Archive

Archive for April 5, 2011

I Babilonesi (parte II)

This slideshow requires JavaScript.

In realtà, nella storia della Mesopotamia sono scarse le informazioni attestanti il tipico costume femminile, che si presume seguisse le fogge dell’abito maschile, ma da una statua risalente al periodo di Gudea è possibile intuire almeno genericamente l’impostazione di base. In effetti per le donne un rettangolo di stoffa veniva sontuosamente drappeggiato in modo aderente sul busto, in modo da avvilupparne doverosamente le forme che, incrociato sul dorso all’altezza delle scapole, in prossimità della base del collo saliva da dietro sopra le spalle rivestendole completamente, appena scivolato sulle braccia semi-scoperte, per poi penzolare mollemente in avanti fino in vita diviso in due lembi e coprenti, ciascuno per lato, il seno. Esiste una seconda versione, forse più ricercata poiché meno convenzionale, rinvenuta attraverso il ritrovamento di una statua di età posteriore ritraente un’antica donna elamita, che prevedeva altresì il drappeggio del rettangolo di tessuto, il quale dopo aver coperto doverosamente il seno, una volta diviso sulle spalle, anch’esse coperte, ricadeva sui due lembi  separatamente, uno liberamente sul schiena e l’altro sul davanti coprente il lato destro. La stoffa era fissata in prossimità della spalla sinistra con una spilla. L’uso del fermaglio per fissare un abito come principale accessorio esornativo anziché piegarlo elegantemente evitando l’impiego dell’apposito gioiello non rientrava nella consuetudine di questo periodo specifico. Un’altra caratteristica essenziale dell’abbigliamento muliebre riscontrato su questa statua era l’uso di un corpetto indossato al di sotto del tessuto avviluppato sul corpo, ma anch’esso di difficile reperibilità storica a causa di insufficienti conferme provenienti da ulteriori ritrovamenti archeologici, nonostante questo modo di abbigliarsi è sopravvissuto nelle zone dell’India dall’antichità fino ad oggi.

Una nota caratteristica dell’abbigliamento babilonese di entrambi i sessi furono le molteplici guarnizioni a frange sviluppate nel pieno della civiltà imperante di Babilonia che, disposte simmetricamente sulle vesti, creavano un gioco di colore divertente e variopinto nei colori spesso alternati nelle tonalità del rosso, dell’oro, del grigio e del bianco. Il colore infatti risulta la caratteristica più appariscente adottata dai babilonesi, riscontrabile nelle varie pitture murali caratterizzanti questo periodo dell’arte parietale antica. Anche in tal caso, secondo le testimonianze di sculture in bassorilievo risalenti al XXII secolo a.C., l’abito maschile spesso si distingueva da quello femminile per la disposizione del tessuto sulle spalle che, come consueto, rimaneva solitamente scoperto sul lato destro per il sesso maschile mentre copriva letteralmente entrambe le parti per quello femminile.

La tipologia dell’abito lungo prettamente talare, drappeggiato o frangiato, era strettamente riservata alla nobiltà babilonese, mentre servi e musicisti indossavano semplici gonne di lino, ampie e mediamente lunghe, prese in prestito dai precedenti sumeri.

Anche per i babilonesi, come per i loro predecessori, la cura del corpo era di fondamentale importanza, infatti essi conservarono gran parte delle caratteristiche peculiari sumere. L’acconciatura maschile era di grande rilevanza e gli uomini amavano particolarmente la barba, indice di nobiltà e quindi di elevata distinzione. Per entrambi i sessi i capelli erano disposti accuratamente sopra il capo, ma ondulati e trattenuti da appositi copricapi, legati da appositi nastri per le donne che lasciavano ciocche cascanti disposte volutamente in risalto rispetto al sesso maschile che li conservava, in modo più accurato, nella zona posteriore del cranio.

L’uso delle tiare indossate sul capo per adornare la propria immagine in rappresentanza del dio glorificante era un lusso permesso soltanto ai principi e alle principesse di elevata estrazione, tra le quali è da summenzionare quella tipica a corne multiple ripiegate all’interno verso l’alto munita di una sorta di palla sferica nella sommità.

