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Archive for April 11, 2011

Gli Egizi (parte I)

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Circa cinquemila anni fa, nel IV millennio a.C., la civiltà del popolo egizio, nato e diffuso sulle sponde del fiume Nilo, raggiunse un elevato livello di sviluppo, pressoché in contemporanea con la crescita delle contigue civiltà dei Sumeri, degli Assiro-Babilonesi, dei Fenici e degli Ebrei, ubicati nelle zone dell’Asia occidentale, le quali erano incrementate in opportune comunità organizzate e indipendenti tra loro, costituite da città-stato come ad esempio per la Sumeria, a differenza dell’Egitto che assumeva invece l’impronta di una vera nazione compatta e ben salda che, pur vantando l’estensione di un vastissimo territorio, preferì rimanere ancorata lungo un esiguo lembo di terreno fertile conteso all’arido deserto grazie all’influenza delle acque del prodigioso fiume, esteso ancora oggi per oltre mille chilometri.

Trentuno dinastie monarchiche, testimoniate da antichi scrittori e vasti ritrovamenti archeologici, si susseguirono durante l’arco di trenta secoli suddividendo l’intera epoca in quattro principali periodi estremamente importanti: Antico Regno (dal 2850 al 2052 a.C. – dalla I alla X dinastia), Medio Regno (dal 2052 al 1570 a.C. – dalla XI alla XVII dinastia), Nuovo Regno (dal 1570 al 525 a.C. – dalla XVIII alla XXVI dinastia), Bassi Tempi ( dal 525 a.C. al 395 d.C. – dalla XXVII alla XXXI dinastia e dominazioni straniere).

Il popolo degli Egizi era suddiviso in una gerarchia strettamente prestabilita, dotato di enorme tenacia nelle abilità tecniche e grande raffinatezza nei costumi, considerando oltre tremila anni di potere gestito esclusivamente, tranne sporadiche interruzioni temporanee, dai Faraoni, i quali imponevano la loro egemonia, incentrata sulle tradizioni ferree, manifestata da rigide imposizioni che, in qualche modo, si riflettevano anche sul costume e sull’abbigliamento. La suddivisione in classi distingueva essenzialmente tre categorie in ordine di importanza sulle quali dominava la figura del monarca, il faraone: la classe elevata dei principi, dei sacerdoti e degli architetti; la classe distinta dei militari; la classe intermedia del popolo composta prevalentemente da operai, artigiani e agricoltori. Ad essi si aggiungeva una numerosa categoria inferiore, denominata degli impuri, costituita prevalentemente da schiavi, spesso asiatici e negri. Il dominio del potere era regolato da due enormi forze paritetiche: la religione, poiché il re faraone era considerato un dio vivente sulla Terra, e la tradizione, inviolabile e insostituibile neppure sotto l’influenza dei traffici e delle sporadiche invasioni occasionali. Infatti dai reperti si riscontrano saltuari cambiamenti del costume durante tutto il periodo faraonico.

Il popolo nilotico era fortemente legato al credo dell’aldilà, convinto che l’onorare i propri defunti con un equipaggiamento appropriato serviva a condurli nel luogo di riposo durante il loro viaggio ultraterreno, ragion per cui le tombe erano gremite di oggetti e arredi di vario genere, generalmente preziosi, tra i quali gioielli, cosmetici, vesti, ma anche utensili e ammennicoli adatti alla vita quotidiana.

Il clima caldo e secco non é dissimile da quello della Mesopotamia, ma fondamentalmente risulta meno umido e quindi più proficuo alla conservazione dei manufatti.

La geometria era una deduzione matematica prevalentemente utilizzata nelle varie raffigurazioni mediante la sistematica rappresentazione delle linee geometriche, spesso visibili nei solchi dell’aratro, nella pianura della terra e nei fusti delle palme, come nel disco del sole, in rappresentanza della somma divinità dal quale si irradiano i raggi di luce vitalizzanti, collocato al vertice del triangolo, considerato un simbolo sacro, il cui lato base simboleggiava la terra, a testimonianza delle varie piramidi dalla tipica forma triangolare.

