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Archive for March 30, 2011

“La vispa Teresa” di Carlo Alberto Salustri, Trilussa

– La vispa Teresa

 

Se questa è la storia

che sanno a memoria

i bimbi d’un anno

pochissimi sanno

che cosa le avvenne

quand’era ventenne.

 

Un giorno di festa

la vispa Teresa,

uscendo di chiesa,

si alzava la vesta

per farsi vedere

le calze chiffonne

che a tutte le donne

fa molto piacere.

 

Armando il pittore,

vedendola bella,

le chiese il favore

di far da modella.

Teresa arrossì…

ma disse di sì.

“Verrete?” – “Verrò.

Ma badi, però …” –

“Parola d’onore”

rispose il pittore.

 

Il giorno seguente

Armando l’artista

stringendo fremente

la nuova conquista

gridava a distesa:

“T’ho presa, t’ho presa!”

Ma a lui supplicando

Teresa gridò:

“Su, su, mi fa male

la spina dorsale.

Mi lasci, che anch’io

son figlia di Dio…

Se ha qualche programma

ne parli alla mamma.”

A tale minaccia

Armando tremò,

dischiuse le braccia…

ma quella restò.

 

Perduto l’onore,

perduta la stima,

la vispa Teresa,

più vispa di prima,

per nulla pentita,

per niente confusa,

capì che l’amore

non è che una scusa.

 

Per circa sei lustri

fu cara a parecchi :

fra giovani e vecchi,

fra oscuri ed illustri,

la vispa Teresa

fu presa e ripresa.

Contenta e giuliva

s’offriva e soffriva

(la donna che s’offre,

se apostrofa l’esse,

ha tutto interesse

a dire che soffre).

 

Ma giunta ai cinquanta,

con l’anima affranta,

col viso un po’ tinto,

col resto un po’ finto,

per trarsi d’impaccio

dai prossimi acciacchi

apriva uno spaccio

di sale e tabacchi.

 

Un giorno un cliente,

chiedendo un toscano,

le porse la mano

… così … casualmente:

Teresa la prese,

la strinse e gli chiese :

Mi vuole sposare?

Farebbe un affare!”.

Ma lui di rimando

rispose : “No, no!

Vivendo, fumando,

che male ti fo?”

Confusa, pentita,

Teresa arrossì,

dischiuse le dita

e quello fuggì.

 

Ed ora Teresa,

pentita davvero,

non ha che un pensiero:

andarsene in chiesa.

Con l’anima stracca

si siede e stabacca,

offrendo al Signore

i resti d’un cuore

che batte la fiacca.

 

Ma spesso, fissando

con l’occhio smarrito

la polvere gialla

che resta sul dito,

le sembra il detrito

di quella farfalla

che un giorno ghermiva

stringendola viva.

Così, come allora,

Teresa risente

la voce innocente

che prega ed implora :

“Deh, lasciami: anch’io

son figlia di Dio!”.

 

“Fu proprio un bel caso!

– sospira Teresa

fiutando la presa

che sale nel naso –

Ma se non son lesta

mi scappa anche questa!”.

E fiuta e rifiuta,

tossisce e starnuta:

il naso è una tromba

che squilla e rimbomba

e pare che l’eco

si butti allo spreco…

 

Tra un fiotto e un rimpianto,

tra un soffio e un eccì,

la vispa Teresa…

Lasciamola lì.

 

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La farfalletta (La vispa Teresa) di Luigi Salier

– La farfalletta

La vispa Teresa
avea tra l’erbetta
A volo sorpresa
gentil farfalletta
E tutta giuliva
stringendola viva
gridava distesa:
“L’ho presa! L’ho presa!”.

A lei supplicando
l’afflitta gridò:
“Vivendo, volando
che male ti fò?
Tu sì mi fai male
stringendomi l’ale!
Deh, lasciami! Anch’io
son figlia di Dio!”.

Teresa pentita
allenta le dita:
“Va’, torna all’erbetta,
gentil farfalletta”.
Confusa, pentita,
Teresa arrossì,
dischiuse le dita
e quella fuggì.

 

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Intervista di Alessia Mocci a Siddharta-Asia Lomartire ed al suo “La Tara dell’Atman”

“Dal momento in cui, in poi/ così scarni in viso m’apparite,/ come scheletri/ consumati dal tempo,/ reduci di battaglie da voi mai vinte./Risorgerò dal momento in cui,/ più partecipe/ non sarò dei vostri sguardi,/ al giorno in cui senza meta/ vedrò andarvene./ Risorgerò dalle vostra ossa/ consumate,/ che come la cenere/ ha un percorso/ senza fiato,/ senza dimora.”

