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Archive for April 7, 2011

“THX 1138”, prima prova fantascientifica di George Lucas, 1971

April 7, 2011 Leave a comment

Che George Lucas sia un grande regista è appurato da tempo. Ma è proprio questo “tempo” che ora andremo ad analizzare tra i suoi successi. Non è strano che uno dei suoi capolavori sia anche il suo primo lungometraggio.

George Lucas (1944) ha esordito come regista nel 1971 con il lungometraggio “THX 1138” è il primo lungometraggio di Lucas, il quale ne ha curato anche la sceneggiatura. Seguono nel 1973 “American Graffiti”, nel 1977 “Guerre stellari”, nel 1999 “Star Wars: Episodio I – La minaccia fantasma”, nel 2002 “Star Wars: Episodio II – L’attacco dei cloni”, nel 2005 “Star Wars: Episodio III – La vendetta dei Sith”.

“THX 1138” è conosciuto in Italia con il titolo “L’uomo che fuggì dal futuro”, è ispirato al cortometraggio del 1967 “Labirinto elettronico: THX 1138 4EB”. Il film è stato presentato nel 1971 alla Quinzaine des Réalisateurs del Festival di Cannes. Nel 2004 la pellicola è stata restaurata e rimontata.

Con “THX 1138” ci troviamo di fronte ad una realtà fantascientifica nella quale dopo una guerra nucleare l’uomo si è visto costretto ad instaurare un nuovo programma di vita. È il XXV secolo e l’umanità vive rifugiata in città sotterranee controllate dalle macchine. L’intento della nuova società è di tendere verso la perfezione, verso un diventare perfetto che non ammette sentimenti. Alla base ci stanno proprio i sentimenti frenati dell’umanità. Ogni essere umano è imprigionato in un meccanismo che non permette di compiere azioni non indotte dal programma giornaliero del lavoro. Per ottenere ciò l’umanità è costantemente sotto influsso di droghe molto forti che inibiscono completamente il ragionamento e che portano ad azioni prestabilite e controllate al secondo.

È un mondo diverso nel quale non è ammesso cogitare ed agire di propria iniziativa. La religione continua ad avere un ruolo importante nella vita dell’uomo, divenendo però anch’essa una macchina, le persone si rifugiano in stanze con l’immagine di Cristo ed un nastro registrato che ripropone sempre le stesse parole all’utente che si sfoga per il suo non essere completamente perfetto. Il controllo della mente avviene così senza che gli abitanti possano constatarlo. I sentimenti sono del tutto eliminati così come l’atto sessuale. La spersonalizzazione dell’individuo è altissima, non esistono i nomi propri che noi conosciamo ma sigle alfa numeriche che indicano la persona.

Protagonista del film è THX 1138 (interpretato da Robert Duvall). THX 1138 divide il suo appartamento con LUH 3417 (interpretata da Maggie McOmie). LUH 3417 è la prima ribelle della società, una sorta di autoconsapevolezza interna riesce a far sì che non siano più necessarie le pillole per vivere. LUH 3417 si rende conto dell’inganno della società e della falsa perfezione per la quale gli esseri umani sono diventati soltanto componenti di lavoro per la creazione di altre macchine che controllano la loro vita in ogni istante. La donna, scopertasi innamorata del suo compagno di stanza, cerca di liberare anche THX 1138 dalle pastiglie giornaliere. Riesce nell’impresa ed i due riscoprono l’atto sessuale. Ma ogni casa in ogni momento del giorno è controllata e la coppia sarà costretta a pagare questa ribellione.

I nomi dei due personaggi hanno una spiegazione, THX e LUH rappresentano il sesso e l’amore, una simbologia che ripercuote il sentimento della pellicola e la distanza dolorosa dei due dopo la scoperta del piacere.

Nel cast: Robert Duvall, Donald Pleasence, Don Pedro Colley, Maggie McOmie, Ian Wolfe, Marshall Efron, Sid Haig, John Pearce, Irene Forrest, Gary Alan Marsh, John Seaton, Eugene I. Stillman, Raymond Walsh, Johnny Weissmuller Jr.

Fonte: Oubliettemagazine

 

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“Nettare” di Siddharta-Asia Lomartire

Nettare

 

D’un colore vivace

m’ispira,

e trasale.

D’un sapore  rude,

giace,

in una bocca

che tramocca

di parole

che restano bloccate,

tra denti e saliva.

Resta silente,

a farmi compagnia

tra molteplici voci

che m’assalgono.

Nettare che mi nutri,

e veloce inondi

la mia essenza.

Sono qui ,

seduta,

e t’osservo gallegiare

in un bicchiere

che racchiude

l’intera mia coscienza.