Lo stile dell’arte egizia é pressoché spontaneo nei movimenti, nonostante conservi una propria caratteristica originale prestabilita a schemi piuttosto fissi, specie all’inizio della civiltà, e scevro da influenze esterne. Il senso estetico era fortemente avvertito e la natura, in tutte le sue forme, specie e caratteristiche, rappresentava un’inesauribile fonte d’ispirazione. L’arte egizia trova la sua completa rivelazione nel mero simbolismo, trasfigurato dalla realtà tradotta in chiave poetica e ideale, ampiamente diffusa nelle iconografie, derivante da un elevato valore della spiritualità, manifestato altresì nell’espressione ideografica. L’uso della scrittura geroglifica risulta oggi un’immensa fonte d’informazione per gli archeologi che ne studiano costantemente la cultura, le tradizioni e le usanze, poiché gli Egizi avevano l’abitudine di trascrivere gli eventi più significativi del loro vissuto che, grazie all’ausilio delle pitture murali, delle sculture, dei manufatti e dei reperti del vestiario, hanno consentito di apprendere tutti gli aspetti salienti della vita condotta nell’antico Egitto faraonico durante quei tremila anni di storia del fantastico periodo dinastico. Ma, come in ogni civiltà intensamente legata alle convenzioni, l’artista delle pitture murali era costretto all’osservanza di taluni regole prestabilite e quindi condotto all’uso di una linea prettamente stilizzata dato che anche la figurazione artistica  tendeva a compiacere il dio piuttosto che a divulgare una mera rappresentazione realistica.

a cura di Marius Creati

 

“Vivere non conviene. Esistere non basta” di Alessandra Di Gregorio, Rupe Mutevole Edizioni

“Mi attacco alle cose per sopperire a una grave mancanza di valori. Affido agli oggetti l’arduo compito di consolarmi nei momenti di panico e sfiducia nei rapporti interpersonali, e li prego di mettermi al riparo dalle possibili delusioni provenienti da un mondo che prima ti abbaglia e poi ti rinnega.”

Il rapporto della protagonista con gli oggetti si nutre di sentimento in questo caso. La donna, fin troppo sensibile per i cambiamenti umorali delle persone, affida il suo sentire all’immutabile e concreto. Le relazioni, dunque, non iniziamo mai con una totale franchezza e sicurezza d’animo in quanto l’ombra della delusione si affianca ad ogni momento trascorso. L’oggetto in se non tradisce e non muta la sua funzione nella vita della protagonista.

“Vivere non conviene. Esistere non basta”, edito nel 2009 dalla casa editrice Rupe Mutevole Edizioni nella collana “Heroides”,  rivela sin dal sottotitolo “Diario di portatrici sane di sentimento” la sua forza e la sua determinazione di autenticità. L’autrice, Alessandra Di Gregorio, nello stesso anno pubblica per la casa editrice Il Ciliegio due libri “L’analisi della conversazione in chat” e “Vanessa – Storia di una metamorfosi”. “Vivere non conviene. Esistere non basta” consta di 71 pagine ed è diviso in undici capitoli di diversa estensione, il libro è dedicato a Francesca e Cristina. È una pubblicazione che attraversa diversi stili prosastici, infatti, ritroviamo la lettera, il diario personale ed il discorso diretto. Protagoniste sono due donne, Lara e Giada.

Il primo capitolo si apre con il rimarcare un duro addio, due lettere che ci offrono sin da subito un’emozione e la chiarificazione di una situazione particolare: l’amore concluso fra due donne, fra due amiche. Il lettore non sapendo ancora l’evoluzione della relazione viene fortemente trasportato con trepidazione. Cos’è accaduto fra le due? Chi ha posto fine al rapporto e soprattutto perché? Alessandra Di Gregorio ha creato un continuum narrativo funzionante che riesce in ogni capitolo ad sbalordire con gli excursus filosofici e con risposte possibili a diverse domande che ognuno di noi si è posto.

“La vita mi guizza dentro come una spinta a una pericolosa china. Inciampa sui miei stessi piedi, e non si cura d’essere terribile e sfrontata verso me che le do substrato utile alla sopravvivenza. La vita era palpabile, lì alla finestra dei sogni, e noi eravamo oscene e felici, perché nessuno ci diceva in che quantità amare, e ci amavamo e basta.
Così come veniva.
Così come ci era dato di fare.
Così com’era giusto venisse fatto.”

Una grande consapevolezza d’amore e di libertà nel rapporto ma non solo. Lara sostiene in questa citazione qualcosa che dovrebbe valere per tutti i rapporti: nessuno ha il diritto di sindacare sulla quantità d’amore. Non abbiamo a che fare, infatti, con la sterilità di un rapporto ma le due donne, che manifestano caratteri estremamente diversi, sono tuttavia in balia degli eventi malgrado siano dotate di un altissimo pensiero morale.

“Non ero felice perché vagavo addosso a me stessa senza realmente capire il giusto valore del contatto. Perché l’amore non si inventa né lo si partorisce. E io non ero una portatrice sana di alcun sentimento. In quanto ignara.”

Lascio link utili per visitare il sito della casa editrice e per ordinare il libro.
http://www.rupemutevoleedizioni.com/
http://www.reteimprese.it/rupemutevoleedizioni
http://www.facebook.com/pages/Ufficio-Stampa-Rupe-Mutevole/126491397396993

Alessia Mocci
Responsabile Ufficio Stampa Rupe Mutevole Edizioni

Fonte: Oubliettemagazine

 

Location d’eccezione al party di Venduto 2

Si è svolta ieri sera la seconda edizione di Venduto, evento che torna ad unire arte e musica in una serata di festa e una location milanese d’ eccezione. Non un locale pettinato, non una galleria d’ arte, ma un luogo ex-industriale della città, già venduto ma non ancora ristrutturato, che viene temporaneamente occupato e ridisegnato dall’ esposizione di giovani artisti contemporanei, cocktail bar e dj set. Il luogo scelto diventa parte integrante dell’ installazione e dello scouting di artisti e creativi che dialoghino con la struttura stessa.
Venduto è un’ associazione culturale no profit  fondata da Antonio Ponti, Barbara Crimella e Roberta Molin Corvo: il loro intento è appunto quello di proporre su Milano delle manifestazioni culturali legate a tematiche urbanistiche date presentando una selezione di artisti nazionali e internazionali. La prima edizione dell’ evento si è svolta lo scorso 19 Novembre e ha riscontrato un grande successo, facendo incontrare tra vernissage e dj set circa 2500 persone. Quest’ anno gli organizzatori hanno scelto di ambientare la manifestazione in Via Orobia 15, in Zona Ripamonti, in un luogo che presto verrà trasformato in qualcos’altro, una serie di spazi chiusi posizionati a U affacciati su un ampio cortile interno per circa 2000 mq di spazio totale. L’evento, iniziato alle ore 16.00 con la mostra degli artisti ha poi proseguito con il party dalle ore 22 fino al mattino, dove noi di NoisyMag ovviamente eravamo presenti:)
Gli artisti presentati erano 14: Barbara Crimella, Bruno Hadjadj,  Claudio Onorato, Eco-Concept di Fabio Covizzi, Enrico Bressan, Gian Piero Gasparini, Giorgio Brogi, Guido Airoldi, Maria e Lupo, Marko Lipus, Nick Ajolas (MostraMi), Paolo Regis, U252, UN-LEGOL.
Mentre per la scena musicale si sono alternati ben 8 dj: Edgar Drake, Andrea Anedda International, May Day, Madame Betty Dee Jay, XXX, Pascal, Fede Bi e Nicco.

I quadri di Barbara Crimella sono dipinti su stoffa: una tela sbiadita che diventa per l’ artista un sudario su cui trasferire le proprie emozioni, la stoffa appare colorata dal tè, come a volerla invecchiare, sulla cui superficie macchie di colore creano figure umane, dalle chiome fulve come gli stessi capelli dell’artista che dice: “Capelli che diventano al tempo stesso elemento di seduzione che pervadono la figura, sangue per la sofferenza e i pensieri, che si perdono con il fondo in cotone entro cui mi sento sommersa“.

Seduti su dei divanetti realizzati da bancali di legno con materassini e grossi cuscini bianchi alziamo lo sguardo e rimaniamo affascinati da leggerissimi ”quadri” realizzati in cartoncini neri intagliati a laser che rappresentano strane creature acquatiche, insetti accanto ad architetture imponenti che creano composizioni vitali, dinamiche, fantasiose e illogiche che ricordano un po’ Escher. Sono le opere di Claudio Onorato, artista milanese classe 1967, nasce architetto e lavora da più di vent’ anni nel mondo dell’arte tra pittura, scultura e installazione, lavorando spesso con materiali poveri o di recupero. Le sue sono opere leggerissime, delicate che interagiscono cone le luci dell’ambiente in cui vengono posti e ammaliano gli spettatori.

Arredi realizzati con coloratissime assi di legno riciclate, provenienti da vecchi templi e abitazioni dell’ arcipelago indonesiano: queste le creazioni Eco- Concept di Fabio Covizzi. Un progetto nato per caso da un viaggio dell’ artista a Bali, luogo che lo ha fatto riflettere sui bisogni quotidiani di chi è meno fortunato di noi. Si riscoprono così materiali poveri ma densi di significato ed emozioni che creano pezzi unici e inimitabili. Inoltre una parte delle vendite di questi oggetti vengono devoluti dall’ artista a Kichanga Foundation, per la realizzazione di progetti di sviluppo sostenibile per l’ infanzia e le comunità locali di due villaggi indonesiani.
Le opere degli artisti diventano quindi parte integrante del party, fruibili in un contesto più accessibile, di svago, che riesce a catturare un pubblico più ampio, incuriosendolo con video, installazioni, oggetti disposti nel cortile, e nelle pareti di quella che per una sera diventa una sala di una discoteca o un bar, ma anche la parete di una galleria prima di trovare una nuova destinazione.

Fonte: Noisymag

 

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