La poesia si intitola “Risorgerò dalle nostre ceneri” e l’autrice è Siddharta-Asia Lomartire. “La Tara dell’Atman” edito nel 2010 presso la casa editrice Rupe Mutevole Edizioni nella collana “La Quiete e l’Inquietudine”, è una raccolta di 49 liriche che investe un versificare libero da strutture metriche precostituite ed attento ad una punteggiatura che sottolinea “la sensazione” di Siddharta-Asia Lomartire. “La Tara dell’Atman” in questo modo riesce a stabilire un energico contatto tra autore e fruitore, un contatto che evapora all’interno del corpo per divenire pensiero in presentia. I versi si scambiano vicendevolmente in un gioco agrodolce di racconti tra l’autobiografico e l’universale.

L’autrice è stata molto disponibile nel rispondere ad alcune domande sulla sua persona e sulla sua opera. Buona lettura!

A.M.: Perché utilizzare uno pseudonimo?

Siddharta-Asia Lomartire: L’utilizzo dello pseudonimo nasconde vari significati della mia personalità. Essenzialmente è un nome veritiero, non ha maschere questo nome, è l’assembramento, la comunione, il contrasto tra la luce se cosi vogliamo intenderla ed il buio. Lo stesso nome Siddharta è proprio “uno che cerca” un cercatore, un uomo inquieto, bisognoso di trovare una certezza tra le tante incertezze della vita, l’Assoluto nella relatività dell’esistenza e dei rapporti, che tenta di vivere in profondità la propria esistenza, attraversando tutte le esperienze possibili, la sensualità, il misticismo, la meditazione filosofica, ricercando il tutto nel particolare, forte della convinzione che nessuna acquisizione è definitiva, e che la conoscenza ha sempre innumerevoli aspetti da scoprire. Asia nel contempo è l’esatto contrario di quello che si può interpretare come illuminazione, Asia è l’amante di Siddharta, la sua concubina, sposa, è la parte buia che ciba la luce, l’ombra stessa della luce. Il loro opposto e il loro complemento. Questo nome sono due forze che si contrastano e si intrecciano, dando poi vita alla mia stessa poesia, all’ombra ed alla luce.

A.M.: Poesia e Misticismo. Qual è, secondo te, la ragione dell’utilizzo della poesia per celebrare l’oscurità e la luce?

Siddharta-Asia Lomartire: Mistico e sensuale. La poesia è sacra per cui mistica. Penso sia giusto parlare di poesia come se si parlasse di un “coma” da cui il poeta riesce a trapelare ogni piccolo particolare, dalla quale riesce a risorgere ogni volta che poi crea. La coscienza del fatto che la poesia possa infiltrarsi cosi chiaramente nelle brame di colui che poi ne sarà creatore, da ragione di credere che sia la luce che l’oscurità sono i fondamentali attori di quello che poi si tramuta in uno spettacolo che tra l’ombra (quindi il buio) ed i riflettori (la luce) da cosicché la nascita di quella che può essere la visione, di quello che può essere reale e vissuto, intuito, ma può anche essere una sorta di stato empatico da cui il poeta non può sottrarsi, e pur essendone incatenato e cosciente a ciò riesce a mescolare ed a codificare chiaramente le due forze, che in un unione possono risultare l’inizio e la fine e contemporaneamente la continuità di una preghiera, di un urlo, di un vociferare mistico e sensuale. Il buio e la luce, la ragione.

A.M.: “La Tara dell’Atman” è una raccolta di poesie. Esiste una tematica di fondo che unisce ogni lirica seguendo un file invisibile tra autrice e lettore?