Da non dimenticare inoltre l’uso smodato di profumi per le aspersioni del corpo e l’uso ornamentale di vari gioielli di finissimo pregio, tra cui diademi, collane, braccialetti di varia fattura e splendide pietre preziose di vario colore.

a cura di Marius Creati

 

Il pittore Giuseppe Pespi Stefani visto da Carmen De Stasio

This slideshow requires JavaScript.

Parole della Prof.ssa Carmen De Stasio

L’urlo dell’uomo invisibile in attesa di un tempo “oltre”

La suggestione delle opere pittoriche di Giuseppe Pespi Stefani rimanda ad una narrazione che si nutre di paradossi, di ironia, con una forte componente caricaturale che tanto rinvia alla colorazione etica dei personaggi “disegnati” da Dickens. Il paragone potrebbe risultare forzato, se non fosse che l’autore inglese, iniziatore del romanzo sociale, imprimeva nelle sue narrazioni l’intreccio tra realtà, affabulazione ed elemento surreale, forzando le linee descrittive dei personaggi ed evidenziandone lo stile personale, soprattutto quando intendeva proporre un’immagine forte, esortativa di un’allusione visiva.

Irrealtà e realtà si incontrano nelle opere di Giuseppe, che le impone in una cornice evocativa di silenzio, in cui tutto è silenzio che esorta ad un’introspezione e ad una sorta di isolamento che implode, che ferma l’attimo nell’incontro del temps e della durée bergsoniani, in un intreccio in cui

Kronos sembra segnare il percorso anche delle idee, come segno distintivo che congiunge la metafora dell’intima prospettiva, la solitudine dell’individuo contemporaneo e l’assurda attesa di un tempo che tarda ad arrivare.

Le sue tele sono rappresentazioni di una generazione che esclude dalle proprie argomentazioni l’avvilimento delle regole come sovrapposizione di voci ed esalta l’unicità di una voce propria, che si racconta, si descrive e si configura per il tramite di una cromia sottile, aguzza, che dissolve i toni della realtà in una soffusa atmosfera di sogno, una dimensione che si allunga come metaforico percorso diacronico di sviluppo in apparente incontro con la dimensione esterna.
Più che la figurazione di surreale inquietudine di Ernst, l’espressione di Giuseppe Pespi Stefani è riconducibile alle atmosfere di solitudine di Hopper: il colore si offusca e penetra le vite dei protagonisti in un’ambientazione opacizzata nella staticità, in cui lo sguardo del personaggio sembra non curarsi che del nulla, assorto in un’esemplificazione di pensiero che è confronto costante con una visione distaccata, immersa esclusivamente nel frastuono dei pensieri.

È la rappresentazione di una violenza silenziosa che spasima in un movimento intimo.

È rappresentazione della maledizione dell’uomo invisibile. Del genio solitario.

Il poeta-artista si confronta con il pulviscolo di una solitudine imperante, in cui le parole non hanno suono, ma si configurano come formule di circostanza. In fondo si può leggere l’opera di Giuseppe come l’ontologica espressione dell’individuo che vive immerso nella situazione angosciante e paradossale di chi è carico di aspettative e al contempo procede deluso fin dagli albori, che pensa di penetrare cerchi di vita, nei quali resta inesorabilmente imbrigliato.

È l’opera dell’uomo che ride, ma é privato del sorriso; che è immerso in un’apatia che urla senza emetter suono. Giuseppe ricompone quello squarcio e lo adegua al tempo contemporaneo nella sua percezione; ne affievolisce i colori e le tonalità, attribuendo altresì al personaggio un aspetto caricaturale, un po’ mediato da uno gnomo e da un piccolo mostro in solitudine che percorre un destino di vita e sbadiglia per il nulla.

Posso definire l’espressione dell’artista come un’affabulazione distante dalla gioiosa dimensione favolistica. Come tempo fa ho scritto in un saggio, non esistono fiabe per adulti o per bambini ma solo favole ambientali: Giuseppe appare come il rapsodo di una poesia scomposta e sussurrata, in cui le figure assorbono le tensioni, i rumori stridenti che assordano e li mescola all’interno delle sue creature condensandole con i suoi silenzi, formulando il quesito eterno che anela ad una motivazione a procedere e dando forma a intemperanze nascoste.