 

Già edita su http://www.scrivere.info

http://www.scrivere.info/poeta.php?idautore=7521
2011 TUTTI I DIRITTI RISERVATI

 

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Italian Beauty (american beauty tribute) di Manuela Quatipua Collu

“Era una di quelle giornate in cui tra un minuto nevica. E c’è elettricità nell’aria. Puoi quasi sentirla… mi segui? E questa busta era lì; danzava, con me. Come una bambina che mi supplicasse di giocare. Per quindici minuti. È stato il giorno in cui ho capito che c’era tutta un’intera vita, dietro a ogni cosa.

E un’incredibile forza benevola che voleva sapessi che non c’era motivo di avere paura. Mai. Vederla sul video è povera cosa, lo so; ma mi aiuta a ricordare. Ho bisogno di ricordare. A volte c’è così tanta bellezza nel mondo, che non riesco ad accettarla… Il mio cuore sta per franare.”

Tratto da Ricky Fitts, American Beauty (S. Mendes, 1999)

Manuela Quatipua Collu: “Lo so è un giornale, non è una busta, ma mi ha dato la stessa frana intima che Ricky descrive in poche parole in quel film.(con dentro anche tanto Sartre)“

La foto “Ora come allora” è di Manuela Quatipua Collu (scatto milanese, come tributo al film di Mendes)

Contatti Manuela Quatipua Collu:

http://quatipua.tumblr.com/

ALL RIGHT RESERVEDThis photo CANNOT be reproduced, copied, edited, published, transmitted in any way without my permission.
TUTTI I DIRITTI RISERVATIQuesta foto NON PUO’ essere riprodotta, copiata, modificata, pubblicata, trasmessa in ogni modo senza il mio permesso.

Fonte: Oubliettemagazine

“Histrion” di Ezra Pound

Istrione

Nessuno ha mai osato scriverne,

eppure io so, come le anime dei grandi uomini

talvolta dimorano in noi,

e in esse noi siamo fusi, e non

salvando i riflessi di queste anime.

Così son Dante per un istante e sono

un certo Francois Villon, ladro e poeta

o sono come quei santi di cui non posso scrivere

per timore d’essere ascritto blasfemo contro il mio nome;

ciò per un attimo e la fiamma é andata.

.

Come se nel nostro bel mezzo ardesse una sfera

traslucida, oro fuso, il nostro “Io”

e in esso qualche forma s’infonde:

Cristo o Giovanni o anche il Fiorentino;

e come se il chiaro interstizio non é con ciò

un imposto della forma,

quindi desistiamo al presente

e questi, i Maestri dell’anima, perdurano.

Histrion

No man hath dared to write this thing as yet,

And yet I know, how that the souls of all men great

At times pass through us,

And we are melted into them, and are not

Save reflexions of their souls.

Thus am I Dante for a space and am

One Francois Villon, ballad-lord and thief,

Or am such holy ones I may not write

Lest blasphemy be writ against my name;

This for an instant and the flame is gone.

.

‘Tis as in midmost us there glows a sphere

Translucent, molten gold, that is the “I”

And into this some form projects itself:

Christus, or John, or eke the Florentine;

And as the clear space is not if a form’s

Imposed thereon,

So cease we from all being for the time,

And these, the Masters of the Soul, live on.

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Gli Assiri (parte II)

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Il copricapo è una caratteristica predominante nel costume assiro, dalla linea cilindrica prettamente semplice o vagamente elaborata, confezionato in varia forma e materiale da indossare secondo l’esigenza. La tiara reale, il kirbase, si distingue dal modello complementare per la forma diversa a cono tronco, provvisto o meno di tesa risvolta sul davanti, con un puntale in cima. Con il trascorrere del tempo, tuttavia, la forma cilindrica dell’antico cappello assiro viene soppiantato da un morbido berretto di feltro, probabilmente precursore del fez moderno.

Le acconciature sono particolarmente riconoscibili nello stile e nelle pettinature rispetto alle civiltà precedenti, nonostante le varie similitudini nelle conformazioni di base. Le chiome sono lunghe sino alle spalle, spesso arricciate, e la barba anch’essa composta di riccioli, questa un caratteristica fondamentale del modello assiro, per il quale in realtà capelli, barba, e baffi erano finti e finemente intessuti con lana arricciata e fili aurei per conferirne il tipico aspetto visibile in tutte le varie testimonianze rinvenute. Orecchini, collari e bracciali ad anello o braccialetti con rosetta o con stella applicata sono i tipici ornamenti preziosi, simboleggianti l’amore accentuato per la natura, mediante i quali l’uomo assiro preferisce adornare il suo corpo.