Siddharta-Asia Lomartire: “La tara Dell’Atman” è un fiammifero acceso sull’umanità, preferisco vederlo cosi, preferisco avere questa visione cosi positiva di questo libro, da attribuirgli questo significato. Il peso dell’anima (Atman- il vero se dell’essere) dovrebbe essere un campanello d’allarme in questo mondo privo di sfumature, in questo mondo che non vuole ascoltare, in un mondo dalla quale pur schiavi e coscienti di ciò, si continua inesorabilmente ed inconsciamente a vivere in un finto e banale benessere, il peso dell’anima potrebbe essere la via di fuga da costrizioni e condizionamenti. Principalmente il mio interesse maggiore è quello che il lettore, leggendo, sfogliando e respirando il mio libro possa fermarsi e oltre che leggere, e dopo aver letto, non restare con la coscienza di niente, non elogiare o apprezzare un “nome” di un autore solo per la sua bravura nel esprimersi, ma essenzialmente il mio interesse risiede nella speranza che possano queste parole, queste poesie, queste lettere, queste grida che si rifugiano nel silenzio dare coscienza e far fermare il lettore a riflettere,a cercare,a vivere, a vivere nell’ essenza delle emozioni, in uno stato di empatia tale da permettergli di vedere la continuità dell’essere e di ciò che accade. Essenzialmente non esiste una tematica precisa, o forse c’è e non ne sono consapevole, le mie poesie sono il risultato di tutto ciò che assimilo, di tutto ciò che non sfugge ai miei occhi, che una volta masticato e rimuginato viene silenziosa, come una signora e si posa su di un foglio, come a ricordare che lei è li, impressa. E sono immagini, sensazioni, un groviglio di sensazioni che partorisco e percepisco cosi quasi d’istinto, senza che io possa avere il tempo di rendermi conto di ciò che in quell’istante sto generando. Il filo invisibile c’è e l’ho imbastito cosi raffinatamente da cercare con il lettore una sorta di comunione che porti lo stesso lettore a vivere e rivivere tutto ciò che ho visto e vissuto io stessa prima di dar vita ad una poesia, con l’ausilio di punti e virgole, di attimi e spazi cerco di indirizzare l’autore a seguire una precisa forma di lettura che possa ipnotizzarlo nello stesso modo in cui lo sono stata io nel momento della creazione stessa della poesia.

A.M.: Qual è la lirica verso la quale di essere maggiormente legata?

Siddharta-Asia- Lomartire: In questa domanda se ne cela un’altra: qual è il tuo figlio preferito? E da “madre” risponderei che tutto ciò che ho creato lo amo allo stesso modo, ogni lirica, ogni lettera che abbia inciso per me sono e restano le liriche alla quale sono legata. Parlo di figli, proprio perché per me scrivere rappresenta un travaglio, la nascita. E nel momento in cui do alla vita queste poesie sto dando alla vita una parte di me, un piccolo feto che cresce, una larva che si schiude, anche se molto differente da un comunissimo parto, associo lo scrivere a ciò, quindi è inesistente per me una lirica alla quale sono più legata, ognuna di esse mi somiglia, ha i miei tratti e la mia essenza. Qualcuna anche il colore dei miei occhi!

A.M.: Potendo tornare indietro cambieresti qualcosa di “La Tara dell’Atman”?

Siddharta-Asia Lomartire: Se devo essere sincera, no! Non cambierei nulla, Tutto è accaduto e creato cosi come doveva essere in questo lasso della mia vita. Per me non esiste il “se tornassi indietro.” Tutto accade così come noi vogliamo che accada, siamo noi a dipingere, a dare forma, contorno e colore alla nostra vita ed alle situazioni, nel momento in cui si voglia cambiare qualcosa, disponiamo del presente o addirittura del futuro per poter modificare, o meglio per poter dare una continuità a ciò che facciamo e che siamo.

A.M.: Quali sono gli autori che ti sono stati affianco sino ad oggi?

Siddharta-Asia Lomartire: Tanti, anche troppi a far da coperta quando sentivo la necessità di capire e conoscere, di scoprire da me e non sotto forma di istruzione e condizionamento. E da necessità tutto ciò in brevissimo tempo poi si tramutò in amore. Ho sempre cercato da me di scoprire autori o scrittori, di acquistare libri di cui non conoscessi nulla pur di avere un mio pensiero personale su ciò che andavo a leggere e scoprire. Sono vari gli autori che considero quasi delle fondamenta nella mia vita, al di là dei periodi storici e delle preferenze, penso che la poesia, come la filosofia come l’arte in generale non possa essere catalogata, io stessa non sarei in grado di classificarmi in un età o in uno stile preciso. Penso tutto ciò possa avere solo una parola veritiera: continuità. Non amo fare classifiche ne essere portatore di elogi, ogni poeta, scrittore, filosofo “contemporaneo” e dell’ “età antica” ha lasciato in me un’impronta, un’ideologia.

A.M.: Come ti trovi con la casa editrice Rupe Mutevole Edizioni? La consiglieresti?

Siddharta-Asia Lomartire: Mi sono trovata molto bene con la casa editrice Rupe Mutevole, difatti ho scelto loro per la prima mia pubblicazione del mio primo libro. Sono stati disponibili sin dal primo momento, e hanno dato molta importanza alle mie idee ed al modo in cui io volessi venisse prodotto il libro. Si è instaurato un buon rapporto e spero che sia sempre più alimentato per la passione che ci accomuna: Poiesis. Sicuramente consigliere la Rupe Mutevole edizioni a chiunque voglia intraprendere un percorso stabile e di concretezza. Per quanto mi riguarda mi sono trovata benissimo con loro, e spero di collaborare in futuro.

A.M.: Hai qualche progetto letterario per il 2011? Puoi anticipare qualcosa?

