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Archive for April 9, 2011

LEGOtron, fotocamera da maneggiare con cura

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Mentre la maggior parte delle persone sono felici edificando castelli, astronavi e automobili impiegando semplici mattoncini della LEGO, il fotografo Cary Norton alza la posta e realizza un singolare fotocamera a pellicola da 127 millimetri 4×5 (formato medio), tramite l’assemblaggio di mattoncini giocattolo.

La struttura generale è abbastanza semplice, ma é necessario salvare o acquistare l’attrezzatura fotografica al fine di completarne la costruzione. L’obiettivo é possibile acquistarlo su eBay per circa $40 in modo da non intaccare le proprie risorse in banca.

Lo stupore sussiste nel constatare che questo suppellettile bizzarro riesca effettivamente a scattare delle foto, ma a quanto pare funziona davvero. L’unica domanda sorge spontanea… Ho abbastanza mattoni pronti all’uso per realizzarne una a modo mio?

by Marius Creati

 

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I Medi ed i Persiani (parte II)

April 9, 2011 2 comments

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Gran parte delle testimonianze rinvenute dal passato sulla civiltà persiana provengono dalle città di Susa e di Persopoli, che al tempo fu il più grande centro dell’impero.

Nel VI secolo a.C., periodo di importanza cruciale per indicare l’inizio dell’impero persiano nascente, la veste risulta estremamente semplice rispetto al costume assiro, ma dalla linea più sciolta e dal movimento delle vesti e dei drappeggi più morbido, consistente in due rettangoli di tessuto cuciti lateralmente dalla vita in giù, verso l’orlo, lunghe maniche voluminose sfruttanti abilmente l’ampiezza del tessuto, solitamente decorate pesantemente, e una fessura lasciata aperta in alto per consentire il passaggio della testa. L’indumento era trattenuto da una cintura allacciata al di sotto del torace. Un tipico esempio è visibile nel fregio di mattoni vetrificati, rinvenuti nella città di Susa (foto parte I), raffiguranti gli arcieri della guardia reale, nel quale è facilmente intuibile il modo di abbigliarsi dell’epoca, ma possibilmente percepibile la vastità dei colori adottati nel vestiario e la magnificenza dei tessuti raffigurati. Si notano inoltre disegni geometrici e rosette nelle decorazioni e la predominanza del giallo, del marrone, dell’ocra, del porpora e del blu nell’uso del colore. Gli indumenti delle classi sociali elevate erano semplicemente ritoccate per apparire più eleganti e raffinate.

In seguito l’abbigliamento di base si evolve diventando piuttosto articolato rispetto al passato. I Persiani adottano la kandis assimilata dal popolo assiro, ma abilmente modellata e cucita in modo da risultare più aderente sul busto, dai colori vivaci e variegati, caratterizzata da ampie maniche lunghe a saio, un’evoluzione anch’esse del precedente indumento assiro, nelle quali solitamente aggiungono un inserto di tessuto a forma di cono sezionato, dal gomito verso il basso, sul lato esterno di ciascun lato. Al di sopra indossano un soprabito talare più semplice lungo fino alla caviglia, una sorta di kandis più elementare, spesso con i lembi gettati sulle spalle e indossato senza infilare le braccia nelle maniche. Una novità assoluta rispetto alle civiltà precedenti era l’uso di calzoni, ovviamente aderenti, chiamati anaxyrides, in realtà particolari brache indossate al di sotto delle due tuniche e  infilate negli stivaletti alti fino alla caviglia o nei semplici calzari chiusi rasoterra.

L’indumento militare rispecchia pienamente la medesima foggia, ma con alcune lievi sfumature. Una lunga e ampia kandis di lana è indossata come sopravveste, con le maniche ampie a saio, dal gomito verso il basso, semplicemente scivolata sul corpo o addirittura ampiamente drappeggiata dalla vita in giù per conferire maggiore ampiezza nei movimenti; una seconda kandis sottostante indossata al di sopra dei calzoni, dalla linea più diritta e sciancrata e con maniche aderenti. Brache a guisa di calze indossate sotto le due tuniche. L’esercito persiano era composto da un miriade immensa di soldati, suddivisi per etnia, dai costumi militari dai colori variopinti: i Medi indossavano tuniche scarlatte di media lunghezza adorne d’oro, gli Arabi preferivano lunghi camici di lana, gli Assiri adottavano una divisa più sobria con tuniche corte al ginocchio protetti da corazze di lino imbottite ed elmo scintillante, gli Etiopi erano coperti di pelli ferine e armati di clava, i Colchi abiti succinti dal casco di legno, i Traci simile divisa militare dal berretto di pelo di volpe. Durante le battaglie i fanti persiani coprivano il petto con corazze di metallo a difesa del torace, le gambe e i piedi protetti dai calzoni di cuoio e combattevano con uno scudo di vimini, un corto giavellotto, un arco con frecce e un pugnale sospeso alla cintura.