Lo studio dell’individuo e la sua evoluzione all’interno del tessuto sociale, il suo percorso per riconoscersi e trovare una propria collocazione è evidente nella capacità dell’artista di permeare delle tonalità dell’anima le sue opere, l’insieme delle quali mi porta a definire quella di Giuseppe come la rappresentazione emblematica di una silent generation – in contrasto alla angry generation degli anni ’50 e alla beat generation dei ’60 –nel segno di una gentile generazione che vive l’assenza, che scrosta dal vissuto la patina delle tinteggiature false e accecanti per svelare l’essenza configurata come un sogno, talora dalle forme inconsuete, che rinnovano quella ricerca di ascesi all’interno stesso del vissuto. Mediante le sue creature Giuseppe conversa con la sua dimensione, con la storia di sé e del suo tempo, sebbene il passaggio attraverso ripensamenti sulla natura e le potenzialità dell’uomo avviliscano la prospettiva e creino fastidio al punto da configurarsi “ad occhi chiusi” o allusivi ad una staticità inquietante o per confrontarsi con un’eterna meditazione.

In foto:
Noia – olio su  tela, 50 x 70.
Sensazioni – olio su tela, 50 x 70.
Poesia d’altri mondi – olio su tela, 120 x 60.

Fonte: Oubliettemagazine

 

Die Zauberflöte, il nuovo flauto magico alla Scala di Milano

“Ah, un tale flauto vale

Più di oro e corone,

Perché con lui s’accrescerà

La fortuna dell’uomo e la felicità”

Un rimarchevole successo alla prima del Flauto Magico presso la Scala di Milano, al quinto appuntamento del ciclo “Prima delle prime”, lo scorso 16 marzo 2011. Libretto di Emanuel Schikaneder. William Kentridge, un grande artista contemporaneo, presenta l’ultimo capolavoro di Mozart  interpretandone una nuova atmosfera mediante una regia di grande impatto. L’artista sudafricano concepisce infatti  lo spazio scenico come una sorta di camera oscura nel quale l’opera evince un intento celebrativo suggestionato da una serie di video proiezioni e disegni luminosi. Il palcoscenico si trasforma in una grande fotocamera che ritrae movimenti, pensieri, sogni, voci dei vari personaggi. Lampi di luce e zone d’ombra irrompono sulla scena contesa in una contemplazione in bianco e nero trasformando il palco in una sorta di scatola magica che, accompagnata dal suono, richiama la via di un tragitto che conduce alla felicità.  L’uso del digitale si fonde leggiadramente con l’armonia musicale. Lo spettatore si immedesima completamente nella favola attratto dal fascino e dalla meraviglia della rappresentazione.

Roland Böer, dirige un cast di formidabili concertisti, tra i quali spiccano il basso austriaco Günther Groissböck,  il basso Alex Esposito, la soprano russa Albina Shagimuratova, il soprano salisburghese Genia Kühmeier, il tenore albanese Saimir Pirgu.

by Marius Creati

 

“Siamo gli uomini vuoti” di Thomas Stearns Eliot

Siamo gli uomini vuoti

 

Siamo gli uomini vuoti

Siamo gli uomini impagliati

Che appoggiano l’un l’altro

La testa piena di paglia. Ahimè!

Le nostre voci secche, quando noi

Insieme mormoriamo

Sono quiete e senza senso

Come vento nell’erba rinsecchita

O come zampe di topo sopra vetri infranti

Nella nostra arida cantina

 

Figura senza forma, ombra senza colore,

Forza paralizzata, gesto privo di moto;

 

Coloro che han traghettato

Con occhi diritti, all’altro regno della morte

Ci ricordano – se pure lo fanno – non come anime

Perdute e violente, ma solo

Come gli uomini vuoti Gli uomini impagliati..

 

II

Occhi che in sogno non oso incontrare

Nel regno di sogno della morte

Questi occhi non appaiono:

Laggiù gli occhi sono

Luce di sole su una colonna infranta

 

Laggiù un albero ondeggia

E voci vi sono

Nel cantare del vento

Più distanti e più solenni

Di una stella che si spegne.