Siddharta-Asia Lomartire: Al momento non ho progetti programmati per il 2011. Preferisco pensare che le cose se devono accadere, accadano così, all’improvviso, cosi com’è accaduto con questo libro. Così come all’improvviso giunge la pioggia, così come all’improvviso la mia mano prende a scrivere…

Link recensione “La Tara dell’Atman”:

http://oubliettemagazine.com/2011/03/13/la-tara-dell%E2%80%99atman-di-siddharta-asia-lomartire-rupe-mutevole-edizioni/

Link del Facebook dell’autrice:

http://www.facebook.com/home.php?#!/profile.php?id=1140723629

Lascio link utili per visitare il sito della casa editrice e per ordinare il libro.

http://www.rupemutevoleedizioni.com/

http://www.reteimprese.it/rupemutevoleedizioni

http://www.facebook.com/pages/Ufficio-Stampa-Rupe-Mutevole/126491397396993

Alessia Mocci

Responsabile Ufficio Stampa Rupe Mutevole Edizioni

Fonte: Oubliettemagazine

Pensiero (Dio è Dio) di Vaslav Nijinsky

Amo i buffoni di Shakespeare. Hanno molto humour, ma alle volte si arrabbiano, perché non sono Dei. Io sono un buffone in Dio, perciò amo fare il buffone.

Il buffone è buono dove c’è amore. Un buffone senza amore non è Dio. Dio è un buffone. E io sono Dio. Noi siamo Dei, voi siete Dio.

Voglio dire cos’è Dio.

Dio è Dio e Dio è Dio.

da “Diari” di Vaslav Nijinsky

 

Intervista di Alessia Mocci ed Alessio Ω Grassi ed al suo blog “Zombie Survival Rules”

Il termine “zombie” è un prestito dalla cultura haitiana identificabile con una sorta di morte apparente, ma nella nostra cultura lo zombie è diventato un “morto vivente”. La letteratura ci ha marciato per secoli ed il cinema continua a stupirci con le innovazioni motorie di questi esseri. Siamo davanti ad una colonizzazione zombie.
Alessio Grassi, dopo aver lavorato per diversi blog sugli zombie e sull’horror, ha deciso di crearne uno proprio: “Zombie Survival Rules”. Un nome accattivante per un blog che cerca di salvarci la vita in caso di attacco zombie.
Alessio è stato molto gentile nel rispondere ad alcune domande sulla sua vita e sul suo blog. Buona lettura!

A.M.: Com’è nata l’idea di un blog sugli zombie?

Alessio Ω Grassi: Prima di aprire un blog tutto mio, collaboravo qua e là con altri siti che trattavano sempre il tema zombie. Ma non ero libero ne di scrivere ciò che volevo ne di pubblicare quando volevo. Perciò ho deciso di aprire un sito tutto mio dove tutti possono collaborare e sono i benvenuti! Ognuno di noi può dare un gran contributo alla causa non morta. Piano piano cerco di scrivere una guida sulla sopravvivenza in caso di Out break e ultimamente cerco di approfondire il tema “Real Zombie” tramite la pubblicazione di articoli che riguardano la possibilità della creazione di un virus che provochi effetti simili a quelli descritti negli zombie movie.

A.M.: Qual è il miglior pregio del blog?

Alessio Ω Grassi: Il miglior pregio del blog è sicuramente il fatto che è strutturato e scritto da appassionati e lettori per i lettori! Non cerco gloria personale come altri… E poi cerchiamo di dare consigli reali pubblicando molto materiale scaricabile da tutti gratuitamente! Infine ci sono i gadgets del blog a disposizione dei nostri sostenitori! Non tutto ma di tutto.

A.M.: A quando risale il tuo primo ricordo di zombie?

Alessio Ω Grassi: Ero ad un compleanno e su Sky Universal davano il film di Tom Savini del 1990 “The night of living dead”. È stato subito amore…. Mentre per i videogame passavo con mio cugino interi pomeriggi a giocare a Resident Evil 2!

A.M.: Film e libro preferito sugli zombie?

Alessio Ω Grassi: Difficile scegliere tra i cult del genere diretti dal maestro George A.Romero Dirò il più scontato: “The night of living dead” del 1968… la pietra miliare del genere… Certo, anche “Day of dead” del 1985 e “Zombie” del 1978 diretti dallo stesso Romero mi piacciono moltissimo! Per il libro opto per “Zombie Survival Guide” scritto da Max Brooks. È a lui che cerca di ispirarsi il mio blog…

A.M.: Che cosa pensi dell’evoluzione degli zombi da essere lento a veloce?

