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Archive for April 2, 2011

I Sumeri (parte II)

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La gonna a balze era un privilegio della nobiltà e dell’esercito, mentre si suppone che il popolo si vestisse usando lo stesso indumento privo di fronzoli, confezionato o con pellame ovino rigorosamente tosato oppure con un tessuto basico sprovvisto di riccioli voluminosi. Un esempio lampante del costume tipico lo si può notare dallo “Stendardo reale di Ur”, datato circa 2400 a.C., nel qual si descrivono in modo esauriente i costumi popolari della società sumera, e in particolar modo di agricoltori, pescatori, musicanti e soldati.

I metodi praticati per la lavorazione del pellame erano in prevalenza la concia grassa, eseguita con oli essenziali specifici, e la concia minerale eseguita mediante l’impiego dell’allume potassico, ma si usava anche la concia vegetale tramite l’uso del tannino, estratto dalle noci di galla. Le pelli venivano colorate in nero, bianco e rosso.

Il costume militare era simile a quello civile, visibile nella famosa “Stele degli Avvoltoi”, in cui il re Eannatum è raffigurato a capo delle sue truppe. All’indumento basico della gonna a falpalà si aggiungeva un mantello ugualmente confezionato a balze che cinto sulle spalle, dalla spalla sinistra, scendeva diagonalmente sul petto lasciando il braccio destro completamente libero. L’elmetto, a copertura del capo, aveva l’aspetto di parrucca con false basette e una crocchia retrostante fermata sopra la nuca. Notevole esempio è l’elmo di Mus-kalam-shar, realizzato in oro martellato e finemente cesellato, un tipico copricapo militare indossato dai nobili e alti dignitari. Le milizie spesso indossavano una gonna della stessa fattura leggermente più corta da quelle più ordinarie, probabilmente una mirabile strategia per agevolare i movimenti durante le incursioni belligeranti, un mantello legato in prossimità del petto e un elmetto in cuoio aderente sul capo e legato a soggola con una stringa.

Nel periodo di maggiore splendore le donne appartenenti alle famiglie più ricche indossavano tuniche di lino molto lunghe e leggere, adornate di gioielli e pietre preziose e cosparse di profumi.

Considerando il clima torrido della regione mesopotamica, i Sumeri camminavano solitamente scalzi e, solo all’apice della loro civiltà iniziarono ad indossare i sandali, realizzati inizialmente con materiali di origine vegetale per poi passare alla pelle. Sottoposti alle stagioni piovose, in seguito adottarono i primi calzari chiusi, ulteriormente elaborati dalle civiltà posteriori.

a cura di Marius Creati

 

“Cypher”, film cyberpunk di Vincenzo Natali, 2002

April 2, 2011 Leave a comment

Quanto profondamente può spingersi la mente umana per realizzare un progetto? Sino a che punto ci si può spingere con il lavaggio del cervello? Quante identità, noi uomini, possiamo percepire all’interno di noi? Che cos’è la realtà?

Queste sono solo alcune delle domande che la pellicola del 2002 di Vincenzo Natali trasmette allo spettatore. “Cypher” è un film low budget girato interamente a Toronto, in Canada, in soli 35 giorni per un prodotto spettacolare che soltanto un regista particolare come Natali poteva realizzare.

Vincenzo Natali (1969, Detroit) ha esordito nel 1996 con il film “Elevated”, nel 1997 invece dirige il suo grande successo “The Cube” che avrà una risonanza mondiale e consegnerà grande fama al regista. Nel 2003 dirige “Nothing”, segue nel 2005 “Getting Gilliam”, nel 2006 il cortometraggio “Quartier de la Madeleine” e nel 2009 “Splice”, film distribuito in Italia nell’agosto del 2010.