Profumi e incensi erano usati assiduamente e spesso venivano importati dai paesi dell’Arabia.

Le calzature rispecchiano l’evoluzione delle fogge e dello stile dell’abbigliamento. Da semplici calzari dei periodi precedenti si trasformano in vere scarpe confezionate, sovente in cuoio, mentre di pelle morbidissima per i dignitari, chiuse a scarponcino con la punta in avanti leggermente ribaltata all’insù o aperte come sandali, traforati o semplici, trattenuti da legacci. Il modello più diffuso, quello delle persiche,  lasciava intravedere il piede nella sua interezza sul davanti, simile ad un moderno infradito, con o senza occhiello per l’alluce, per coprirne completamente il tallone con un copritallone nella parte posteriore, stringato sulla parte del collo o allacciato con passante per consentirne la calzatura. Il simbolo del rango è dato dal colore della pelle, tenue e delicato per i nobili mentre rosso e giallo per la classe media. I motivi stilizzati di fiori e di disegni geometrici, come quadrati, rombi, spirali, semicerchi e righe, disposti singolarmente o alternati tra loro vistosamente visibili sui tessuti preziosi, sono spesso riportati anche sulle calzature arricchendole di colore e fantasie variopinte. Per le milizie i vistosi calzari sono sostituite da alti stivali stringati sino al polpaccio.

Dai ritrovamenti archeologici rinvenuti nel corso dei secoli sono pervenute scarse testimonianze in merito al costume delle donne della civiltà assira, ragion per cui si presuppone che lo stile femminile non era molto dissimile da quello maschile, probabilmente più ricco nei dettagli e nei disegni esornativi dei tessuti, probabilmente ingioiellate con una vasta gamma di pietre preziose e raffinatezze di varia natura, probabilmente adornate con mitre, il copricapo altamente cerimoniale esclusivo delle regine, e tiare incastonate con preziosi di rara bellezza. E’ interessante notare che, in quel periodo, una legge assira obbligava le donne sposate ad indossare pubblicamente il velo, un precetto sopravvissuto in tempi moderni adottante la medesima usanza ancora osservata in molti paesi di origine musulmana.

Dalla statua rinvenuta della regina Ashur-Sharrat, moglie di Assurbanipal, è possibile notare un tipico esempio del modo di vestire prettamente femminile. La regina, appartenente ad un rango prettamente superiore rispetto al popolo, era considerata al di sopra della legge, ragion per cui poteva permettersi il lusso di variare lo stile generico prefigurato dalla consuetudine, riscontrabile nei piccoli cambiamenti delle fogge rispetto al costume tipico. Le lievi differenze sono riscontrabili nelle maniche più lunghe sino a metà avambraccio rispetto alla media e nel presunto mantello sciallato avvolgente l’intero il corpo e cascante sulla spalla destra senza l’ausilio di un fermaglio. L’acconciatura, trattenuta da un diadema finemente ingioiellato, imita le pettinature maschili con capelli lunghi arricciati lasciati cadere sulle spalle.

a cura di Marius Creati

 

J.G.BALLARD 2011, Milano celebra il secondo anniversario della morte dell’autore James Graham Ballard

Cade il 19 aprile il secondo anniversario della morte di J.G.Ballard, visionario autore britannico che ha firmato svariate opere letterarie che si possono far rientrare nel genere di “fantascienza“. In onore dello scrittore sono stati organizzati una serie di incontri ed eventi a Milano, a cura di Antonio Caronia (traduttore -fra le altre cose- di varie opere di Ballard), Francesca Marianna Consonni e Giuseppe Isgrò, cominciati ieri e che si protrarranno fino al 22 giugno 2011 (in fondo potete vedere il programma completo). Una rassegna di opere-tributo che cercano di esplorare e riproporre l’immaginario dell’autore.
Per ora ho avuto modo di partecipare a un’anteprima, presso lo PhoebeLab di Viale Monza 10, dello spettacolo NOTE PER UN COLLASSO MENTALE (qui sotto il trailer) basato sull’opera La mostra delle atrocità, e devo dire che (complice anche il suggestivo spazio scenico) la rappresentazione è stata molto d’impatto e decisamente coinvolgente, sicuramente riesce ad evocare la sensazione di uno stato di alterazione mentale così descritta da Isgrò in un passaggio nella presentazione dell’opera: “[…] come [tratte da] una discarica mentale satura dei resti del nostro attuale inquinamento informativo, visivo e immaginativo”. Il tutto in una rappresentazione teatrale che vede miscelare musica elettronica, attori (Andrea Barettoni e Francesca Frigoli), la performer Alessandra Novaga, proiezioni video e letture audio pre-registrate. Si potrà assistere liberamente allo spettacolo sabato 9 aprile alle 21,30 e domenica 10 aprile alle 17,30/21,30 presso la Fondazione Mudima (via Tadino, 26 – Milano).