Una sottigliezza importante da non dimenticare in riferimento al costume persiano è riscontrabile nel comportamento di estrema raffinatezza dei singoli individui, i quali per primi adottano l’uso di guanti, mutande e calze.

a cura di Marius Creati

 

“La torre” di William Butler Yeats

La torre

 

I.

 

Che cosa devo fare di questo assurdo,

O cuore, o cuore turbato, di questa caricatura,

Dell’età decrepita che m’è stata legata

Come alla coda d’un cane?

Mai io ebbi

Più eccitata, più appassionata, più immaginosa

Fantasia, né orecchio, né occhio

Che più si aspettassero l’impossibile,

No, nemmeno nell’infanzia, quando con lenza e insetto,

O con il più umile verme, salivo il dorso del Ben Bulben

E avevo tutta la lunga giornata d’estate davanti a me.

Sembra ch’io debba invitare la Musa a far fagotto,

Scegliere Platone e Plotino per amici

Finché la fantasia e l’orecchio e l’occhio

Imparino ad accontentarsi di disquisizioni e occuparsi

Di cose astratte; o essere deriso da

Una sorta d’ammaccato pentolino alle calcagna.

 

II

 

Cammino sulla merlata e guardo

Le fondamenta d’una casa, o dove

Albero, simile a un dito fuligginoso, sorge dalla terra;

 

E spiego la fantasia

Sotto il raggio declinante del giorno, e chiamo

Immagini e memorie

Dal rudere e dagli alberi antichi,

Perché vorrei fare una domanda a essi tutti.

 

Dietro quel crinale stava la Signora French, e una volta,

Quando ogni candeliere d’argento o doppiere

Illuminavano il mogano oscuro e il vino,

Un servo, capace di divinare

Ogni desiderio di quella onoratissima signora,

Corse, e con le cesoie del giardiniere

Mozzò le orecchie d’un fattore impertinente

E le portò a lei in un piattino coperto.

 

Alcuni ricordavano ancora, quand’ero giovane,

Una contadinella celebrata in una canzone,

Vissuta in qualche parte di quei luoghi rocciosi,

E lodavano il colore del suo volto,

E trovavano più gioia nel lodarla,

Ricordando che, s’ella vi passava,

I fattori s’accalcavano alla fiera,

Tanto furore conferiva il canto.

 

E alcuni, esaltati dalle rime,

E dall’aver brindato in suo onore venti volte,

Si levavano dal tavolo e proclamavano giusto

Di mettere la loro fantasia alla prova degli occhi

Ma scambiavano la luce della luna

Per la prosaica luce del giorno –

La musica li aveva dissennati –

E uno di essi annegò nella grande palude di Cloone.

 

Strana cosa, ma l’uomo che compose il canto era cieco;

Tuttavia, a ripensarci, non trovo

La cosa affatto strana; la tragedia cominciò

Con Omero, ch’era cieco,

Ed Elena ha tradito tutti i cuori viventi.

Oh, possano la luna e la luce del sole sembrare

Un solo raggio inestricabile,

Perché se io trionfo farò impazzire gli uomini.

 

E io stesso ho creato Hanrahan

E l’ho fatto uscire ebbro o sincero nell’alba

Da un qualche luogo delle case vicine.

Irretito dai malefizi d’un vecchio

Incespicò, capitombolò, brancicò qua e là,

E n’ebbe in compenso le ginocchia rotte

E un orrendo splendore di desiderio;

Tutto questo immaginai vent’anni fa:

 

Alcuni buoni diavoli mescolavano carte in un cortile antico;

E quando fu la volta di quel vecchio cialtrone

Egli così stregò le carte sotto il pollice

Che tutte meno una sola divennero

Una muta di cani e non un mazzo di carte,

E quella egli trasformò in lepre.

Hanrahan si levò come invasato

E seguì gli animali latranti verso…

 

Ahimé, ho dimenticato verso che cosa… basta!

Devo far parola d’un uomo che né amore

Né musica né l’orecchio mozzo d’un nemico

Potevano, tanto era angosciato, rallegrare;

Un personaggio divenuto a tal punto favoloso

Che nessuno è rimasto a raccontare

Quando finisse i suoi giorni da cane:

Un vecchio padrone di questa casa andato in rovina.

 

Prima di quel crollo, per secoli,

Rozzi armigeri, con i legacci incrociati sino al ginocchio,

O calzati di ferro, salivano le strette scale,

E certi armigeri v’erano,

La cui parvenza, riposta nella Grande Memoria,

Viene con alto grido e petto ansimante

A rompere il riposo d’un dormiente

Mentre grossi dadi di legno battono sul tavolo.

 

Poi che tutti io vorrei interrogare, venga ognuno che può;

Venga il vecchio bisognoso sopra il suo ronzino;

E porti il cieco fantasioso laudatore della bellezza;

L’uomo rosso che il giocoliere mandò

Attraverso campi abbandonati da Dio; la Signora French,

Dotata d’un orecchio cosí fine;

L’uomo annegato nel fango d’una palude,

Quando muse beffarde scelsero la contadinella.

 

Tutti i vecchi e le vecchie, e ricchi e poveri,

Che calcarono queste rocce o varcarono questa porta,

Imprecarono, in pubblico o in segreto,

Come io ora faccio, contro la vecchiezza?

Ma ho trovato una risposta in quegli occhi impazienti d’andar via;

Andate, dunque; ma lasciate Hanrahan,

Poiché ho bisogno di tutte le sue possenti memorie.

 

Vecchio vizioso con un amore in ogni vento,

Evoca da quella tua profonda mente sagace

Tutto ciò che hai scoperto nella tomba,

Perché di sicuro tu hai

Calcolato ogni imprevista, cieca

Caduta, allettato da un occhio suadente,

O da un tacco o un sospiro,

Nel labirinto d’un’altra creatura;

 

Si sofferma di più la fantasia

Sopra una donna avuta o una donna perduta?

Se sopra la perduta, ammetti che tu ti scostasti

Da un grande labirinto per orgoglio, Codardia, qualche sciocco pensiero troppo scaltro,

O quel che un tempo si chiamò coscienza

E che se il ricordo, ricorra, il sole

Entra in eclissi e il giorno è cancellato.

 

III.

 

E’ tempo ch’io faccia testamento;

Scelgo uomini ritti in piedi

Che risalgono i torrenti sin dove

Sgorga la polla, e all’alba

Gettino la lenza a fianco

Della pietra stillante; dichiaro

Ch’essi dovranno essere eredi del mio orgoglio,

Orgoglio di gente che non era

Legata né a Causa né a Stato,

Non a schiavi sputacchiati,

Né a tiranni che sputavano;

Della gente di Burke e di Grattan,

Che dava, sebbene libera di rifiutare..

Orgoglio, pari a quello del mattino,

Quando la luce precipita è sciolta,

O del corno favoloso,

O dell’acquazzone improvviso

Quando tutti i torrenti sono secchi,

O dell’ora

Che il cigno deve fissare l’occhio

Sopra un barlume che svanisce,

Remigare sopra un lungo

Ultimo tratto di fiume scintillante,

E lì cantare il suo ultimo canto.

E dichiaro la mia fede:

Irrido al pensiero di Plotino

E grido in faccia a Platone

Che vita e morte non furono

Fin che l’uomo non creò il tutto,

Armi e bagaglio,

Dalla sua anima amara,

Sì, sole e luna e Stella tutto,

E aggiungete a questo ancora

Che, morti, noi sorgiamo,

Sognamo e così creiamo

Il Paradiso translunare.

Ho preparato la mia pace

Con dotti cimeli italiani

E le orgoglioso pietre della Grecia,

Fantasie di poeta

E memorie d’amore,

Memorie di parole di donne,

E tutte le cose di cui

L’uomo fa un sovrumano

Sogno a somiglianza di specchio.

 

Come nella feritoia lassù

Le cornacchie ciarlano e stridono,

E accumulano ramoscelli, strato su strato.

Quando saranno ben alti,

La cornacchia madre poserà

Sulla concava cima,

E in tal modo, riscalderà il suo nido selvaggio.

 

Lascio la fede e l’orgoglio

Ai giovani ritti in piedi

Che salgono il fianco della montagna

Per gettare nell’onda un insetto

Allo scoppiare dell’alba;

Anch’io foggiato di quel metallo

Sin ch’esso fu spezzato

Da quest’arte sedentaria.

 

Ora farò la mia anima,

Costringendola a studiare

In una dotta scuola

Sin che il naufragio del corpo,

Il lento decadere dei sangue,

Lo stizzoso delirio

O l’ottusa decrepitezza,

O qualsiasi peggior male possa venire

La morte degli amici, o la morte

D’ogni occhio scintillante

Che mozzava il fiato in gola –

Paiano non altro che nubi del cielo

Quando l’orizzonte svanisce;

O il grido sonnacchioso d’un uccello

Tra l’ombre che s’addensano.

 

William Butler Yeats

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La scissione dell’io, “Orlanda” di Jacqueline Harpman

April 9, 2011 Leave a comment

“Io è un altro? Io è mille altri e giacché quest’io mi stanca, perché non posso abbandonarlo?”
Con questa semplice consapevolezza, Orlanda lascia il suo corpo per occuparne un altro.

“Orlanda” (traduzione a cura di Chiara Manfrinato, Voland srl, collana Amazzoni, pp. 256) è l’undicesimo libro della celebre scrittrice e psicoanalista belga Jacqueline Harpman. Voce narrante de “Orlanda” è la stessa scrittrice, la quale racconta due settimane di vita della sua eroina, la protagonista del libro.

È venerdì, ed Aline Berger aspetta da Parigi il treno per Bruxelles. Aline è un’insegnante di letteratura di circa trentacinque anni, siede composta nel bar di fronte alla Gare du Nord cercando di porre fine ad una caustica lettura, l’ “Orlando” di Virginia Woolf. Aline non ha mai amato la scrittrice inglese e si è pentita di aver dato libero arbitrio di scelta ai suoi studenti, ma è consapevole che non può negar loro la presentazione della semi biografia della Woolf. Aline è una donna rispettabile, bella, sempre attenta alle buone maniere ed alla buona impressione, decenni di proibizioni materne. È venerdì e qualcosa accade all’interno della mente di Aline, uno sguardo pudico ad un ragazzo seduto di fronte a lei ed una voce inizia a sussurrare. Non è Aline che parla, non è Aline il destinatario di quella voce che proviene dal suo corpo. Un solo attimo e qualcosa si è scisso all’interno della donna, appare un nuovo personaggio, una seconda Aline.

“E se cambiassimo sesso? Se ti lasciassi in custodia, anima timida, questo corpo di donna e andassi ad alloggiare in un ragazzo? Magari proprio quello che mi sta di fronte: è biondo, un po’ irsuto, ha lo sguardo furtivo, ma la bocca ampia e ferma rivela caparbietà. Una volta salda – o saldo? – nella sua testa, come mi appariresti? Credo che presto perderei interesse per te, perché senza il mio vigore, senza la mia rabbia e la mia forza, che talvolta ti fanno paura al punto da chiamarle violenza, saresti scialba, presto vinta, di sconfitta in sconfitta ti avvieresti a vivere un’esistenza gretta.”

La voce diviene più insistente, maggiormente consapevole di se e di ciò che vuol fare: abbandonare Aline, la prigioniera dall’ “anima timida”. Ciò che fugge via e si abbandona ad una nuova vita è una parte della donna, la parte che da sempre nasconde: la bambina che correva da maschiaccio e che guardava con curiosità il sesso maschile, la liceale che desiderava esser posseduta dall’amico del padre, la donna che non si concedeva agli uomini. All’arrivo nella mente del biondo ventenne, la fuggitiva non ha trovato ostacoli, l’anima del giovane era come assente e, per continuare a beffeggiare la sua carceriera decise di cambiare nome in Orlanda. Il significato del nome  si deve associare al libro della Woolf nel quale Orlando, il protagonista, dopo una lunga ed inspiegabile febbre diviene donna, ma non si sottrae alla sua denominazione.

Orlanda, nel corpo di Lucien Lefrène, ed Aline s’incamminano separatamente nella stessa direzione, nello stesso treno ma, mentre la composta Aline viaggia in prima classe, Orlanda ciondola tra i vari scompartimenti cercando di placare il suo appetito sessuale represso da tempo. La scissione delle due anime non provoca nei primi giorni alcun problema. Orlanda sconvolge la vita di Lucien: abbandona il lavoro, lascia la fidanzata e la madre inferma, sperpera i suoi risparmi in stanze d’albergo e ristoranti. Orlanda, però, non è soddisfatta ed il terzo giorno, decide di incontrare Aline. L’incontro provoca nelle due un principio, inconsapevolmente, di bisogno che scorterà il lettore – attraverso domande quali “Dov’è il mio altro me?”, “Per quanto tempo si serba memoria di se stessi?”, “Sono talmente eterosessuale che non riesco neppure a trovarmi di mio gradimento?” –  sino ad una tragica fine.

“Orlanda” è un’opera che, abilmente, nasconde attraverso le cornici della voce narrante e del doppio personaggio vasti excursus letterari e scientifici di notevole spessore ed interesse. Woolf, Proust, Balzac, Hugo, Shakespeare, Rostand, la metafisica, la fisica quantistica e la telepatia impreziosiranno il romanzo dando vita ad un dialogo tra realtà ed illusione, tra passato e presente, tra poetica e scienza. Decisamente consigliato.

La recensione è stata pubblicata in originale nel sito Sulromanzo.com, al seguente link:
http://sulromanzo.blogspot.com/2010/05/orlanda-di-jacqueline-harpman-la.html

Written by Alessia Mocci

Fonte: Oubliettemagazine

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“Le regole di Kaliel” di Francesco Borrasso

Di Francesco Borrasso.