Alessio Ω Grassi: Io amo gli Zombie classici:lenti, stupidi e facilmente eliminabili. Non mi piacciono film come “28 giorni dopo” e “Dawn of dead” del 2004 diretto da Snyder. Più che Zombie sembrano maratoneti! Boccio in tutto e per tutto questa rivisitazione del soggetto Z!

A.M.: Una possibile unione tra zombie e vampiro che cosa formerebbe?

Alessio Ω Grassi: Ci sono stati film a che trattano di una possibile guerra tra Zombie e Vampiri. Di una loro possibile unione nessuno ne aveva mai parlato. Sicuramente unendo la forza bruta degli Zombie e lo charme e l’astuzia dei vampiri l’umanità non avrebbe scampo Gli “Zombiri“: ecco come li chiamerei!

A.M.: Regole per la sopravvivenza. Pensi che ne avremo bisogno?

Alessio Ω Grassi: Se mi ponevi questa domanda qualche mese fa avrei risposto di no ma con tutto il casino che sta succedendo ora, tra nucleare, immigrati clandestini e una possibilità sempre più concreta di una guerra batteriologica non so cosa pensare! Non penso ad una vera e propria apocalisse Zombie ma sono sicuro che presto molte delle guide che scrivo e i consigli su come sopravvivere ad una epidemia ci saranno molto utili.

A.M.: Oggi. Attacco di zombie. Che faresti per prima cosa?

Alessio Ω Grassi: Per prima cosa chiamerei la mia fidanzata per vedere come sta Ci sono molto legato. La prima regola per sopravvivere ad una apocalisse è la vicinanza delle persone che ami. Solo loro possono darti la forza di andare avanti… Poi cercherei di mettere in pratica anni di studi sulle teorie di sopravvivenza!

  • a) Fare l’inventario dei cibi non deteriorabili presenti in casa;
  • b) Procurarmi armi di tutti qualunque tipi;
  • c) Assicurarmi che la mia casa sia a prova di Zombie barricando porte e finestre;
  • d) Tenersi pronti al peggio!

A.M.: Oggi. Ti svegli zombie. Che faresti per prima cosa?

Alessio Ω Grassi: Mi sono sempre chiesto che cosa si provi ad essere uno Zombie. Sicuramente me ne andrei in giro qua e là a mangiare qualcuno che da vivo non potevo sopportare!! Vendetta perfetta…

Ringrazio Alessio per la cordialità e invito tutti i lettori a visitare il suo interessante blog:

http://zombiesurvivalrules.blogspot.com/

P.s. Attenti agli ZOMBIRI!

Fonte: Oubliettemagazine

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“Istanti” di Jorge Luis Borges

March 30, 2011 3 comments

Istanti

Se io potessi vivere un’altra volta la mia vita
nella prossima cercherei di fare più errori
non cercherei di essere tanto perfetto,
mi negherei di più,
sarei meno serio di quanto sono stato,
difatti prenderei pochissime cose sul serio.
Sarei meno igienico,
correrei più rischi,
farei più viaggi,
guarderei più tramonti,
salirei più montagne,
nuoterei più fiumi,
andrei in posti dove mai sono andato,
mangerei più gelati e meno fave,
avrei più problemi reali e meno immaginari.
Io sono stato una di quelle persone che ha vissuto sensatamente
e precisamente ogni minuto della sua vita;
certo che ho avuto momenti di gioia
ma se potessi tornare indietro cercherei di avere soltanto buoni momenti.
Nel caso non lo sappiate, di quello è fatta la vita,
solo di momenti, non ti perdere l’oggi.
Io ero uno di quelli che mai andava in nessun posto senza un termometro,
una borsa d’acqua calda, un ombrello e un paracadute;
se potessi vivere di nuovo comincerei ad andare scalzo all’inizio della primavera
e continuerei così fino alla fine dell’autunno.
Farei più giri nella carrozzella,
guarderei più albe e giocherei di più con i bambini,
se avessi un’altra volta la vita davanti.
Ma guardate, ho 85 anni e so che sto morendo.

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Luis Royo e l’apocalisse

“Ho visto un cielo nuovo e una terra nuova, perchè il primo cielo e la prima terra erano scomparsi, e il mare non esisteva più…”

E’ proprio con una citazione dell’Apocalisse che Luis Royo apre “Millennium III”, un suo libro di illustrazioni prodotte dal grande pittore (e non solo) spagnolo.

Luis Royo nasce nel ’54 in Spagna, all’età di 30 anni circa le maggiori case editrici internazionali pubblicano i suoi lavori, tra cui la Warner Books, la Marvel, la Pocket Books. Royo arriva ad esser conosciuto in ogni dell’Europa e degli States. Le sue opere compaiono sulle copertine di libri, riviste, tazze per la colazione, motociclette, e sulla pelle umana, rapendo anche l’attenzione degli amanti del tattoo, e su decine d’altri oggetti d’uso comune. Irrompe nel mercato e conquista subito il Mondo.