Questo venerdì 8 aprile si terrà presso NABA l’evento mind/media landscape – Ballard e il paesaggio mediale (al quale parteciperò insieme a Ilaria Bambini con il nostro lavoro Neurotrip) curato da Antonio Caronia, mentre dal 12 maggio presso la galleria Davide di Maggio (viale Monza, 10) verrà esposta l’opera Global Biopiracy (2007) dell’artista austriaca Ines Doujak.

Fonte: Noisymag

 

“La chiave del cuore” di Alberto Colomo

Alberto Colomo                  La chiave del cuore
Recensione di Marzia Carocci
Carta e Penna editore

Visitare il mondo fantastico di Alberto Colomo è tuffarsi in uno spazio fuori dal tempo dove si muovono personaggi che ci riportano alla nostra infanzia, quando tutto era fiaba, fantasia e voglia di sognare.
La scrittura dell’autore è ricca di particolari e sottigliezze che rendono chiara la descrizione dei luoghi e dei personaggi.
Dimore immaginarie , alchimie, stregonerie, mutamenti e fate custodi di chiavi magiche:chiavi del cuore, della vita, del sapere.
L’eterna lotta fra il bene e il male, l’ostinazione e la forza di riuscire nell’intento ,il desiderio del buono per arrivare al giusto ,sono i moti che muovono e orchestrano le righe  del nostro autore.
Ogni lettore si sentirà partecipe mosso da quell’energia che scaturisce nella fiaba stessa.
In un mondo serioso, austero , dove si è perduta la voglia di fantasticare e  di evadere ,dove non troviamo spazio ai nostri sogni , è bello lasciarsi cullare da qualcosa che possiamo vivere almeno con il pensiero, unico elemento libero dell’uomo.
Il nostro autore ci porterà in mondi sconosciuti con personaggi  delineati da carattere e personalità, viaggeremo sopra le nuvole dove è possibile incontrare quella parte di noi che , per distrazione , presi dal vivere quotidiano ,abbiamo rimosso .
Viaggeremo con questa favola nel mondo dell’ immaginazione in quel caleidoscopio d’irrealtà sogni , e voli senz’ali.

Written by Marzia Carocci

“Rotta per Leuke” di Peico, Edizioni Montag della Collana “Altri Mondi”