“Cypher” si colloca in quel panorama cinematografico che tende a risollevare le attitudine del cervello e della mistificazione tecnologia, immettendo tracce di possibilità relative al rapporto uomo/macchina. Questo filone prende il nome di cyberpunk, non abbiamo in questo caso innesti macchina/corpo ma il contatto avviene attraverso il cervello, attraverso la mente e quindi direttamente nell’essenza dell’essere umano. Il film presenta una possibile visione delle trasformazioni caratteriali alle quali la memoria umana potrebbe essere programmata. Non esiste una sola realtà, ma molteplici, non esiste all’interno di un corpo un solo filone di ricordi ma molteplici. Il dubitare dell’altro diviene un pensiero costante, più si dubita dell’altro e meno si avverte lo straniamento interno provocato dalla stessa negazione. Interno ed esterno si equivalgono senza riconoscersi e senza connettersi fra loro in modo equilibrato, è una situazione di stasi che ripercorre binari paralleli, in dicotomia spazio-temporale, gestita dai vari personaggi iniettati nella mente dal lavaggio del cervello.

Protagonista del film è un impiegato, un uomo normale, sposato, casa in periferica, non fuma, non beve, il suo nome è Morgan Sullivan ( interpretato da Jeremy Northam). Morgan entra a fare parte di un meccanismo perverso di spionaggio industriale, inizialmente per la multinazionale Digicorp e successivamente per la rivale Sunway System. Entrambe le multinazionali cercano disperatamente di appropriarsi di importanti informazioni ed usufruiscono delle ignare persone per conquistarle. Morgan Sullivan è una di queste ignare persone. La Digicorp gli crea una nuova identità, diverrà infatti Jack Thursby. Jack inizia a bere scotch al malto con ghiaccio ed a fumare sigarette senza spiegarsi il perché, inizia autonomamente seguendo un impulso sotterraneo.

Le sue missioni di spionaggio avranno tutte la stessa struttura organizzativa: conferenza, attivazione segnale microspia (la penna nel taschino), e ritorno a casa. Ma qualcuno si intromette in questo teatrino, una donna, Rita Foster (interpretata da Lucy Liu). Rita ammalia Morgan/Jack con il suo corpo. L’improvvisata spia si fida subito della donna e della sua ulteriore proposta di spionaggio. La Digicorp non è stata sincera con l’uomo ed il suo interesse è trasformarlo in Jack Thursby per poter spiare dall’interno la compagnia rivale.
Vorrei sviscerare la sceneggiatura ma penso di aver detto fin troppo, “Cypher” si districa in continui cambiamenti di prospettiva sia da parte del protagonista Morgan/Jack sia da parte dello spettatore che continuamente è soprafatto da colpi di scena.
Chi sta mentendo? Qual è la verità? Di chi possiamo fidarci?
Vincenzo Natali è riuscito anche a chiudere in bellezza risolvendo completamente l’aggrovigliato puzzle abilmente creato dallo sceneggiatore Brian King, ideatore anche del soggetto.

Nel cast: Jeremy Northam, Lucy Liu, David Hewlett, Nigel Bennett, Timothy Webber, Kari Matchett, Kristina Nicoll, Peter Mensah, Nelson Tynes, Scott McLaren, Anne Marie Scheffler, Mattew Sharp.

Fonte: Oubliettemagazine

 