 

Non lasciate che sia più vicino

Nel regno di sogno della morte

Lasciate anche che porti

Travestimenti così deliberati

Pelliccia di topo, pelliccia di cornacchia, doghe incrociate

In un campo

Comportandomi come si comporta il vento

Non più vicino –

 

Non quel finale incontro

Nel regno del crepuscolo

 

III

Questa è la terra morta

Questa è la terra dei cactus

Qui le immagini di pietra

Sorgono, e qui ricevono

La supplica della mano di un morto

Sotto lo scintillio di una stella che si va spegnendo.

E’ proprio così

Nell’altro regno della morte

Svegliandoci soli

Nell’ora in cui tremiamo

Di tenerezza

Le labbra che vorrebbero baciare

Innalzano preghiere a quella pietra infranta.

 

IV

Gli occhi non sono qui

Qui non vi sono occhi

In questa valle di stelle morenti

In questa valle vuota

Questa mascella spezzata dei nostri regni perduti

In quest’ultimo dei luoghi d’incontro

Noi brancoliamo insieme

Evitiamo di parlare

Ammassati su questa riva del tumido fiume

Privati della vista, a meno che

Gli occhi non ricompaiano

Come la stella perpetua

Rosa di molte foglie

Del regno di tramonto della morte

La speranza soltanto Degli uomini vuoti.

 

V

Qui noi giriamo attorno al fico d’India

Fico d’India fico d’India

Qui noi giriamo attorno al fico d’India

Alle cinque del mattino.

 

Fra l’idea

E la realtà

Fra il movimento

E l’atto

Cade l’Ombra

 

Perché Tuo è il Regno

Fra la concezione

E la creazione

Fra l’emozione

E la responsione Cade l’Ombra

 

La vita è molto lunga

Fra il desiderio

E lo spasmo

Fra la potenza

E l’esistenza

Fra l’essenza

E la discendenza

Cade l’Ombra

 

Perché Tuo è il Regno

Perché Tuo è

La vita è

Perché Tuo è il

 

E’ questo il modo in cui finisce il mondo

E’ questo il modo in cui finisce il mondo

E’ questo il modo in cui finisce il mondo

 

Non già con uno schianto ma con un lamento.

 

Categories: Musa Tags:

Everybody Tesla – Videoclip “Narvali”

—Everybody Tesla—
Uno di fronte all’altro con strumenti autocostruiti, microfoni, synth, kaoss pad, beatbox e tastierine giocattolo. Un live looping incessante che si concretizza in un suono rumoroso, barcollante e giocoso, dove sperimentazione, spinte dancefloor e pop trovano un equilibrio in continua evoluzione. Gli Everybody Tesla nascono a Cagliari dalla collaborazione di Gran.Farabutt.Loop.Man e Mynerdpride ed hanno pubblicato il loro primo EP su cassetta per On2Sides.
Provate a immaginare gli Everybody Tesla così: uno di fronte all’altro a distanza di mezzo metro circa, leggermente piegati su un tavolino di legno ricoperto di fili, microfoni e strumenti vari con cui i due ragazzi producono suoni che vengono loopati dal vivo. Cosa fanno? Pezzi micidiali in equilibrio tra pop e sperimentazione, tiro dancefloor e momenti con cui rifiatare, melodie fresche e ritornelli appiccicosi che si trasfigurano poi nel ritmo martellante dei brani più tesi. C’è un senso del gioco e dell’avventura musicale che rivela un approccio ludico, divertito quasi, all’elettronica; ma anche la necessità di confrontarsi coi materiali musicali del proprio tempo – cercando sempre, in qualche modo, di forzarne i confini e di guardare oltre. Ecco, immaginateli così: uno di fronte all’altro a smanettare macchine e a giocare con la musica in modo intelligente e spregiudicato.
Press kit:http://ontwosides.blogspot.com/2010/10/everybody-tesla-ep-o2s-03.html
Streaming del disco:http://soundcloud.com/everybodytesla/sets/everybody-tesla-ep/
Contatto Facebook. Contatto email:  everybodytesla@gmail.com

Fonte: Oubliettemagazine

 

Categories: Musica Tags:

“Le parole e la pietra” di Fabio Clerici

LE PAROLE E LA PIETRA  di Fabio Clerici – recensione di Marzia Carocci

Silloge poetica
Proprietà letteraria riservata                Rupe Mutevole   2009         euro 10,00
Le “parole e la pietra”, nessun altro titolo sarebbe stato più adatto a tale silloge.
Le parole, lievi, delicate, carezzevoli, speranzosi, musicali.
La pietra, dura come dura è la vita e i suoi ostacoli e drammi, dura come le vicissitudini che si aprono in cammini difficili e irti, dura come i ricordi che fanno male e che s’inchiodano in fondo al petto al solo pensiero.
L’autore aprirà così uno spaccato di esistenza che tutto comprende nell’arco vitale dell’uomo.
Si parlerà di ricordi da condividere, si parlerà di un tempo che fu e si riporteranno in superficie reconditi momenti di un uomo che apre la sua anima e il suo forziere di vita.