Nelle sue opere, la femminilità, la sensualità e l’eros diventano vittime, carnefici e ciceroni di torbide atmosfere e situazioni prettamente cyberpunk, corrente artistico-letteraria sviluppatasi negli anni ’80, grazie alle ambientazioni fantascientifiche e pessimistiche, in cui le tecnologie e le bio-tecnologie prendono il sopravvento intersecandosi nella carne umana e anche, viceversa, la carne umana intersecandosi nelle strutture costituenti le città distrutte. Luoghi, e in alcuni casi non-luoghi, in cui dei mostri mutanti imperano e si immergono in oscurità metalliche. Corridoi claustrofobici nei quali umani, con nel corpo inserti meccanico-robotici, cyborgs, stringono a sé delle splendide donne semi-nude. Città distrutte e tumefatte, con le pareti delle strutture quasi vive e grondanti di sangue. Tutto ciò a dimostrare che i contesti delle sue creazioni appartengono con certezza al cyberpunk.

Un futuro senza speranza, una società “tecnologicocratica” ormai involuta che tende sempre più verso il caos ed in cui nessuno aspirerebbe mai a viverci. Una vera e propria distopia.

L’opera, “L’angelo caduto”, (1997 – 63×44,5 cm) è presente anche nella copertina di Millennium III.

Il peso compositivo dell’immagine tende verso la destra dell’opera per via del posizionamento dei soggetti sul lato destro dell’opera. Questa tecnica compositiva, acquisita anche dalla fotografia, viene chiamata “regola dei terzi”, e consiste nel dividere in terzi un’immagine e nel riporre i soggetti nelle intersezioni dei terzi in modo tale da armonizzare e dinamicizzare la composizione totale. Utilizzando una tecnica mista, tramite l’aerografo, con cui riesce a render ottimamente il luccichio nella testa e nelle ali della donna angelo, i colori ad olio, gli acquerelli, e gli acrilici, l’abile disegnatore e pittore, Luis, riesce a rappresentare la donna angelo e l’angelo cyborg nei minimi particolari, fino ad arrivare quasi ad una precisione degna dell’iper-realismo. I due, antestanti ad un enorme serie di cerchi concentrici metallici arrugginiti, stanno a terra inginocchiati. Lei mantiene la testa al cyborg rassegnato, come se lo stesse consolando. Nel mentre le cade una lacrima bianca. Eppure non vi è tensione muscolare né nei corpi né nei loro visi atarassici e spersonalizzati. Tutti segni-stereotipi d’appartenenza al cyberpunk: la spersonalizzazione, la solitudine, la rassegnazione, gli inserti neuro\bio-meccanici sul cyber-angelo.

Un elemento che si trova di continuo nelle opere di Royo è l’accostamento tra bellezza e bruttezza. In questo caso: la bellezza della donna angelo, con la sua vellutata pelle, e la bruttezza della pelle del cyborg. Elementi totalmente contrastanti che insieme creano un vortice quasi grottesco e allo stesso tempo interessante e unico.

La citazione dell’Apocalisse ben preannuncia le situazioni incerte di rassegnazione, di grandi cambiamenti e di sofferenze che il folle genio rappresenta nei suoi futuri svilenti e soffocanti causati da una degenerazione dell’eugenetica, dall’esasperazione della robotica e delle biotecnologie e dal troppo alto ruolo dell’intelligenza artificiale che, in questi mondi ipotetici, sfocia in chaos. Temi, questi, attualissimi che scatenano ancora dibattiti accesi nel campo della bioetica fra filosofi, politici, bioingegneri e non solo. L’approccio del cyberpunk non è, quindi, solo di puro sfogo creativo fine a sé stesso, è, anzi, una forte critica verso la nostra società attuale. Questa corrente non è intrapresa solo letterariamente o solo dal mondo delle illustrazioni, ma anche da svariati film, tra i più noti: Matrix, eXistenz, Jhonny Mnemonic. Il cyberpunk è una vera e propria possibile realtà nella quale il nostro presente potrebbe sfociare.

In foto “L’angelo caduto”.
Written by Fabio Costantino Macis
http://fabiocostantinomacis.carbonmade.com
http://fabiocostantinomacisadv.carbonmade.com

Fonte: Oubliettemagazine

 

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“Il fumo” di Bertold Brecht

Il fumo

La piccola casa sotto gli alberi sul lago.

Dal tetto sale il fumo.

Se mancasse

Quanto sarebbero desolati

La casa, gli alberi, il lago!