Un incantatore di serpenti. E’ così che appare ai lettori l’autore del romanzo “Rotta per Leuke”.
Ci incanta, questo quasi anonimo scrittore e lo fa con il suo primo romanzo.
Autore “Quasi anonimo” perché “senza nome” si affaccia al mondo dell’editoria, o meglio senza il suo vero nome ma con uno pseudonimo: Peico. Questo forse calcolato o forse no escamotage rende  intrigante l’approccio al testo ancora prima  di accingersi alla lettura. Qualsiasi siano le motivazioni che hanno spinto l’autore a non rivelarsi ancora, hanno sortito l’effetto forse sperato: curiosità e magia. E’ intrigante immaginare chi si possa nascondere dietro occhi mascherati e dietro un corpo velato da seducente stoffa quando i movimenti della sagoma catturano l’attenzione e stuzzicano le voglie. Questo accade durante la lettura del “quasi- orfano” romanzo. Barcamenarsi tra due posizioni contrastanti, come molto bene fa lo scrittore, senza conoscere colui che tira le fila delle stesse, porta il lettore ad immedesimarsi pienamente nel testo. Ci si immerge nella lettura  grazie alla maestria con la quale l’autore gestisce all’interno del testo trama e riflessioni, ma il sapere di leggere un –pezzo di vita- (o… più pezzi della stessa vita? ) di cui non si conosce la paternità può portare ad “adottare” maggiormente il senso dello scritto e conseguentemente sentirsi maggiormente partecipe. Il romanzo lo permette.
Quando l’autore verrà allo scoperto, svelando volto e corpo i lettori non dovranno sentirsi spodestati!
Il nostro “quasi – sconosciuto” incantatore di serpenti ipnotizza l’attenzione del lettore. Non è che noi siamo o diventiamo rettili striscianti ma è risaputo che questi rettili sono privi del timpano e non possono percepire i suoni. Sono quindi sordi! Quello che li “incanta” sono le vibrazioni del suolo al percuotere  del piede dell’incantatore, l’aria che fuoriesce dal piffero e il movimento del flauto. Così il lettore rimane, durante la lettura di questo romanzo, incantato dal battere martellante delle parole e delle frasi spezzate, frammentarie, cadenzate, galoppanti. Ci si ipnotizza davanti alla costruzione del periodo: tagliente, come se fosse misurato da un conta- parole.
A noi  capita a volte di essere sordi nei confronti della nostra stessa vita e una lettura come questa (a cui si può accingere, volendo) ci incanta perché ci porta  a seguire il movimento delle penna dello scrittore, l’aria che si muove perché mossa dallo spirito creativo e il battere incessante delle parole sul foglio e nella nostra mente mentre leggiamo. Il tutto ci porta ad incantarci e… a capire.
Il flusso  delle immagini vomitato potrebbe, ad una prima lettura e soprattutto al’inizio, risultare un delirio senza filo conduttore ma non bisogna arrendersi davanti ad un tale impeto narrativo che si risolve in un parlare con sé, dentro di sé,  fuori di sé, per farsi morire e per farsi rinascere. Per cercare di capire, di capirsi o per ammettere che in realtà non si è capito nulla.
A tal fine determinante è la scrittura narrativa caratterizzata da una ossessione che si rivela con la ripetizione di alcune parole o brevi frasi, oppure con l’iniziare di una frase con le parole finali della precedente e ciò contribuisce ad aumentare l’ansia narrativa. Il romanzo è ben scritto.
Affascinante è l’alternanza della voce femminile e di quella maschile senza alcun preavviso che si sta cambiando registro a sottolineare la dicotomia dell’essere umano che molto bene viene denunciata all’interno del romanzo.
Pensieri come condanna. Corpo come gabbia. Vittorie e sconfitte. La consapevolezza che se si esiste è perché c’è un motivo e c’è  la voglia di cercare e trovare. E poi la ragione… come “volontà di essere e non voglia di non morire…”
E poi la condanna dell’uomo che forse è la condanna di sé. E poi il divino ed il profano. La carne e l’anima. Tutto per ricercare la VERITA’ del proprio destino con la consapevolezza che “Triste il destino di un anima senza sé stessa.”
Un viaggio, quindi, quello a cui ci sottopone lo scrittore, da fare in un solo giorno, anche se poi l’impressione che si ha  è il trovarsi in diverse dimensioni, in diverse menti, in tante situazioni e dubbi e risposte e ricerche. Ma bisogna sbranarlo  questo libro per non perdere la rotta del viaggio dentro di esso che poi è il viaggio dentro di noi.
Il poeta e giornalista greco Costantino Kavafis nella sua poesia “Itaka” ci fa capire quanto di un viaggio non sia importante  la meta ma il viaggio in sé che si è affrontato per raggiungere l’arrivo.
Bisogna approfittare del viaggio per crescere intellettualmente e in coscienza. Bisogna imparare, durante il viaggio, il più possibile. La sua poesia sul senso della vita è lo stesso che ho riscontrato durante il viaggio intimo e intimista fatto grazie a ROTTA PER LEUKE.
“Sono felice che tu sia tornato.” Leggiamo verso la fine del romano. “Tornato da trionfatore.” /… “… ora possiamo costituirci come Uno.”
Ognuno di noi è sempre privo di qualcosa e ha bisogno di integrarsi con l’altro per completarsi e questo si evince chiaramente dalla copertina del romanzo dove il personaggio evidenziato in primo paino manca di una parte di sé che si completa con un’ombra che appare sulla destra.
Il lettore lo termina il proprio viaggio e all’arrivo si trova dinanzi a…. .
No, non’è giusto che io riporti le frasi finali del VOSTRO viaggio perché ognuno saprà come concluderlo. Come interpretare le ultimissime, concise, frammentate parole ma che… in definitiva, ora, di frammentario non hanno nulla. si vestono dell’unità del tutto e ora il tutto siete voi! Siamo noi!
Sono sicura che dopo la prima volta sarete pronti a ricominciare a viaggiare per capire ancora di più. Per capirvi ancora di più!

Written by  Teodora Mastrototaro

Fonte: Oubliettemagazine

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Intervista di Alessia Mocci a Fabrizio Marrocu ed al suo “Uncle Bubbles”