Una lettura dove non si dimentica il debole, il disagiato, e si parlerà di vecchiaia:

Guardali,
ricurvi, dall’incerto passo
attraverso i luminosi corridoi
trascinano i lunghi anni
nel ricordo di gioventù sfiorite.

Parole sull’essenza e l’importanza dell’amicizia come ancora di salvezza e di certezza:

l’amicizia  con la sua ricchezza
sembra pur semplice
il fraseggiar ovvio
“siamo felici, perché siamo amici”.

E parafrasando la pietra dura da scalfire, da spezzare, da levigare si parlerà di guerra:

Dentro la divisa,la debolezza di ogni uomo,
dentro la divisa le storie di notti insonni,
dentro la divisa, ormai disagi da lenire.

Fabio Clerici è un poeta attento che attraverso il suo pensiero, ci propone i quesiti di sempre:cosa è la vita?.Di cosa è capace l’essere umano?
Immergendosi nei suoi versi e ascoltando il nostro cuore, “udremo” le risposte, quelle stesse risposte che stanno dentro ad ognuno di noi.
Parole e pietre che musicano fra le sue righe, le parole che si alternano  a dolci ricordi e che risuonano a volte dure come macigni a ricordarci ciò che spesso dimentichiamo: l’esistenza dell’altro.
Written by Marzia Carocci

Fonte: Oubliettemagazine

 

Categories: Carta Tags:

“Riflessioni di un uomo allo specchio” di Andrea Bert

Prefazione di Marzia Carocci

Ognuno di noi,  si trova a fare i conti con la propria introspezione,  riflettendo sul tempo vissuto, sul senso della vita,sul bene e il male.
Spesso troviamo risposte, altre volte, i dubbi, gli enigmi dell’esistenza, restano insoluti e chiusi nelle nicchie profonde dell’anima.
Andrea Berti, in questo libro, ci regala le sue riflessioni che poi, sono le stesse dell’umanità intera.
Il suo leggersi ”dentro”, le sue incertezze, le considerazioni attente all’esistenza in quanto debolezza dell’uomo, catturano il lettore che inevitabilmente s’immerge, sentendo propri i pensieri che l’autore esprime.
Il Berti, sottolinea il vuoto che persiste in un mondo egoista ed edonista, dove l’uomo, spesso, non ha la volontà e la sensibilità di rapportarsi e condividere con gli altri, incanalandosi nella profondità di un mondo cieco e indifferente ai valori umani, quali la pace, la solidarietà, la tolleranza.
_Voglio gettare una scialuppa a questa umanità,rigida,fredda,dove non sboccia mai la primavera.
Parole che Andrea Berti menziona, con il desiderio di poter lui stesso contribuire ad un cambiamento dove le ombre e il buio, soffocano la luce e la speranza, dove, come scrive l’autore “non sboccia mai la primavera”.
Un libro di valutazioni che è ricerca e desiderio, di buono, di luoghi puliti, di sentimenti leali, di mani tese e sogni.
Un libro che fa riflettere e c’interroga, aprendo quesiti mettendoci di fronte ad uno specchio, dove a volte è meglio non riflettersi.
_Fugge il mio sguardo,testimone di uno spazio di pace,in questa esistenza di perenne subbuglio.
Su questa riflessione mi perdo e abbraccio il pensiero dell’autore che si fa promotore di coscienza in una società che ha dimenticato di esistere.

Writen by Marzia Carocci

Fonte: Oubliettemagazine

 

Categories: Lectio Tags:

“Locusta” di Alessandro Erato

Locusta

Locusta, entri nelle parole

Sei la poesia del muto,

di quello che non dici

della lacrima che cede

il muro della mente.