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“Basta!” di Silvana Stremiz

Recensione di Marzia Carocci
Basta! Un Urlo che squarcia il silenzio
In un mondo distratto,  privo di valori, dove l’individuo si concentra sull’edonismo, sulla materialità, sulla superficialità e l’indifferenza, ci sono scrittori attenti, che invece puntano il pensiero sull’essenzialità, sulla realtà, sulle piaghe del nostro vivere quotidiano, quel vivere occulto, nascosto, celato e drammaticamente presente.
La poetessa- scrittrice Silvana Stremiz, fa parte di quel genere di autori che sanno osservare e denunciare sottolineando con il cuore e la sensibilità di chi non si nasconde dietro false retoriche, mettendo il lettore a conoscenza di fatti e vicende dolorose dei giorni nostri; pedofilia, violenza sulle donne, dilemmi sulle coscienze come la storia tristemente famosa di Eluana Englaro .
Fatti che scuotono le coscienze, facendoci spesso sentire limitati e impotenti, spettatori d’un vuoto esistenziale.L’autrice è un’attenta e sofisticata penna che si destra con sapienza fra narrativa e poesia, passando da il linguaggio e il ritmo musicale delle sue liriche al tono perentorio dei suoi racconti dai quali, scaturiscono immagini crude, canti sofferti dell’anima, dove il lettore viene travolto percependo quanto l’essere umano possa essere capace di tanta nefandezza.
Silvana Stremiz, ha la capacità e l’estrosità di sapere materializzare la propria introspezione, il proprio disagio, rendendo “visibile” il pensiero, la rabbia, il diniego verso qualsiasi violenza.Leggendo questo libro, per altro scritto con fluidità e capacità lessicale, si ha quasi la sensazione di udire la voce dell’autrice stessa che, con tono diretto, ci rende testimoni di eventi che aprono uno squarcio su una parte di società, quella società fatta di sopraffazioni, di silenzi, di umiliazioni e omertà.
Un libro che è denuncia, ribellione, voglia di gridare “BASTA!”, e Silvana lo dice a chiare lettere, tanto da darne il titolo al libro stesso.Fra queste pagine però, fiorisce un fiore; sono le poesie, dipinti di parole, ritmi e metriche, suoni di verità, di pianto e dolore, poesie di canto ai figli, e sono queste poesie che sanno di buono, d’amore, di mamma.Versi che ci fanno comprendere di quanti risvolti ha la vita stessa, la vita con i suoi colori, le sue ombre, gli incubi profondi e i grandi sogni rosa che ci aprono alle speranze, alla luce in un domani che vorremmo certamente migliore!
Written by Marzia Carocci

Fonte: Oubliettemagazine

 

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“Annadelmare del sì” di Annamaria Vezio

Leggere Annamaria Vezio è un viaggio nell’anima, dove spesso vi sono sentieri e labirinti oscuri dell’identità umana a volte recisa, stuprata; è un canto sofferto d’amore dove il pianto ne è sovrano, è un urlo muto, ingoiato, ignorato.
La protagonista vive in simbiosi con l’altra “sé , una bambola indifesa, inerme e tacita, una bambola alla quale hanno preso l’anima e che attende.
Ed è proprio un viaggio interiore d’una crescita esistenziale, la ricerca dell’essenza vitale per sopravvivere che Annadelmare intraprende, fino ad accorgersi che l’Amore può nascere anche dalla sofferenza, l’Amore nel significato più globale del termine ,l’Amore Universale, la linfa dove attingere per sentirsi viva, è così che da un baratro buio e profondo si creano intorno a lei colori e musica, poesia e gioia.
Annadelmare  fa tesoro di ciò che ha subito, del dolore che l’ha schiacciata, né fa energia pura; ha finalmente compreso che l’amore per il gusto d’amare qualsiasi cosa o persona è la soluzione del proprio “viaggio”, del nostro viaggio, con questa certezza Annadelmare riunisce alla propria anima l’altra “sé”, riprendendo un cammino interrotto, un cammino verso la luce.
In questo meraviglioso canto, rigo dopo rigo, si fanno largo le speranze, i sogni, la forza e la voglia d’esserci nonostante l’amore negato, la libertà rubata, i sentimenti calpestati e derisi, l’umiliazione di donna in ogni suo eccesso, sia fisico che morale.
Passo dopo passo il personaggio sale a fatica sulla vetta ostile che spesso è la vita, sale comunque, nonostante tutto, fino a conquistarsi la cima per inebriarsi in un volo libero, cercato, partorito e sofferto, va ogni limite, al di là del male, dell’egoismo, della meschinità.
Un volo d’anima pura, su ali d’Angelo; il lettore l’amerà e vorrà proteggerla fin dall’inizio e l’accompagnerà per mano oltre le nuvole, dove ogni essere ha diritto al rispetto, alla libertà, all’amore e soprattutto, all’incondizionato diritto alla vita.
In un linguaggio fatto canto di poesia, le parole escono come musica ed ogni passaggio è un dipinto d’autore.
Questo meraviglioso libro è un regalo alle donne e non solo, un dono per ogni essere che si appigli alla speranza e che riesca a trovare la forza di farcela anche quando non sembra venire più il giorno, quando è freddo il cuore e il fiato sembra non uscire più dal petto.
Un libro che è ricerca nell’amore assoluto, un testo di speranza dove comprendiamo che anche nel più torbido e putrido dei terreni, può sbocciare uno splendido fiore.
Written by Carocci Marzia