“Uncle Bubbles” è un mediometraggio made in Sardegna che  ha riscosso notevole successo e curiosità. Il film è diretto da Fabrizio Marrocu, il quale ha curato anche soggetto, sceneggiatura, fotografia e montaggio. Il soggetto è frutto di una collaborazione che ormai dura da tre anni tra il regista e Flavio Picciau, insieme hanno lavorato a tre cortometraggi di elevato carattere sperimentale, “Paolo”, “Ermanno”, “Arturo”.
“Uncle Bubbles” mette in rilievo l’ineluttabilità della vita ed i suoi movimenti che portano allo sfascio di una famiglia, di un rapporto fraterno, l’ineluttabilità della coerenza, la paura fa da sovrana in un thriller che trascina con se l’ombra di un horror stilistico.
5 attori protagonisti. 4 sono fratelli, due presentano degli handicap mentali. I 4, a causa di un’eredità,  percorreranno momenti di profonda crisi. Il quinto personaggio è il Dottore. Vera star del cast, però, è il mistero che si cela dietro la figura dei due fratelli handicappati e della rabbia incontrollabile dei due restanti. Termina con il sangue, termina in modo inaspettato, nell’oscurità della selvaggia ignoranza umana.
“Uncle Bubbles” è caratterizzato da una dicotomia topografica di forte impatto, specchio delle indoli degli attori protagonisti. Lo sguardo dello spettatore è accompagnato in due piani in equilibrio, esterno ed interno, allo stesso modo della psiche dei cinque personaggi anch’essi in contrappeso. X e Y sono personaggi interni, A e B sono esterni ed il dottore rappresenta un costituente isolato che determinerà la ricostruzione originaria dei quattro.
PROIEZIONI:
2010:
–         Locale “La Baracca Rossa”, Cagliari, ottobre
2011:
–    Cittadella Universitaria, “Cinephorum Fisica”, Cagliari, febbraio

FESTIVAL:
2010:
–    “Settembre dei Poeti”, Seneghe (OR), settembre
–     Festival di Arti Visuali Indipendenti “VillaCine”, Villacidro (VS), novembre
–   “Babel Film Festival”, Cagliari, dicembre
2011:
–    “ForumGShortFilm”, Santa Teresa di Gallura, gennaio
–    “Visioni Italiane 2011”, Bologna, febbraio

A.M.: “Uncle Bubbles” è stato proiettato durante la sesta edizione di “Settembre dei Poeti”. Come ha reagito il pubblico?

Fabrizio Marrocu: Ero abbastanza teso prima dell’inizio della proiezione. Per una serie di motivi non siamo riusciti ad effettuare delle prove tecniche e abbiamo montato proiettore e pc in pochi minuti. Il risultato è stato quello di una resa audio non ottimale, ma nonostante tutto il pubblico è rimasto catturato dalle immagini che scorrevano. C’era un po’ di preoccupazione, poi dopo aver visto tutti quei ragazzi con lo sguardo fisso sul telone ho capito che le cose stavano andando bene. Il pubblico è stato molto caloroso. E’ stato un piacere proiettare il nostro corto a Seneghe in un contesto come quello del Settembre dei Poeti.

A.M.: Quando e come è stata partorita l’idea di costruire insieme “Uncle Bubbles”?

Fabrizio Marrocu: Dovevo girare un cortometraggio ambientato in un campetto da calcio in cui le riserve si alternavano durante la partita dandosi il turno. Ognuno di loro raccontava degli aneddoti e faceva delle considerazioni su ciò che accadeva in campo, raccontandosi. Doveva essere una storia corale, dai contenuti testuali apparentemente slegati, in cui la narrazione veniva affidata a questi personaggi un po’ borderline. Avevo scelto di intitolarlo Uncle Bubbles. L’idea di cambiare la trama è venuta dopo, nel corso delle settimane a seguire. In pratica la storia, la scelta del soggetto, è ruotata attorno al titolo che invece rimaneva sempre lo stesso.
Avrò cambio idea almeno 5 o 6 volte. Alla fine è venuta fuori questa trama. La scrittura del soggetto base è avvenuta nel giro di una manciata di sms scambiati tra me e Flavio Picciau, con cui ho girato il mio primo corto ed assieme al quale ho inventato il metodo di lavoro con cui ho realizzato tutti i miei successivi progetti.

A.M.: Quando è nata la collaborazione Marrocu-Picciau?

Fabrizio Marrocu: È nata per gioco. Avevo avuto diverse esperienze sul set di alcuni cortometraggi girati con un’impostazione produttiva classica e volevo tentare un approccio più sperimentale e fluido, meno legato alla parola scritta, e lasciando piena libertà all’attore. In “Paolo”, Flavio parla e si muove nello spazio ininterrottamente per diverse ore improvvisando ogni cosa. Situazioni, movimenti, luoghi visitati, contenuti sono tutti frutto delle sue reazioni momentanee rispetto allo spazio ed a ciò che diceva. Non l’ho fermato quasi mai se non in alcune occasioni e quando dovevo cambiare il nastro alla telecamera. Al montaggio ho selezionato le frasi dei suoi discorsi fino a formare una sorta di storia auto-narrante. Non c’era il minimo abbozzo di sceneggiatura o soggetto, soltanto una situazione iniziale da cui doveva partire e muoversi liberamente. Il risultato ci ha lasciati sorpresi perché effettivamente ne è venuta fuori una circolarità narrativa completa con dei lati oscuri molto ambigui.