 

Una pagina bianca

Nella sofferenza notturna,

come una luna malata

ti tingi del sangue

delle mie vene vuote

…e cammini, fuggi

Tra i miei sensi più vili,

calpesti la mia terra.

 

Locusta, divori la mia età

Che come una foglia

Cade al primo vento d’autunno.

Mi spoglio delle vesti

Che l’altri sobri mi vedono,

l’esodo della mia essenza

mi scopre padrone del mio nulla

e se urlo, odo solo la mia voce.

 

Poesia inedita – Tutti i diritti riservati all’autore

Fonte: Oubliettemagazine

 

Categories: Aura Tags:

“Rotta per Leuke” di Peico

Recensione di Marzia Carocci

Il linguaggio usato nel testo è serrante, palpitante, frenetico; il tono ora poetico, ora furente, ora profetico.
Le immagini diventano agli occhi del lettore allucinazioni o caleidoscopi impazziti, i movimenti percettibili, i sensori di chi s’immerge in tale lettura prendono a sensibilizzarsi ulteriormente fino a sentire il respiro, l’odore, la voce dei due protagonisti che nella realtà sono due menti, due anime in piena evoluzione del sé.
Esseri in un primo momento, piccoli, rozzi, limitati,involucri dell’obbligato, poveri umani dalla fragilità terrena, fino alla ribellione di un’accettazione dell’ego troppo umanizzato o forse robotizzato da una società impostata, predominante e schiacciante.
Un viaggio esistenziale, una ricerca nell’interiorità per trovare l’essenza motivata all’accettazione del proprio io, questo attraverso l’osservazione quasi maniacale di ogni elemento, di ogni condizione costituente il mondo-natura, l’universo-cosmo, dove spesso, l’essere umano, resta condizionato ed incatenato ad obblighi mentali, perdendo il senso di libertà e di ogni principio legato all’esistenza stessa.
Sarà la continua ricerca alla perfezione, al desiderio di sentirsi amati, forti nelle scelte e padroni del proprio pensiero, sarà l’attenta analisi della propria introspezione, per sentirsi parte ad un’esistenza che spesso va al di là di ogni nostra scelta a dare la certezza, la persuasione di reinventarsi, ai protagonisti di questo viaggio nella conca dell’anima.
In queste pagine irrefrenabili, riflessive, dove è ricerca continua, dove i quesiti si moltiplicano e le risposte si aprono dopo attente meditazioni, si coglie l’importanza della mente sul corpo.
Un libro che ci porta al ragionamento quasi ossessivo, sul senso stesso del nostro vivere terreno, e che ci conduce ad un esame di coscienza, un libro che alla fine ci fa esclamare:“ siamo veramente, padroni di noi stessi”?

Written by Marzia Carocci

Categories: Lectio Tags:

Concorso letterario Scrivere per ragazzi

Visto il successo della prima edizione del concorso letterario “Scrivere il memoir”, Dino Audino editore indice la prima edizione del concorso letterario “Scrivere per ragazzi”, abbinato al libro Scrivere libri per ragazzi di Manuela Salvi.

In breve:

  • Il concorso è articolato in 3 sezioni: 8-10 / 11- 14 / 15-17 anni
  • Non è possibile inviare racconti illustrati o da illustrare
  • Il limite massimo è 30000 battute
  • La scadenza è il 30 novembre 2011
  • Il premio è la pubblicazione gratuita in un’antologia distribuita in tutte le librerie nazionali
  • La partecipazione è gratuita
  • La scheda di partecipazione è disponibile qui

Leggi di più per il regolamento completo.

Regolamento

Scrivere per ragazzi

Art. 1 Scopo della manifestazione. La Dino Audino editore indice la prima edizione del concorso letterario – Scrivere per ragazzi per la selezione di dodici racconti inediti per bambini e adolescenti da pubblicare gratuitamente in un’antologia. Lo scopo è la diffusione e la conoscenza della letteratura per ragazzi.

Art. 2 Sezioni del concorso. Il concorso è articolato in tre sezioni, a seconda del target del racconto:

  • 8-10 anni
  • 11-14 anni
  • 15-17 anni

In nessun modo il racconto deve prevedere illustrazioni o è possibile presentare racconti illustrati.