Un autore indubbiamente nuovo, con uno stile accattivante e allo stesso tempo,delicato; uno scrittore “portatore” naturale di poetica espressione.
L’uso delle metafore è la particolarità di Borrasso che rende il romanzo ancora più suggestivo e spettacolare.
Lo scrittore, ci condurrà, pagina dopo pagina, proiettati verso la vita stessa, quella vita che è la filosofia dell’essenzialità, dove l’uomo è accompagnato dalle opportunità, dalle consuetudini, dagli intrecci che il vivere terreno spesso ci propina, gesti e azioni che spesso facciamo senza una ragione, senza una riflessione.
Un libro che è anche casualità se la casualità esiste.
Una storia, magistralmente scritta, tecnicamente filmabile, tanta è l’accuratezza dei particolari e delle situazioni che i protagonisti vivono anche nei propri ricordi, nei propri drammi, nelle proprie azioni.
Le vite di tre coppie, intrecciate da una trama ben costruita, descritta senza orpelli o banalità, una trama che conquisterà anche il lettore più distratto il tutto in una scrittura fluida, chiara, e mai appesantita da idiomi obsoleti.
Pagine narrate con ritmo incalzante, dove è possibile emozionarsi, dove i sentimenti avranno lo spazio fondamentale in un libro, dove ognuno di noi, potrà trovare parte di sé, della propria introspezione, del proprio ego più profondo; questo perché si parla di vita, di amori, di dolori, di rimembranze e di rimorsi, questo perché ci porta a pensare che ogni nostra azione, ogni nostro modo di agire, porta a delle cause-effetto.
Un libro scritto con intelligenza,con riflessione e una conoscenza degli aspetti psicologici dell’essere umano e del dualismo che egli ha dentro di sé, fatto di bene e di male, di spirito e di materia.
Tre coppie di giovani, un gioco, che Cristina chiederà di fare , uno specchio da portare in riva al mare, un particolare incontro che cambierà tutto e tutti.
Perché? chi è Kaliel che si presenta ai ragazzi? Qual è il suo compito?
Un Angelo? la coscienza?, la parte pensante di noi? o la verità?
Il senso di tale lettura, “esploderà” in un finale dove ogni lettore tirerà la propria conclusione, dove è però certo che ognuno di noi, rifletterà, penserà, e forse si aprirà quella porta spesso chiusa nella nicchia dell’anima, quella porta che spesso è nel buio più profondo dove galleggia una coscienza.
Un’ opportunità alla quale non dovremmo mancare di ascoltare. L’occasione di fare un proprio esame, quello della propria considerazione, in quella parte di noi che è egoista, edonista e a volte particolarmente sola. Forse Kaliel, in qualche modo è stato utile anche a noi.
Recensione a cura di Marzia Carocci a “Le regole di Kaliel”.

apollinaire.mc@libero.it

Fonte: Oubliettemagazine

“Open House”, thriller da urlo di Andrew Paquin, 2010

April 9, 2011 Leave a comment

Che cosa ci fanno i protagonisti del celebre telefilm sui vampiri “True Blood” in un film thriller sanguinolento? Beh, ora vi illustrerò alcune ipotesi.
“Open house” è una pellicola del 2010, made in Usa, diretta da  Andrew Paquin (1977). Andrew è al suo esordio nel cinema come regista ma non come parte attiva operante, infatti è stato il produttore di “Balkanization” del 2002, “My Feral lady” del 2005, “Blue State” del 2007, “Humanzee!” del 2008 e “New in Town” del 2009. Andrew è il fratello di Anna Paquin (1982), protagonista con la parte di Sookie Stackhouse in “True Blood”, e questo ci rivela già un arcano.
Anna è fiancheggiata nel film da Stephen Moyer (1969), il vampiro innamorato del telefilm americano. Amanti nel telefilm e marito e moglie nella realtà e quindi cognato del regista. Ma Andrew ha preferito per sorella e cognato una particina breve ed iniziale in “Open House”, infatti vengono subito uccisi brutalmente prima del decimo minuto. È o non è una trovata geniale inserirli nel cast? Vi chiederete: più notorietà per il film? Esatto!
“Open House” non è un film horror come erroneamente viene identificato ma un bel thriller mozzafiato o forse mozza-teste. Protagonista è una ragazza single di nome Alice (interpretata da Rachel Blanchard) che dopo la fine della relazione con Josh (interpretato da Stephen Moyer) decide di vendere la casa nella quale vivevano per cambiare vita e sentirsi libera dal ricordo.
Il film inizia proprio con un agente immobiliare, Karl, che mostra la casa ad una coppia, nel mentre si vede un’ombra, una presenza per pochi secondi. L’intruso è David (interpretato da Brian Geraghty), uno psicopatico spietato dal volto di pietra che si nasconde all’interno della casa nel seminterrato. La stessa notte Alice organizza una cena tra amici, tra questi c’è anche Jennie (interpretata da Anna Paquin). Nessuno sa di David. David durante la notte esce dal suo nascondiglio ed uccide Jennie. Imprigiona però Alice sedandola e nascondendola in una sorta di sottoscala. Nessun movente. Non si capisce il perché delle azioni di David ma dallo sguardo ben si nota la sua seria instabilità mentale.
Il giorno seguente sul tardi arriva una donna dal tacco altissimo, è Lila (interpretata da Tricia Helfer). Lila e David sono uniti da uno strano rapporto ed una passione per il sangue ed il peccato. Sarà Lila che ucciderà lo sfortunato ex di Alice durante un sensualissimo approccio nella vasca idromassaggio. Il rapporto che lega Lila e David è molto profondo, sembrano caratterialmente opposti, Lila è vivace, ride, scherza e vuole giocare con le sue prede. David è un pezzo di ghiaccio, meticoloso, ordinato e taciturno. Che cosa unisce i due? Sono amanti?
La risposta a questa domanda giunge durante una cena massacro organizzata da Lila. La donna si eccita solo se riesce ad uccidere la sua preda prima dell’atto sessuale della penetrazione. Nel mentre della cena racconta infatti una storiella per bambini nella quale due gemelli incontrano un essere vivente nel bosco che promette loro poteri sovrannaturali ma, è un inganno e lascia i due gemelli soli nell’oscurità del bosco senza che possano nemmeno iniziare una vita nuova amandosi per il vincolo di sangue. Ecco risolta la misteriosa relazione: David e Lila sono gemelli. Lila tiranneggia David per soddisfare la sua passione verso il sangue, David vorrebbe smettere o almeno ha un sentore di errore quando vede Alice. Per questo motivo salva la ragazza e la nasconde alla sorella.
E sarà un massacro artico e senza precedenti, ogni persona che per diverse ragioni entra in quella casa occupata dai due muore in brevissimo tempo. È importante notare l’uso del coltello, infatti, tutti muoiono o vengono feriti da una lama. L’atto del pugnalare è il vero orgasmo dei due assassini, chiunque si trovi nella loro strada (o casa) è pugnalato, poi fatto a pezzi con una sega e successivamente conservato in frigoriferi a tenuta stagna.
Paura? No, solo un bel po’ di suspense. Per i possibili spettatori  non affezionatevi a nessuna delle comparse iniziali perché moriranno tutte. Fate piuttosto il tifo per i cattivi!

Fonte: Oubliettemagazine

 

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“Una follia latente” di Francesco Elpidio Aimone

Francesco Elpidio Aimone “Una follia latente”
Romanzo Letture italiane GUIDA euro 15,00

Un romanzo che definirei “ un pugno al cuore”, un cammino profondo nella sofferenza,nel dolore acuto e incurabile che una famiglia si trova a vivere in un dramma dove la malattia entra sibilante e maligna a sconvolgere la normale esistenza di un nucleo completamente normale e impreparato ad un tale impegno emotivo, fisico e spirituale.

Una malattia che colpisce duramente il figlio del protagonista.
Tutto cambia, tutto si trasforma e la stessa interiorità ,emotività di Enrico, padre del ragazzo si modifica, si trasfigura, si altera.
Di fronte al dramma ,un’impotenza umana, cerca tutti i modi possibili ed immaginabili per poter cambiare il male, l’uomo cercherà la fede, la spiritualità ,non basterà e agirà nei modi che forse non avrebbe mai pensato di poter usare.
E’ palpabile la lotta interiore, la ripresa, la forza, ma si sentirà anche un’arresa, una rabbia , una stasi dei sensi,pause e quesiti.
L’incertezza che scoraggia l’uomo quando si trova a combattere qualcosa e qualcuno che non ha corpo. Il male fisico e dell’anima.
Nel libro si accavalleranno risme di emozioni, speranze, fede, ma anche arrese .
Una famiglia che non è più quello che era, una famiglia alla quale il male ha portato via la normalità, la serenità la certezza di un domani ,forse anonimo, ma regolare.
“Una follia latente” è un romanzo in un certo qual modo provocatorio, un romanzo che ci incita al pensiero, alla meditazione, alla riflessione:- come avremmo agito noi, nei panni del protagonista?-
Egli ci sfida ad intervenire nelle nostre coscienze e come monito ci dice chiaramente di non pretendere il bene dal prossimo ,se al prossimo non diamo noi stessi del bene.

Dal libro dell’autore:
La cattiveria non è solo la dura scorza dell’ignoranza.
E non dimenticare mai che “gli insoluti perché assassini” bombardano l’uomo a sua insaputa.

Francesco Elpinio Aimone è nato ad Atella di Napoli,risiede ad Ivrea.
Ha ricevuto diversi premi per la Poesia.
Nel 1979 ha pubblicato al raccolta “Solo canaglie”.

Per la narrativa ha ricevuto ventitré premi nazionali ed internazionali.

Written by Marzia Carocci

Fonte: Oubliettemagazine

“Sangue da non più barattare” di Dioydea (Daniela Fantini)

Sangue da non più barattare

 

A coltivar parole e vermi e spago

e corda, e vanto, il raccolto si fa

senza pensare ai giorni ricchi

senza più grovigli né censure

Tra l’assurdo del silenzio

e una portiera che sbattacchia

 

e… sangue, sangue, sangue, sangue

Sangue da barattare… ancora

Sangue. Mai vengono puniti

 

Tra i resti di carne sul piatto

e pace eterna in padella

Colombe, a metà derise

le ali che frustano il costato

sbattono prima sui vetri della coppa

A unguento d’aceto, le ferite

 

In oleati congegni sociali

saracinesche si abbassano

e danni a Donne a non finire

A più e più colpi a infierire

Sangue, sangue… Sangue.

E cani a sbranare in doppio petto

 

[e… sangue, sangue, sangue, sangue

Sangue da barattare… ancora

Sangue. Mai vengono puniti]

 

Fonte: Oubliettemagazine

 

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Intervista di Alessia Mocci a Pierluigi Porazzi ed al suo “L’ombra del falco”

Dai racconti al romanzo, Pierluigi Porazzi con il suo “L’ombra del falco”, edito nel 2010 presso la casa editrice  Marsilio editore, riesce a sconvolgere il pubblico con un cambio scena davvero inaspettato. Il protagonista di “L’ombra del falco” è un serial killer davvero particolare, astuto e senza scrupoli, un noir che si tinge di sangue e di horror.
Pierluigi, lavora a Trieste come avvocato ed ha pubblicato per la Campanotto Editore una raccolta di brevi racconti “La sindrome dello scorpione”.
L’autore è stato molto disponibile a rispondere ad alcune domande riguardo la sua pubblicazione e ci ha anche anticipato qual cosina delle sue idee per il futuro. Buona lettura!

A.M.: “L’ombra del falco” è il tuo primo romanzo? Quando e perché nasce l’idea di scriverlo?

Pierluigi Porazzi: L’idea di scriverlo nasce alcuni anni fa, quando ho pensato di cimentarmi nella stesura di un romanzo, dopo che per anni avevo scritto racconti brevi. Come genere, la scelta è caduta sul thriller in quanto è un genere che mi appassiona da lettore e che conosco bene. Quindi ho pensato alla trama e ho cercato di inventare un intreccio originale, con tutti gli elementi del genere che mi potrebbero interessare come lettore. In pratica, ho cercato di scrivere un tipo di romanzo che mi piacerebbe leggere.

A.M.: Oltre alla sostanziale differenza tra romanzo e racconto, in che cosa principalmente credi differisca “La sindrome dello scorpione” da “L’ombra del falco”?

Pierluigi Porazzi: Soprattutto come tematiche: i racconti contenuti ne “La sindrome dello scorpione” (molto brevi, a volte brevissimi) sono di genere simbolico – esistenziale. “L’ombra del falco”, pur essendo un romanzo in cui non mancano considerazioni sulla società contemporanea e sulla realtà che viviamo tutti i giorni, è un thriller/noir.

A.M.: Il tuo personaggio è un sadico serial killer. A quale presenza inquietante della letteratura potresti avvicinarlo?

Pierluigi Porazzi: A nessuna, proprio perché ho cercato di costruirlo in maniera originale, in modo che non fosse assimilabile ad altri serial killer della storia o della letteratura ma che allo stesso tempo fosse credibile e realistico.

A.M.: Pensi che il social network Facebook sia utile ai fini della trasmissione di interesse letterario?

Pierluigi Porazzi: Direi proprio di sì. È un mezzo molto utile per gli autori, far conoscere il proprio lavoro e la propria attività, e per i lettori e gli appassionati, che possono conoscersi e confrontarsi.

A.M.: Come ti trovi con la Marsilio Editore?

Pierluigi Porazzi: Benissimo fin dal primo momento. Mi sono sentito subito a mio agio, e considerato come un autore a tutti gli effetti, nonostante fossi un esordiente nel campo del romanzo.

A.M.: Hai già presentato ufficialmente il romanzo? Come sta reagendo il pubblico? È attivo?

Pierluigi Porazzi: Sì, l’ho presentato da fine febbraio in molte località, e lo sto presentando tuttora in alcune città. Il pubblico ha reagito bene, tanto che dopo solo un mese dall’uscita è già arrivato alla seconda edizione. Direi un ottimo risultato, e spero proprio che non si fermi ancora per un po’.

A.M.: Hai qualche novità per il 2011? Puoi anticiparci qualcosa?

Pierluigi Porazzi: Dovrei riuscire a scrivere un nuovo romanzo, sempre di genere thriller/noir, a cui sto lavorando, ma riguardo ai tempi di uscita credo che sia difficile che veda la luce già nel 2011. Ritorneranno alcuni personaggi de “L’ombra del falco”, ma non posso dire di più…

E così ci saluta Pierluigi, con una nota di mistero molto particolare: alcuni personaggi di “L’ombra del falco” torneranno in una futura pubblicazione. Che aspettate quindi a leggere “L’ombra del falco”?
Vi lascio alcuni link utili:
http://www.facebook.com/miusli#!/pierluigi.porazzi
http://www.myspace.com/pierluigiporazzi
http://www.marsilioeditori.it/autori/autore/2962-pierluigi-porazzi

Fonte: Oubliettemagazine

 