Fonte: Oubliettemagazine

 

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“Uncle Bubbles”, un film di Fabrizio Marrocu

Uncle Bubbles” è un cortometraggio indipendente realizzato tra Giugno e Agosto 2010. Il film è diretto da Fabrizio Marrocu, il quale ha curato anche soggetto, sceneggiatura, fotografia e montaggio. Il soggetto è frutto di una collaborazione che ormai dura da tre anni tra il regista e Flavio Picciau, insieme hanno lavorato a tre cortometraggi di elevato carattere sperimentale, “Paolo”, “Ermanno”, “Arturo”.
La storia mette in rilievo l’ineluttabilità della vita e dei movimenti che portano allo sfascio di una famiglia e di un rapporto fraterno. L’ineluttabilità della coerenza e della chiusura. Dell’abbandono morale e umano.
5 attori protagonisti. 4 sono fratelli, due presentano degli handicap mentali. I 4, a causa di un’eredità, percorreranno momenti di profonda crisi. Il quinto personaggio è il Dottore. Vera star del cast, però, è il mistero che si cela dietro la figura dei due fratelli handicappati e della rabbia incontrollabile dei due restanti. Termina con il sangue, termina in modo inaspettato, nell’oscurità della selvaggia ignoranza umana.
“Uncle Bubbles” è caratterizzato da una dicotomia topografica di forte impatto, specchio delle indoli degli attori protagonisti. Lo sguardo dello spettatore è accompagnato in due piani in equilibrio, esterno ed interno, allo stesso modo della psiche dei cinque personaggi anch’essi in contrappeso. X e Y sono personaggi interni, A e B sono esterni ed il dottore rappresenta un costituente isolato che determinerà la ricostruzione originaria dei quattro.
Il corto è interamente recitato in lingua sarda in ceppo linguistico Campidanese e i personaggi si esprimono nella parlata di Villacidro (VS), paese d’origine del regista e degli attori. Il metodo di lavoro usato è un metodo sperimentale frutto di una ricerca sulla creazione filmica avente come perno centrale i principi dell’improvvisazione attoriale e del controllo degli elementi caotici della realtà in rapporto a percorsi narrativi semi-prestabiliti. Gli attori coinvolti sono tutti non-professionisti.
La locandina di “Uncle Bubbles” è stata realizzata da Carlo Giambaresi. (contatto carbonmade)
La colonna sonora è realizzata da Stefano Guzzetti.
Di seguito alcuni link di approfondimento:
– Articolo sul metodo di lavoro “Improvvision“.
– Intervista al regista, Fabrizio Marrocu.
Il cortometraggio, prodotto da “Faster Keaton” per “Under The Weather”, sta suscitando notevole curiosità e gareggia giovedì 24 febbraio 2011 nella sezione ufficiale e nella sezione Iceberg al “Visioni Italiane 2011” di Bologna.
“Uncle Bubbles” è disponibile in visione streaming all’indirizzo:

Filmografia:
–        PAOLO [2008] – Italia, durata: 23′
–        ERMANNO [2009] – Italia, durata: 50′
–        ARTURO [2009] – Italia, durata: 29′
–        UNCLE BUBBLES [2010] – Italia, durata: 39′