Art. 3 Modalità di partecipazione. Per partecipare è necessario inviare in triplice copia e in forma anonima uno o più racconti in lingua italiana (non importa la nazione d’origine e/o la residenza) della lunghezza massima di 30000 battute (spazi inclusi),  entro il 30 novembre 2011 (farà fede il timbro postale) all’indirizzo:

Dino Audino editore

Concorso Scrivere per ragazzi

via di Monte Brianzo, 91

00186 – ROMA

I fogli dovranno essere numerati e non spillati o rilegati. È preferibile invece che siano raccolti in cartelline, buste di plastica o dorsetti estraibili. Al racconto dovrà essere allegata la scheda di partecipazione, conservata separatamente in una busta sigillata, contenente i dati relativi all’autore e all’opera. È fondamentale indicare il titolo sia sul racconto sia nella scheda di partecipazione per permettere l’individuazione dell’autore, dopo le selezioni. La busta sigillata, senza alcun segno di riconoscimento, dovrà essere inclusa nello stesso plico insieme al racconto. La scheda di partecipazione è disponibile sul sito www.audinoeditore.it e in allegato a questo regolamento.

La partecipazione al concorso è assolutamente gratuita.

Art. 4 Svolgimento del concorso. Giunti in redazione, i plichi saranno aperti dalla segreteria che conserverà separatamente la busta sigillata contenente la scheda di partecipazione e consegnerà alla Giuria i soli racconti. La selezione dei racconti avverrà entro il 31 gennaio 2012. La pubblicazione entro l’estate dello stesso anno.

Art. 5 Giuria. La giuria sarà composta dall’autrice del libro Scrivere libri per ragazzi Manuela Salvi, dall’editore e da un redattore della rivista di sceneggiatura “Script”. Il giudizio della giuria è insindacabile.

Art. 6 Premio. Il premio del concorso è la pubblicazione, in forma assolutamente gratuita, dei dodici racconti giudicati migliori dalla Giuria nella collana “Scriptori” in un’antologia edita da Dino Audino editore e distribuita in tutte le librerie da Messaggerie Italiane. I dodici premiati dovranno firmare la liberatoria per la cessione dei diritti relativa a questa sola edizione, restando proprietari dei diritti per altri scopi. Ogni autore dell’antologia ha diritto a due copie omaggio.

Art. 7 Comunicazioni. Le comunicazioni con i partecipanti avverranno esclusivamente a mezzo e-mail, pertanto è importante comunicare un indirizzo valido e controllato frequentemente.

Art. 8 Paternità delle opere. Gli autori devono essere nella piena titolarità dei diritti dell’opera (anche per la parte di eventuali coautori che non intendano partecipare). I diritti dell’opera devono risultare liberi da opzioni, cessioni totali e/o parziali a favore di terze parti e comunque l’opera deve essere inedita, ovvero mai pubblicata totalmente o parzialmente in altri libri o sul web. Gli autori restano responsabili della tutela della paternità delle opere presentate.

Art. 9 Accettazione del Bando. Mediante la sottoscrizione della scheda di partecipazione e l’invio del racconto l’autore accetta tutto quanto previsto dal presente Bando di Concorso e le norme del relativo Regolamento ivi contenute. L’Autore rinuncia irrevocabilmente ad ogni pretesa e ad ogni azione, richiesta o rivalsa nei confronti degli Organizzatori del Concorso e della Giuria e di tutte le persone a qualsiasi titolo coinvolte nel concorso e li sollevano sin da ora da ogni responsabilità in merito. La mancata osservanza delle modalità di partecipazione o delle modalità di presentazione dei progetti, previste dal presente Bando e dal Regolamento, sarà considerata causa di esclusione dal Concorso.

Art. 10 Natura di concorso letterario. Il Concorso Scrivere per ragazzi rientra nelle esenzioni di cui all’art. 6 D.P.R. 26 ottobre 2001, n. 430 (esenzione dalla applicazione della disciplina dei concorsi e delle operazioni a premio, nonché delle manifestazioni di sorte locali).

Per qualsiasi dubbio o chiarimento è possibile scrivere a comunicazione@audinoeditore.it.

Qui è possibile scaricare il REGOLAMENTO COMPLETO E LA SCHEDA DI PARTECIPAZIONE.

Categories: Letteratura Tags: