La scrittrice Ann Feathrstone è docente di Storia del Teatro alle università di Manchester e di Londra. Il circo Maledetto, suo primo romanzo, ha ottenuto grande successo di critica e di pubblico.

Un romanzo ambientato nella Londra Vittoriana, cinica, misteriosa e sanguinaria.

Personaggi perfetti, legati al tempo e ad un’ atmosfera avvicente e perfetta.

Il Circo Maledetto lascerà i lettori italiani maledettamente incantati e senza fiato.

Written by Giuseppe Giulio

Fonte: Oubliettemagazine

 

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Tahar Benjelloun e il suo Marocco

April 12, 2011 Leave a comment

“Il Marocco costituisce un caso a parte nel mondo arabo nel senso che non ha atteso gli avvenimenti attuali per avviare le sue mutazioni, che sono iniziate da 11 anni con l’avvento del re Mohammed VI“, ha affermato giovedi’ scorso lo scrittore e poeta marocchino nella trasmissione  “Parla con me” della Dandini, su Rai 3. “Fantastica” è stata l’espressione usata da Benjelloun per definire l’opera del sovrano marocchino dall’inizio della sua incoronazione. Nell’ambito dell’intervista ha citato la Riforma del Codice della Famiglia, per migliorare lo status delle donne marocchine, l’apertura di tutti i dossiers relativi alle violazioni dei Diritti Umani, oltre alla realizzazione di importanti infrastrutture in tutto il paese. Lo scrittore ha evocato poi le riforme in corso che conferiranno più poteri al Primo Ministro e alle varie componenti della vita politica. Il Marocco dunque, ha scelto precocemente la strada del cambiamento, cosa che ha fatto del paese un caso molto particolare rapportato ad altri paesi maghrebini sui quali soffia un vento di libertà. Benljelloun ha poi ricordato che a differenza degli altri paesi del Maghreb, il Marocco a scelto di condurre la sua rivoluzione in maniera pacifica e civile, plaudendo lo svolgimento delle ultime manifestazioni del 20 marzo scorso che non hanno visto alcun tipo di incidente o di atti vandalici. Da ricordare che lo scrittore marocchino vive da molti anni a Parigi, amato dalla intellighenzia d’oltralpe ed è discendente della nobile famiglia Benjelloun (come i Fassi, i Berrada, i Bennani), che è inserita nel potere istituzionale  da centinaia di anni, con centri di interesse nel settore economico, finanziario, ministeri, ecc… In patria senza ombra di dubbio non è amato come all’estero, in Italia e Francia in particolare, ma visto dai suoi detrattori più feroci come un intellettuale del potere.

Fonte: My Amazighen

 

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Poron, materiale ultra-resistente agli impatti

Viene usato per proteggere i rugbisti dalle botte al petto e in tutto il resto del corpo, viene usato nei caschi, nelle scarpe e anche nelle custodie per iPhone/iPad. Il Poron è un materiale abbastanza recente inventato da Rogers Corporation che sta diventando popolare per la sua reale capacità di resistere ad impatti molto forti e scaricare il peso all’esterno anziché nel corpo o oggetto che protegge. In questo articolo vedremo un breve approfondimento sul Poron e scopriremo dei video veramente incredibili…

Il Poron XRD

Il Poron è probabilmente uno dei materiali più efficaci nel proteggere il corpo che viene avvolto. Il Poron riesce infatti a scaricare il peso evitando che l’impatto colpisca direttamente tutto ciò che è avvolto dal materiale. In realtà il Poron non è altro che un poliuretano microcellulare, il poliuretano è una plastica già usata per produrre materassi, imbottiture ecc. A sua volta il Poron si divide in tantissimi altri materiali, utilizzati a seconda dello scopo. Il Poron più famoso è il Poron XRD, il materiale più resistente agli impatti, usato nel produrre protezioni per qualsiasi parte del corpo, dalle ginocchia ai gomiti, al petto ecc.
Un’altra caratteristica del Poron XRD è che può essere abbinato al Microban, un tessuto in grado di rendere il Poron antibatterico. Significa che avrete un materiale ultra-resistente agli impatti e immune a qualsiasi tipo di batterio. Infatti il Poron XRD viene usato in molti prodotti che sono a stretto contatto con la pelle, ed è giusto garantire anche un prodotto sano e antibatterico.

Conclusioni

Abbiamo scoperto che il Poron è un’ottimo materiale e che forse nei prossimi anni lo vedremo anche in molti più prodotti. Ci sono già tante aziende che lo sfruttano, ad esempio G-Form, azienda che produce anche dei case per iPad.

Fonte: Skimbu

 

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Intervista di Carina Spurio a Cristiana Alicata ed al suo “Verrai a trovarmi d’inverno”

Cristiana Alicata – Verrai a trovarmi d’inverno – Edizioni Hacca, 2011
Cristiana Alicata (1976) è ingegnere, vive a Roma. Milita attivamente nel PD e combatte per il riconoscimento dei pieni diritti della comunità lesbica, gay e transessuale. Ha pubblicato il romanzo Quattro (Il Dito e La Luna, 2006) e un racconto nell’antologia Principesse Azzurre da Guardare (Mondadori, 2007).

C.S.: “Verrai a trovarmi d’inverno” non è un romanzo autobiografico ma un romanzo alla ricerca della propria identità. Lo scrive nell’epilogo intitolato “cose che si scrivono alla fine”. Dentro le pagine del suo libro ci sono le donne coraggiose e diverse: Elena, Gina e Liz che a Pantelleria aspetta due cose “Il coraggio di presentare la richiesta al tribunale per il cambio di sesso. E il grande amore.” Da secoli ciò che è diverso ci spaventa. Ed è attraverso la paura che si inizia a ragionare per “luoghi comuni”. Così, il siciliano diventa un mafioso. Il milanese uno snob. L’uomo di colore rimane sporco e cattivo. L’omosessuale un malato …

Cristiana Alicata: …il problema oggi è che si governa con la paura. Si sposta il problema della propria incapacità, da quella politica a quella emotiva, su qualcosa di diverso. Si alimenta un feticcio, un nemico. Farlo significa tenere protetto e pulito un intorno. Illudersi di farlo. Dobbiamo ricominciare ad infilare le dita nella vita. Credo che i protagonisti del mio romanzo imparino questo alla fine.

C.S.: Cristiana lei è ingegnere, vive a Roma ed è militante del Partito Democratico perché vuole un’Italia diversa. Inoltre, é un’attivista del movimento lesbico, gay e transessuale. Nel nostro paese si continua a difendere la famiglia tradizionale formata da un uomo e una donna ma ancora non si riconosce, né si tutela, quella omosessuale …

Cristiana Alicata: Mi viene da sorridere. In Italia si difende la parola famiglia. Le stesse persone che difendono la famiglia tradizionale poi privatizzano gli asili, non ne aprono di nuovi, non muovono un dito per aiutare le donne italiane a fare più figli, tolgono soldi alla scuola. Parliamo di numeri. Nei Paesi meno omofobi c’è più scuola pubblica e si fanno un sacco di bambini. Persino nelle nostre regioni dove le politiche sociali sono più attente alla famiglia le coppie gay sono più protette da strumenti di welfare. Come l’Emilia Romagna per esempio.

C.S.: Sullo sfondo del suo romanzo, i luoghi: Pantelleria, “il dammuso, il carico di abitudini e di odori, un’insieme di consuetudini.” E poi Roma e Amelia, in Umbria, luogo in cui ci informa sia avvenuto il parto del suo romanzo …

Cristiana Alicata: Si dimentica di Torino. Viaggio molto. E la scrittura viaggia con me. Si succhia i luoghi attraverso i miei occhi. Pantelleria una vacanza, Torino una latitanza, Roma la casa, Amelia un luogo dell’anima.

C.S.: Di donne che l’hanno sostenuta ce ne sono molte: Silvia Greco, Francesca Melandri, Concita De Gregorio, Francesca Chiappa e Caterina Morgantini …

Cristina Alicata: Credo che sia cominciata una nuova era. Quella in cui le donne si riconoscono, si leggono, si sostengono. Non sono più in competizione. E’ come la cultura. Viviamo in un mondo competitivo, ma l’unica cosa che non dobbiamo mai mettere in competizione è la produzione culturale: possiamo leggere centinaia di libri, vedere film, andare a teatro. La stessa cosa vale per le discriminazioni. Tra donne e tra omosessuali. Fare squadra fa bene a tutti. Ognuna di loro ha messo un pezzo di cuore, di competenza, di dolcezza per farlo nascere. Devo loro molto. Non solo a loro. Ovviamente.

C.S.: Afferma: “dovrei scrivere un altro libro per raccontare la storia di Verrai a trovarmi d’inverno” eppure, in questo libro, lei ha graffiato il buio per vedere affiorare la luce. Cosa manca?

Cristiana Alicata: A volte si arriva in un luogo partendo da tutt’altro presupposto. Quando ho cominciato a scrivere non sapevo dove sarei andata a finire.

C.S.: Cosa vuol dire essere donna oggi, in un tempo in cui le immagini subiscono il culto della forma, allargandola, anche chirurgicamente, nei punti consacrati alla libidine e riducendola obbligatoriamente nello spazio restante?

Cristiana Alicata: E’ difficile. Siamo bombardati da un modello che sembra l’unico accettabile e vale anche per i maschi. Siamo imbevuti di conformismo nascosto negli eccessi del nostro tempo. Guai a discostarsi.

C.S.: Chi è Cristiana Alicata?

Cristiana Alicata: Una donna di 35 anni che si incazza per le ingiustizie e che scrive da quando ha 6 anni e che fatto quasi 20 traslochi in giro per l’Italia e adesso si fermata. Finalmente.

C.S.: Penna a sfera o matita?

Cristiana Alicata: Matita. 2B e con un temperino di metallo sempre vicino.

C.S.: Che libro sta leggendo attualmente?

Cristiana Alicata: “Mia madre è un fiume” di Donatella Di Pietrantonio, edizioni Elliot. Il rapporto con la madre malata, con una malattia degenerativa. E’ ambientato in Abruzzo, che poi è il mio luogo di lavoro attuale. C’è tanta Italia dentro, l’Italia dei nostri nonni. E’ molto poetico anche nella descrizione della difficoltà con cui la figlia si relazione “fisicamente” alla madre.

C.S.: Cos’è per lei l’amicizia?

R: La mia vera famiglia.

C.S.: Si sente mai sola?

Cristiana Alicata: Sì, quando sono in compagnia di persone con cui non sono in sintonia.

C.S.: Pensa di regalarci un nuovo romanzo in futuro?

Cristiana Alicata: Spero più di uno.

C.S.: Vive a Roma, che rapporto ha con la sua città?

Cristiana Alicata: Quando ero piccola e vivevo a Bergamo mi ricordo che a 6 anni ne provavo nostalgia. Diciamo che malgrado abbia sangue siciliano vecchio di 700 anni, è la mia città e la amo. Però a volte mi fa incazzare di brutto, così come accade con le passioni forti. A volte vorrei andarmene in una città del nord Europa, pulita, sistemata, distribuita in modo diverso, con i teatri fruibili, i locali allegri, le domeniche calme, poco traffico, la vita più lunga insomma. Poi Roma, che ti trattiene sul GRA anche per ore, ti regala le passeggiate sul Tevere (sulle banchine) che sono da mozzare il fiato. O il caldo che sale dai sanpietrini del centro. O gli odori di sugo delle trattorie dei quartieri popolari. Vorrei solo che tutto questo fosse più accessibile a tutti. Roma non è più una città per giovani, né per bambini, né per vecchi.