Fonte: Oubliettemagazine

 

“Il cavaliere mascherato” di Barbara Brussa

“Il cavaliere mascherato” della scrittrice  Barbara Brussa
Un’intensa fiaba d’amore,  un cantico emozionale, la storia di  un amore forte e sofferto, dirompente, dilaniante, un sentimento indissolubile da non essere scalfito né dal tempo né dalle distanze. Saranno i protagonisti del racconto, Amélie e Fabien che ci trasporteranno per mano a vivere di un legame nato nel loro cuore da sempre, e da sempre voluto e bramato, nonostante le avversità e il cammino che la vita stessa ci impone malgrado le nostre aspettative e i nostri desideri.
L’autrice, Barbara Brussa, riesce con elegante  maestria e capacità lessicale a rendere la storia particolarmente viva ed intensa; ambientata alla fine dell’800 con riferimenti in simbiosi all’odierno vivere. A dare musicalità e incanto al suo romanzo, Barbara Brussa inserisce una vena poetica particolarmente descrittiva, ritmata, una poesia che ci accarezza l’anima e ci rende partecipi alla vicenda che ci trasporta e ci conquista emotivamente.
Un libro che è incanto fin dal primo rigo, un alternarsi di dubbi, certezze, paure, passi tra vittorie e sconfitte, un racconto che è il viaggio di un amore intenso e necessario come l’aria che respiriamo, come la terra per camminare. Amélie e Fabien saranno vicini anche nelle distanze, consapevoli sempre che arriverà il giorno nel quale potranno vivere la loro emozione, supereranno barriere, ostacoli, fermeranno il tempo, supereranno tutto ciò che è materiale per raggiungere quello che nel loro cuore è racchiuso: il desiderio di unirsi.
Un testo che ha luce propria,  che è speranza, fra narrativa e poesia, passato e presente; uno scrigno colmo di lacrime e sorrisi, dove non manca mai il desiderio e la tenacia di avere ciò che sentiamo nostro, l’essenza vitale del nostro vivere terreno.In un tempo dove l’amore è nascosto, trascurato, innominato, Barbara Brussa ci propone una meravigliosa storia incorniciata da tralci poetici, una storia che ci fa riflettere di quanto sia importante l’amore, di quanto sia vitale e necessario all’essere umano questo sentimento invisibile come tutte le emozioni, ma che rende bello e pieno di luce chi lo vive e ne respira l’essenza.
Una fiaba che ci farà sperare il lieto fine, che farà vibrare il cuore fino all’ultima riga dove un sorriso ci accompagnerà alla chiusura del libro felici di avere assistito a qualcosa di magico e meravigliosamente eterno: l’esistenza del vero AMORE!
Written by Marzia Carocci

Fonte: Oubliettemagazine



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“Alchimia” di Siddharta-Asia Lomartire

Alchimia

Respiri tenui,
e un calore tenace
compaiono al calar del sonno,
quando tristemente la parola
viene risucchiata dalla stanchezza.
E tornano a farsi sentire
calde le carni
e tornano a farsi profondi e buii
gli sguardi.
Un lasso di tempo
di melodici respiri,
che a tempo digiunano,
che a tempo ritornano.
E anche l’alba  ,
non vuol disturbare quest’alchimia
di silenzi e respiri,
e anche il sole tarda
a non voler svegliare gli sguardi buii
spettatori di altre visioni.

 

Già edita su http://www.scrivere.info

http://www.scrivere.info/poeta.php?idautore=7521
2011 TUTTI I DIRITTI RISERVATI

 

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Aforisma di Oscar Wilde

“Ogni volta che si ama è l’unica volta in cui si è mai amato. La differenza dell’oggetto non altera l’unicità della passione, semplicemente la intensifica. Amare se stessi è una storia d’amore lunga tutta la vita”.

 

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