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“Buried – Sepolto” la commedia nera di Rodrigo Cortés, 2010

March 30, 2011 Leave a comment

Che alcune volte i trailer e la localizzazione del genere di un film sia fonte di fraintendimenti, di certo, non è una novità. Alcuni film che meritano rispetto passano del tutto inosservati perché si è sbagliato il trailer e viceversa nella maggior parte dei casi il trailer è d’effetto ma la pellicola è a dir poco deludente.

Un qualcosa di analogo è successo con il film “Buried –Sepolto” uscito nelle sale venerdì 15 ottobre. Il film è stato catalogato come un thriller – horror ansioso, ma in realtà non è nulla di tutto questo. Il regista è Rodrigo Cortés (Spagna, 1973). Cortés è attore, scrittore, sceneggiatore, compositore, produttore. Come regista ha esordito nel 1998 con il corto “Yul”, segue nel 2000 il corto “15 giorni”, nel 2002 il corto “Los 150 metros de Callao” e “Dentro”, nel 2007 il corto “Dirt Devil” ed il lungometraggio “Concursante”.

“Buried – Sepolto” è un film molto coraggioso. Per tutta la durata della pellicola, circa una novantina di minuti, lo spettatore ha davanti a se una bara ed un attore. Di sicuro una trovata geniale. L’unico problema è la classificazione del genere: attenzione non è un thriller, non è un horror, ma più che altro possiamo identificarlo come commedia dall’humour nero. Le scene che dovrebbero iniettare dell’ansia allo spettatore sono in realtà palesemente ridicolizzate da oggetti, inquadrature ma soprattutto una geniale sceneggiatura che porta alla risata piuttosto che all’angoscia.

Protagonista assoluto di “Buried” è Paul Conroy (interpretato da Ryan Reynolds), un trasportatore americano del 1987 che da nove mesi sta in Iraq. Siamo nel 2006 e Paul dopo un attacco al proprio convoglio si risveglia legato ed imbavagliato all’interno di una bara di legno sotto terra nel deserto. Paul è frastornato, non ricorda tanto delle ore precedenti: alcuni ragazzini che tirano pietre e dei ribelli che sparano addosso al convoglio uccidendo tutti, forse tutti. Non capisce il motivo della sua reclusione, è un semplice padre di famiglia, un trasportatore senza armi che non ha mai offeso la popolazione. Inizialmente Paul ha solo un accendino per illuminare l’ambiente e capire che è in una trappola mortale. Successivamente sente squillare un cellulare. Forse la sua salvezza.

Non è suo quel cellulare. Cerca di rintracciare la sua famiglia, ma è sempre la segreteria telefonica a rispondere, protagonista indiscussa di alcune prese in giro demenziali. Decide di mettersi in contatto con l’FBI ma una serie di “inconvenienti” rovinosamente divertenti non riescono a produrre il panico necessario che un thriller dovrebbe vestire. “Buried” ha un forte sottofondo da “gag” tipica. Il personaggio ha pochissimi elementi: un cellulare in modalità linguaggio iracheno e delle fonti luminose quali accendino, lampada mezza scarica, luci da discoteca, ma riesce benissimo nella rappresentazione di sfigato della situazione. La ricostruzione vien da se quando Paul, interrompendo per un attimo le sue sfortunate chiamate, finalmente risponde al terrorista-rapitore iracheno e capisce di esser stato rapito. La sua vita vale 5 milioni di dollari che ovviamente non riceverà mai dagli Stati Uniti. È praticamente morto. Decide di chiamare la madre per un ultimo saluto. La madre è in una casa di cura, è totalmente partita ed ovviamente non lo riconosce. Scene da brivido quando la madre sostiene di giocare a ramino ogni pomeriggio con il marito morto.

Scene da brivido ed ansia? Ad un certo punto compare un serpente, sì un serpente a sonagli. Fuoriesce dai pantaloni di Paul, dalla cintura si muove sinuosamente all’interno dei pantaloni sino a fermarsi in un angolo della bara. Paul ovviamente ha la brillante idea di spaventarlo con il fuoco all’interno di una bara di legno. Utilizza dell’alcool per bagnarlo e per il fuoco il suo inesauribile zippo. Riesce addirittura a far fuggire il serpente e non morire bruciato (possiamo catalogare la scena come gag americana da supereroe sfigato). Ma non è finita qui. Il rapitore iracheno, da gran furbone, chiede per ottenere il riscatto (l’ammontare del denaro è sceso a 1 milione di dollari) un video a Paul. Non si sa come, il rapitore inserisce il video con Paul, che si lamenta del governo americano che non ha ancora pagato il riscatto, su Youtube e nel giro di mezz’ora siamo a più di 40.000 visualizzazioni. Straordinario!

C’è un altro personaggio senza volto di grande importanza: Mark White. Mark White è la chiave del film. Non posso purtroppo raccontarvi altro, l’aria a mia disposizione sta volgendo a termine e la batteria del mio personal computer è al 10%. Fortunatamente ho uno zippo in mano, magari se incontro un serpente a sonagli riesco anche io ad allontanarlo. Scusate la freddura inglese.
Film fortemente consigliato, ma non aspettatevi un thriller-horror.

Vi lascio il trailer diretto di “Buried”:
http://www.youtube.com/watch?v=DVMUwoNZs2Y

Fonte: Oubliettemagazine

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Intervista di Alessia Mocci a Barbara Baraldi ed al suo “Lullaby – La ninna nanna della morte”

La carriera letteraria di Barbara Baraldi fiorisce nel 2010. Il primo romanzo pubblicato risale al 2007, è intitolato “La ragazza dalle ali di serpente” ed è edito da Zoe, “La collezionista di sogni infranti” edito da PerdisaPop è del 2007. Nel 2008 pubblica con la Mondadori “La Bambola dagli occhi di cristallo” e “Il giardino dei bambini perduti”. Nel 2009 sempre per la PerdisaPop pubblica “La casa di Amelia” e nel 2010 saranno tre le pubblicazioni: per la Mondadori “Bambole pericolose” e “Scarlett” e per la casa editrice Castelvecchi “Lullaby – La ninna nanna della morte”. Ma vi lascio alle parole della scrittrice per capir meglio la profondità di quest’anima letteraria.

A.M.: Quando hai iniziato a scrivere? Hai sempre preferito il genere gothic thriller?

Barbara Baraldi: Ho sempre raccontato storie ai miei fratelli più piccoli per tenerli buoni, e si trattava il più delle volte di storie spaventose ispirate al mondo delle fiabe. Un giorno qualcuno mi ha detto: “Sei brava a inventare storie, perché non le scrivi?” e così è iniziato tutto. La mia attrazione verso il thriller gotico risale alla mia infanzia: ricordo che alle elementari smisi di mangiarmi le unghie per averle come… Morticia Addams!

A.M.: Quali sono i tuoi scrittori guida?

Barbara Baraldi: Sono un’appassionata di letteratura classica, e tra i miei libri preferiti ci sono Narciso e Boccadoro di Herman Hesse e L’amante di Marguerite Duras. Più recentemente mi sono appassionata ai testi di Jean Claude Izzo, Edward Bunker e Chuck Palhaniuk.

A.M.: In “Lullaby la ninna nanna della morte” scrivi di un aspirante scrittore. Ti senti vicina a questo personaggio o credi in qualche modo di esser salita di qualche gradino?

Barbara Baraldi: Inizialmente il personaggio di Marcello mi respingeva. È codardo, antipatico, e ha un rapporto conflittuale con la madre. Poi, con la sua ironia, mi ha conquistata. Forse Marcello rappresenta quella parte di ognuno di noi ancora capace di sognare, nonostante le difficoltà della vita.

A.M.: Nel tuo romanzo la musica ha una parte importante. Che rapporto hai con la musica?

Barbara Baraldi: Sono un’appassionata di musica di tutti i generi, anche se ho una predilezione per la new wave dei primi ’80. Preparo lunghissime playlist che mi accompagnano nel processo di scrittura. Spesso le canzoni che ascoltano entrano nel racconto, proprio come Lullaby dei Cure, che fa da sottofondo a una delle scene del romanzo: due ragazzine molto diverse, che ballano un tango di nostalgia in una sala baciata dalla penombra. È stata una specie di “visione”, da cui ha preso corpo il resto del romanzo.

A.M.: Possiedi una straordinaria collezione di bambole. Ci puoi raccontare quando è iniziata la tua passione?

Barbara Baraldi: Mia nonna aveva una bambola di porcellana che sedeva sul letto degli ospiti. Ogni volta che andavo a trovarla, mia nonna insisteva per farmi fare un pisolino pomeridiano. E così spostava la bambola sulla sedia a dondolo di fronte al letto. Ovviamente non riuscivo a dormire! Non facevo che pensare che la bambola fosse in collera con me perché le avevo rubato il posto, e tenevo gli occhi aperti aspettando che si muovesse per venire a rubare il mio respiro. Con il tempo, ed un po’ per esorcizzare la paura delle bambole, ho iniziato a collezionarle. Ne ho di spaventose, e alcune mi sono state regalate da lettori che sono a conoscenza di questa mia passione.

Link sito web di Barbara Baraldi:
http://www.barbarabaraldi.it/

Fonte: Oubliettemagazine