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“La torre” di William Butler Yeats

La torre

 

I.

 

Che cosa devo fare di questo assurdo,

O cuore, o cuore turbato, di questa caricatura,

Dell’età decrepita che m’è stata legata

Come alla coda d’un cane?

Mai io ebbi

Più eccitata, più appassionata, più immaginosa

Fantasia, né orecchio, né occhio

Che più si aspettassero l’impossibile,

No, nemmeno nell’infanzia, quando con lenza e insetto,

O con il più umile verme, salivo il dorso del Ben Bulben

E avevo tutta la lunga giornata d’estate davanti a me.

Sembra ch’io debba invitare la Musa a far fagotto,

Scegliere Platone e Plotino per amici

Finché la fantasia e l’orecchio e l’occhio

Imparino ad accontentarsi di disquisizioni e occuparsi

Di cose astratte; o essere deriso da

Una sorta d’ammaccato pentolino alle calcagna.

 

II

 

Cammino sulla merlata e guardo

Le fondamenta d’una casa, o dove

Albero, simile a un dito fuligginoso, sorge dalla terra;

 

E spiego la fantasia

Sotto il raggio declinante del giorno, e chiamo

Immagini e memorie

Dal rudere e dagli alberi antichi,

Perché vorrei fare una domanda a essi tutti.

 

Dietro quel crinale stava la Signora French, e una volta,

Quando ogni candeliere d’argento o doppiere

Illuminavano il mogano oscuro e il vino,

Un servo, capace di divinare

Ogni desiderio di quella onoratissima signora,

Corse, e con le cesoie del giardiniere

Mozzò le orecchie d’un fattore impertinente

E le portò a lei in un piattino coperto.

 

Alcuni ricordavano ancora, quand’ero giovane,

Una contadinella celebrata in una canzone,

Vissuta in qualche parte di quei luoghi rocciosi,

E lodavano il colore del suo volto,

E trovavano più gioia nel lodarla,

Ricordando che, s’ella vi passava,

I fattori s’accalcavano alla fiera,

Tanto furore conferiva il canto.

 

E alcuni, esaltati dalle rime,

E dall’aver brindato in suo onore venti volte,

Si levavano dal tavolo e proclamavano giusto

Di mettere la loro fantasia alla prova degli occhi

Ma scambiavano la luce della luna

Per la prosaica luce del giorno –

La musica li aveva dissennati –

E uno di essi annegò nella grande palude di Cloone.

 

Strana cosa, ma l’uomo che compose il canto era cieco;

Tuttavia, a ripensarci, non trovo

La cosa affatto strana; la tragedia cominciò

Con Omero, ch’era cieco,

Ed Elena ha tradito tutti i cuori viventi.

Oh, possano la luna e la luce del sole sembrare

Un solo raggio inestricabile,

Perché se io trionfo farò impazzire gli uomini.

 

E io stesso ho creato Hanrahan

E l’ho fatto uscire ebbro o sincero nell’alba

Da un qualche luogo delle case vicine.

Irretito dai malefizi d’un vecchio

Incespicò, capitombolò, brancicò qua e là,

E n’ebbe in compenso le ginocchia rotte

E un orrendo splendore di desiderio;

Tutto questo immaginai vent’anni fa:

 

Alcuni buoni diavoli mescolavano carte in un cortile antico;

E quando fu la volta di quel vecchio cialtrone

Egli così stregò le carte sotto il pollice

Che tutte meno una sola divennero

Una muta di cani e non un mazzo di carte,

E quella egli trasformò in lepre.

Hanrahan si levò come invasato

E seguì gli animali latranti verso…

 

Ahimé, ho dimenticato verso che cosa… basta!

Devo far parola d’un uomo che né amore

Né musica né l’orecchio mozzo d’un nemico

Potevano, tanto era angosciato, rallegrare;

Un personaggio divenuto a tal punto favoloso

Che nessuno è rimasto a raccontare

Quando finisse i suoi giorni da cane:

Un vecchio padrone di questa casa andato in rovina.

 

Prima di quel crollo, per secoli,

Rozzi armigeri, con i legacci incrociati sino al ginocchio,

O calzati di ferro, salivano le strette scale,

E certi armigeri v’erano,

La cui parvenza, riposta nella Grande Memoria,

Viene con alto grido e petto ansimante

A rompere il riposo d’un dormiente

Mentre grossi dadi di legno battono sul tavolo.

 

Poi che tutti io vorrei interrogare, venga ognuno che può;

Venga il vecchio bisognoso sopra il suo ronzino;

E porti il cieco fantasioso laudatore della bellezza;

L’uomo rosso che il giocoliere mandò

Attraverso campi abbandonati da Dio; la Signora French,

Dotata d’un orecchio cosí fine;

L’uomo annegato nel fango d’una palude,

Quando muse beffarde scelsero la contadinella.

 

Tutti i vecchi e le vecchie, e ricchi e poveri,

Che calcarono queste rocce o varcarono questa porta,

Imprecarono, in pubblico o in segreto,

Come io ora faccio, contro la vecchiezza?

Ma ho trovato una risposta in quegli occhi impazienti d’andar via;

Andate, dunque; ma lasciate Hanrahan,

Poiché ho bisogno di tutte le sue possenti memorie.

 

Vecchio vizioso con un amore in ogni vento,

Evoca da quella tua profonda mente sagace

Tutto ciò che hai scoperto nella tomba,

Perché di sicuro tu hai

Calcolato ogni imprevista, cieca

Caduta, allettato da un occhio suadente,

O da un tacco o un sospiro,

Nel labirinto d’un’altra creatura;

 

Si sofferma di più la fantasia

Sopra una donna avuta o una donna perduta?

Se sopra la perduta, ammetti che tu ti scostasti

Da un grande labirinto per orgoglio, Codardia, qualche sciocco pensiero troppo scaltro,

O quel che un tempo si chiamò coscienza

E che se il ricordo, ricorra, il sole

Entra in eclissi e il giorno è cancellato.

 

III.

 

E’ tempo ch’io faccia testamento;

Scelgo uomini ritti in piedi

Che risalgono i torrenti sin dove

Sgorga la polla, e all’alba

Gettino la lenza a fianco

Della pietra stillante; dichiaro

Ch’essi dovranno essere eredi del mio orgoglio,

Orgoglio di gente che non era

Legata né a Causa né a Stato,

Non a schiavi sputacchiati,

Né a tiranni che sputavano;

Della gente di Burke e di Grattan,

Che dava, sebbene libera di rifiutare..

Orgoglio, pari a quello del mattino,

Quando la luce precipita è sciolta,

O del corno favoloso,

O dell’acquazzone improvviso

Quando tutti i torrenti sono secchi,

O dell’ora

Che il cigno deve fissare l’occhio

Sopra un barlume che svanisce,

Remigare sopra un lungo

Ultimo tratto di fiume scintillante,

E lì cantare il suo ultimo canto.

E dichiaro la mia fede:

Irrido al pensiero di Plotino

E grido in faccia a Platone

Che vita e morte non furono

Fin che l’uomo non creò il tutto,

Armi e bagaglio,

Dalla sua anima amara,

Sì, sole e luna e Stella tutto,

E aggiungete a questo ancora

Che, morti, noi sorgiamo,

Sognamo e così creiamo

Il Paradiso translunare.

Ho preparato la mia pace

Con dotti cimeli italiani

E le orgoglioso pietre della Grecia,

Fantasie di poeta

E memorie d’amore,

Memorie di parole di donne,

E tutte le cose di cui

L’uomo fa un sovrumano

Sogno a somiglianza di specchio.

 

Come nella feritoia lassù

Le cornacchie ciarlano e stridono,

E accumulano ramoscelli, strato su strato.

Quando saranno ben alti,

La cornacchia madre poserà

Sulla concava cima,

E in tal modo, riscalderà il suo nido selvaggio.

 

Lascio la fede e l’orgoglio

Ai giovani ritti in piedi

Che salgono il fianco della montagna

Per gettare nell’onda un insetto

Allo scoppiare dell’alba;

Anch’io foggiato di quel metallo

Sin ch’esso fu spezzato

Da quest’arte sedentaria.

 

Ora farò la mia anima,

Costringendola a studiare

In una dotta scuola

Sin che il naufragio del corpo,

Il lento decadere dei sangue,

Lo stizzoso delirio

O l’ottusa decrepitezza,

O qualsiasi peggior male possa venire

La morte degli amici, o la morte

D’ogni occhio scintillante

Che mozzava il fiato in gola –

Paiano non altro che nubi del cielo

Quando l’orizzonte svanisce;

O il grido sonnacchioso d’un uccello

Tra l’ombre che s’addensano.

 

William Butler Yeats

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