A.M.: Pensi che questo feeling artistico sia in continua crescita?

Fabrizio Marrocu: Vista l’evoluzione che c’è stata direi di sì, e spero che continui a lungo.

A.M.: “Uncle Bubbles” è stato girato e montato in tre mesi. C’è qualcosa che a posteriori faresti in modo diverso?

Fabrizio Marrocu: Sicuramente pagherei chi mi ha dato una mano a fare ciò che abbiamo fatto. È un lavoro a tutti gli effetti. Il carattere di questo genere di progetti è inclusivo e c’è bisogno delle specifiche capacità e dell’impegno di diverse persone. È una cosa che non si può fare in solitudine.

A.M.: La scelta dell’utilizzo del linguaggio dialettale villacidrese segue un tuo preciso percorso artistico/linguistico?

Fabrizio Marrocu: No. Tempo fa avevo in mente di fare dei piccoli sketch recitati in un linguaggio inventato ma non li abbiamo mai girati. Non sto seguendo un percorso in questo senso. Ciò che mi interessa maggiormente è perfezionare il nostro metodo di lavoro in modo da renderlo efficace nel maggior numero di contesti possibili.

A.M.: Hai qualche aneddoto curioso avvenuto durante le riprese da raccontare ai nostri lettori?

Fabrizio Marrocu: Abbiamo avuto Mario Legna sul set.

A.M.: Gli attori di “Uncle Bubbles” sono tutti non professionisti. Qual è il vantaggio del lavorare con attori casuali?

Fabrizio Marrocu: Non sono un attore ma posso immaginare alcune cose. Il discorso può essere affrontato considerando il fatto che di base esiste un rapporto tra il metodo di lavoro utilizzato e la personalità dell’attore. Un attore professionista legge la sceneggiatura, impara i dialoghi, i tempi ed interpreta la parte. La interpreta conoscendo le strutture che compongono l’azione fisica che dovrà compiere (i suoi movimenti in rapporto allo spazio, alla scena ed a ciò che occupa in quel momento il set, compresa la presenza dell’operatore di ripresa e di altre figure). Il suo lavoro consiste nel calarsi il meglio possibile in una situazione già data a prescindere, percorrendola nel binario nel migliore dei modi possibili, a livello di coinvolgimento effettivo. È un approccio per cui bisogna studiare e che contempla l’uso di tutta una serie di metodi di lavoro propri della professione dell’attore. Nel nostro modo di lavorare la troupe è ridotta al minimo, oltre i personaggi possono esserci al massimo l’operatore ed un fonico, non vengono usate luci artificiali e non ci sono dialoghi da imparare a memoria. Non c’è una sceneggiatura, ma un canovaccio che descrive alcuni punti di svolta narrativi definiti a grandi linee ed altri particolari propri della singola scena. È più un pretesto per definire “cosa” fare giorno dopo giorno. Per il resto l’improvvisazione costituisce il fulcro centrale attorno a cui ruota tutto il sistema-film. Un uso controllato del fattore improvvisativo, che comprende ad esempio la reazione propria del personaggio (personaggio e non attore) ad un dato evento oppure ad un dato ambiente, consente di progredire attraverso l’utilizzo di quel canovaccio base che diventa una “sceneggiatura liquida” che non contiene dialoghi, ma che indica giusto le situazioni e descrive le atmosfere emotive. A monte vengono definiti i personaggi nel loro carattere e nelle loro attitudini, e gli stessi vengono poi messi al centro dell’azione con l’obiettivo di districarvisi all’interno nell’ottica del raggiungimento di punti di raccordo stabiliti ed utili all’avanzamento della narrazione. Ogni pezzo che compone il film diventa così ridiscutibile, confutabile e modificabile a seconda delle esigenze. Le possibilità di effettuare modifiche in corso d’opera aumentano esponenzialmente e tutti i soggetti coinvolti nell’atto filmico possono prendere parte a questo processo di conduzione della storia suggerendo le proprie impressioni e discutendole assieme agli altri. Questo metodo di lavoro conferisce al prodotto audiovisivo una natura plasmabile sia al momento della ripresa che al montaggio, poiché permette di non sacrificare la natura emozionale del lavoro a causa di imprevisti, ma di sfruttare anzi gli stessi come parti integranti della progressione narrativa.

A.M.: Quali sono i registi presenti e del passato che stimi a livello tecnico cinematografico?

Fabrizio Marrocu: Mi piacciono gli stili ed i lavori di Haneke, Lynch, Godard e Von Trier, sia per le considerazioni e gli apporti teorici di molti di loro che per l’effettiva bellezza della loro filmografia.

A.M.: Hai qualcosa in programma per il futuro? Qualche bozza di sceneggiatura sul desktop? Ci vuoi anticipare qualche cosa?

Fabrizio Marrocu: Di solito le idee sono estemporanee. Possono derivare da cose lette, pezzi musicali, o da eventi o aneddoti che accadono o di cui sentiamo parlare, poi rielaborati. Mi piacerebbe fare un cortometraggio o una sorta di mini-serie a puntate con soli personaggi femminili. Ma preferisco, per ora, dedicarmi alla promozione di “Uncle Bubbles” attraverso il canale dei festival e delle proiezioni organizzate. “Uncle Bubbles” è di certo un vero e proprio vettore biologico denso di significati e di portali aperti ad interpretazioni che sfociano sull’etico e sul sociale.

Vi lascio il link di riferimento per vedere per intero il corto “Uncle Bubbles”:

La colonna sonora è stata interamente curata da Stefano Guzzetti:
http://www.stefanoguzzetti.com/
La locandina di “Uncle Bubbles” è stata realizzata da Carlo Giambaresi. (contatto carbonmade)
Il PhotoSet di “Uncle Bubbles” è stato curato da Alessandro Loddi:

uncle-bubbles©photoSet

Contatto facebook Fabrizio Marrocu.

Filmografia:
–        PAOLO [2008] – Italia, durata: 23′
–        ERMANNO [2009] – Italia, durata: 50′
–        ARTURO [2009] – Italia, durata: 29′
–        UNCLE BUBBLES [2010] – Italia, durata: 39′

 

Courtney Love, La Pietà Michelangiolesca del XXI secolo secondo David Lachapelle

La fotografia “Courtney Love” del libro “Heaven to Hell” pubblicato nel 2006, creata da David Lachapelle, rappresenta un tema biblico molto forte che la storia dellʼarte ripercorre da centinaia dʼanni, sino ad arrivare alla sua massima espressione con Michelangelo. David Lachapelle, riprende e attualizza la pietà proponendo in modo totalmente surrealistico il soggetto in questione.

La Madonna di Lachapelle è Courtney Love, la compagna del defunto Kurt Cobain. Fra le sue braccia il figlio, Gesù, diventa il suo defunto compagno dotato di stigmate non solo ai polsi ma anche alle braccia, segni dellʼeroina assunta durante la vita dal Re del Grunge.

Questa fotografia sembra esser un dipinto per via dellʼutilizzo di una tecnica chiamata HDR (High Dynamic Range) che consiste nellʼeliminare le ombre presenti, diminuendo conseguentemente la tridimensionalità dello scatto. Le pelli illuminate da una luce diffusa e dai colori caldi con molti arancioni e molti rossi che si contrappongono al blu della veste della Madonna del 2000, due colori che vengono continuamente ripresi sia nel background, come se ci fossero dei raggi divini sopra la testa di Courtney, sia in primo piano.

Il blu e il rosso, due colori che da Giotto a Caravaggio, da David Lynch a Kubrick vengono utilizzati tramite giochi di luce oppure applicati ad oggetti in posizioni inconsciamente allettanti. Allettanti quanto le direzioni oblique dei raggi che armonizzano i pesi compositivi di questʼopera. Armoniche sono anche le direzioni degli arti e dei corpi dei soggetti perfettamente bilanciati.

Tutto va verso lʼequilibrio. Lo stile ricalca sia la fotografia artistica, per via dellʼimmensa creatività e della ricerca simbolica e concettuale, sia la fotografia di moda per via dellʼutilizzo delle luci ma sopratutto delle pose plastiche e stereotipate. Sia i soggetti e sia il background sono messi a fuoco, nonostante ciò il soggetto viene distaccato dallo sfondo attraendo lʼattenzione a sé tramite la poca nitidezza attorno alla testa della Donna, creata dalla sorta di aurea pseudo divina.

Accanto alla mano del Cristo, una bibbia chiusa buttata per terra, emblema dellʼaccezione negativa del fotografo verso il cattolicesimo. Sulle pareti, degli alberi, simili a dipinti dellʼottocento. I cubi disposti innocentemente dal bambino-cherubino, come fosse giudice super partes della scena, componendo la frase: “HEAVEN TO HELL”. La posizione della mano destra è sopra il “TO” come se il bambino stesse attuando lʼazione del “mandare” Kurt verso lʼinferno, dispettosamente, o come se, stando tra “HEAVEN” e “HELL”, lui stesse nel mezzo, puro, neutrale.

Written by Fabio Costantino Macis
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Fonte: Oubliettemagazine