C.S.: <<Siamo cresciuti così, Elena. Ci hanno detto che quando siamo innamorati dobbiamo comprare una casa, fare dei figli e avere un cane sulla porta>> (dalla sua quarta di copertina). Lei è innamorata?

Cristiana Alicata: Sì.

C.S.: Una domanda che non le ho fatto?

Cristiana Alicata: Una risposta che non le ho dato?

Fonte: Oubliettemagazine

“Sur l’humain création de la mort” di Riccardo La Valle

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Sur l’humain création de la mort

ELLE:

Da freddo sangue a tremante vita,
la mano sfiorò l’essenza rappresa
che viva mi rese in quel placido antro,
poiché violato il vincolo e perduto il figlio,
nulla più fu salvezza ancora,
e il mio lento sorgere
s’insinuò tremendo
nella pesante aria…
Nel vagar tra queste natural dimore,
gremite di lignee colonne
e fruscianti cieli,
potei sentire per un istante immobile
le infinite meraviglie,
corrose dall’imperdonabile e sfrontata fruizione
di quel abietto fare
proprio delle logiche creature,
gridar vendetta e la propria fecondità alienata.
E vidi che ogni cosa
parea esplicare il perché del mio ritorno,
e con triste andare
mi diressi dal mio più caro fratello,
con la consapevolezza che presto
sarei divenuta nuovamente
regina di questo secolo buio.

NOUS:

E dimorante tra le rovine della terra,
Ella si destò ancora
ricolma di nuova linfa
e preda dell’inebriante stupore
di ritrovarsi nuovamente ghermita
dalla morbosità dell’umana forma rifiutata,
nonostante la realtà materica
gli venne negata in tempi ormai dimenticati.
Così attratta dalle innumerevoli ombre del giorno
andò inseguendo quel violento odore
sgorgante dal nero altare,
che con abile fare
andò scovando con il solo percepir della sostanza
quel flebile eco d’una fraterna supplica d’aiuto,
silenzioso grido
che ancora permeava le forme del luogo,
distorcendo ogni speranza vitale
che andava dal terreno fiorendo:
poiché tutto sembra ormai indifferente,
poiché tutto era ormai inerme
poiché la necrosi era già in corso.
Sentendo così il tutto scorrere al di sotto della reale sentenza di comune bene
percepì in lei il dovere della specie
di ferir con mano
ciò che in verità non potrà più venir sanato;
e leggera Ella si pose alla destra del fraterno Figlio
e divenendo sua estensione propria,
chiudendo gli occhi,
si calò nel suo nero manto
e ciò che non era stato dal tempo vanificato
fu mestamente epurato
con la meticolosa dedizione
che un’antica madre userebbe
nel donare alla sua amata creatura
l’ultimo abbraccio
prima della più naturale dipartita:
disarmonica fioritura
di un’anima imperfetta.

RLV
Sito dell’autore: http://www.riccardolavalle.com/

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Tre poesie di Teodora Mastrototaro

E

Non bevo più dalle tue mani.

ho paura di tagliarmi con le schegge del tuo sesso.

Ogni tua carezza

refrigerio alla mia gola.

Ora

con l’arsura del momento

chiudo i pugni tuoi

assetata cerco acqua

che non tagli

le mie labbra.

 

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Spoglio la notte con le mie mani.

Indosso un abito elegante.

Ho sempre desiderato ballare vestita di nero.

Le stelle come bottoni e la luna come cerniera per i miei seni.

Spogliami amore

anche se il mondo sarà senza stagioni.

Sono forse egoista perché ora penso soltanto alla musica e a fare l’amore?

 

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Il mio seno tra le tue labbra.

Non ho più latte

amore

ma solo l’acqua sporca

con cui lavi

le mie notti.

 

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