“La mia Waterloo Ventricolare” di Roberto Di Egidio, Neo Edizioni

“ci sono/ i magnati del petrolio/ i gabbiani che muoiono nel petrolio/ gli uomini che salvano i gabbiani che muoiono dal petrolio/ i primi/ alla loro morte/ si risvegliano in gabbiani/ i secondi/ diventano uomini che salvano gabbiani/ i terzi/ vengono portati su un altro pianeta/ come monoparticelle emozionali/ di una nuova vita che nasce” (“monoparticelle”)
“La mia Waterloo Ventricolare”, edito nel 2009 presso la casa editrice Neo Edizioni, è una pubblicazione che lascia il lettore estasiato dall’intelligenza presente nelle sue pagine. L’autore, Roberto Di Egidio, si cimenta in un lavoro estremamente pericoloso di poesia diversa da quella che per lo più si può leggere.

Roberto Di Egidio segue una sua peculiare poetica che vede una versificazione del tutto assente di punteggiatura, non troviamo infatti in nessuna occasione maiuscole, virgole, punti. Il concetto ed i versi si scindono in un ritmo ben scandito dalla brevitas e dall’ironia. I testi presentano un pregno senso di sagacia e di chiara interpretazione della società odierna, dei suoi piccoli dettagli.

“galleggia/ nella vasca da bagno/ in direzione della parte emersa/ delle mie ginocchia/ ribattezzate per l’occasione/ scilla e cariddi/ il flacone quasi vuoto dello shampoo/ ma il moto ondoso/ che ne accelera l’incedere/ non è provocato dai miei/ peraltro impercettibili movimenti/ quanto dal fenomeno sismico/ che da circa trenta secondi/ interessa buona parte del centro sud della penisola/ mia madre mi implora/ da dietro la porta/ di ripararmi sotto lo stipite/  prevenendo così le conseguenze/ di un imminente crollo/ ma io/ nemmeno le rispondo/ preso come sono/ dalle sorti di questo eroico naviglio di plastica/ prossimo ormai al baratro/ che si apre tra i due mostri” (“shampoo”)

“La mia Waterloo Ventricolare” consta di quattro capitoli ed una postfazione intitolata “Le poesie sono cefali”. Ogni capitolo, “Cefali”, “Il sesso, l’amore, l’odio e la mancanza”, “A”, “Haiku in versi liberi” estrinseca un approccio tematico differente mantenendo però lo stesso stile brillante e pulito che contraddistingue la poetica dell’autore. In “Cefali” ritroviamo le liriche semi serie che trattano argomenti limite con un approccio serioso ed aulico-post-moderno. In “Il sesso, l’amore, l’odio e la mancanza”, come suggerisce il titolo, è il sentimento amoroso l’oggetto di discussione, l’amore è descritto sempre in modo giocoso ma prettamente malinconico:

“ti ricordi come eravamo?/ tu scaricavi a 28 e otto/ ed io con te/ come due oscillatori/ vibravamo/ sincronizzati/ poi ti ha raggiunto quel tipo/ lui andava a 56/ e tu sei andata con lui/ adesso/ sono venuto a sapere/ che fa la fila/ dietro la vetrinetta/ di un dimenticatoio di seconda mano/ mentre tu/ te la fai con quel grosso router dell’hilton/ e tutte le periferiche/ giù nella hall/ pensandoti/ si sbrodolano” (“Amore a 28 e otto)

Il terzo capitolo “A” consta di venti dediche ad i più svariati personaggi, troviamo infatti con i titoli in minuscolo “a mia madre”, “ad antonella”, “a bo e luke”, “a bud powell e charlie parker”, “a buster keaton”, “a che guevara”, “a demetrio stratos”, “a giacomo leopardi”, “a giuseppe ungaretti”, “a goldrake”, “a italo calvino”, “a jelly roll morton”, “a pete townsend”, “a ringo starr”, “a robert johnson”, “a seville” (poesia scritta in spagnolo con traduzione), “a syd barrett”, “a sylvia saint”, “a valerio magrelli”, “a ludving wittgenstein”. Da ognuno di questi personaggi Di Egidio prende ispirazione trasformando un episodio della loro vita, una parabola, una poesia da loro scritta, un aneddoto curioso, un ringraziamento in geniali dediche.

Il quarto capitolo “Haiku in versi liberi” presenta ventiquattro raffinatissimi haiku ( componimento poetico nipponico formato da tre o cinque versi con cinque-sette-cinque sillabe) che tendono su argomenti prettamente antropologici e, da regola di haiku, naturali.

“se scavo nel mio fondo/ trovo una pala/ e voi che mi guardate” (“haiku n°7)

“mi taglio le unghie/ per fermare il tempo/ con la mano” (“haiku n°8)

La recensione è stata pubblicata in originale sul sito:
http://malicuvata.it/libri-degli-altri/-letti-nel-2010-/244-la-mia-waterloo-ventricolare-.html

Written by Alessia Mocci

Fonte: Oubliettemagazine

 

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