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Archive for March 27, 2011

I sogni hanno le gambe e possono camminare – “14 Kilometros”, un film di Gerardo Oliveras

March 27, 2011 Leave a comment

“Continueranno a vivere e a morire, perchè la storia ha dimostrato che non c’è muro capace di contenere i sogni“; il regista di 14 kilometros, Gerardo Olivares, prende in prestito una riflessione della scrittrice spagnola Rosa Montero, e  la pone a chiusura del suo lavoro affidando ai sogni il ruolo di unica certezza possibile. Dal Mali al Marocco, passando per Niger e Algeria, un odissea dei giorni nostri, speranza frustrata e disperata, viaggio impossibile di morte e improbabile resurrezione. 14 kilometros è il film dei migranti, girato nella terra dei migranti, con la sabbia tra le narici e l’acqua sempre mancante. Quattordici chilometri corrispondono alla distanza che separa l’Africa dall’ Europa, ma rappresentano anche la barriera che separa i sogni di milioni d’ africani che vengono in Occidente; la loro unica via di fuga per scappare dalla fame e dalla miseria. Attraverso la guida di tre giovani, Violeta, Buba e Mukela, si percorre un lungo e pericoloso viaggio attraverso il Sahara per conoscere tutto ciò che i mezzi di comunicazione non hanno mai svelato. Buba, ragazzotto del Niger che palleggia e dribbla bene il pallone bianco del calcio; Violeta, giovane in fuga perchè promessa sposa di un vecchio pastore maliano. Sono loro ad attraversare mezza Africa, da sud a nord, a patire il freddo, la fame, il disorientamento (mortale per il fratello di Buba).  Le incessanti immagini televisive delle imbarcazioni che cercano di raggiungere le coste delle isole Canarie ci hanno reso insensibili davanti a questo dramma e le immagini di visi esausti che vediamo testimoniano la durezza del viaggio; un viaggio che ha origine a mille chilometri di distanza e che può durare anche anni.  Questo è quello che vuole rendere noto 14 kilometros. Questo film è un omaggio per tutti coloro che hanno trionfato e per coloro che hanno fallito; per tutti coloro che ancora vivono e per coloro che sono morti nella loro impresa. A tutti loro la nostra ammirazione e il nostro  rispetto. Olivares percorre  la tragica illusione dei disperati  che credono siano i 14 chilometri dello Stretto a separarli dall’ agognata felicità. La macchina da presa stringe su Buba e Violeta, è a loro che rivolge il suo sguardo discreto ma presente, li segue passo passo nella loro estenuante odissea. Dell’onirico continente europeo vedremo solo la punta più meridionale, Tarifa, la città andalusa dove sbarcheranno i due ragazzi; oltre a questi pochi flash, l’Europa è data solo come riflesso nei sogni dei migranti, al regista non interessa metterla a fuoco. È l’Africa che interessa ad Olivares, con le sue contraddizioni e la sua disperazione, è sull’Africa che investe e sembra voler disperatamente gridare che anche i suoi abitanti dovrebbero farlo. La pellicola trasuda amarezza da ogni inquadratura, l’amarezza della fuga dalla propria origine, del voler recidere le radici in nome di un’utopistica vita migliore. La vivida fotografia fatta di tramonti in controluce e spazi naturali incontaminati (che custodiscono tragiche realtà di vita) contribuisce alla preziosa poesia di una film che non perde mai la delicatezza di una storia di giovani anime che credono in un sogno che forse, resta ancora possibile. La storia di Buba e Violeta mi ha lasciato addosso la spietata  durezza del deserto, quel deserto che al contempo allontana e imprigiona a sé. Colonna sonora da brividi. Ve lo consiglio davvero, lo trovate in videonoleggio o in PPVsul web.

Fonte: My Amazighen

Il Museo dell’Art de Vivre in notturna

March 27, 2011 Leave a comment

In occasione del suo primo anniversario, il Museo dell’Art de Vivre di Marrakech  organizza il 30 marzo, a partire dalle ore 19.00, in patnerariato con il Salone Riad Art Expo una première in notturna.  Il Museo, è gestito da un etnobotanico, fotografo, profumiere, restauratore dei Giardini Majorelle e fondatore del Festival Jardin’art e del magazine “Jardins du Maroc, Jardins du monde”, Abdezzazak Benchâabane. Nel 2010 ha fondato il museo dell’Art de Vivre di Marrakech, situato in un Riad completamente rinnovato nella medina storica, dove invita il pubblico a scoprire nel corso della soirée del 30 marzo una nuova sala decidata all’arte dell’Hammam e dei Profumi del Marocco, oltre al nuovo giardino sospeso del Museo e la terrazza panoramica. In occasione di questa esposizione inaugurale, il Museo esporrà dal 26 marzo al 31 gennaio 2012, oltre alle sue proprie collezioni di caftani e accessori antichi, alcune creazioni contemporanee di Fadilah Berrada, Kenza Melehi e Frédérique Birekemeyer.

Musée de l’Art de Vivre2, Derb Chérif , Diour Saboun, Marrakech, Médina

Tél : 05 24378373 – 06 10408096

Aperto tutti i giorni:

Inverno dalle 09.00 alle 17.00,

Estate dalle 09.00 alle 18.00

Fonte: My Amazighen

 

Intervista di Alessia Mocci ad Andrea Pugliese ed al suo “Il paradiso non è più qui”

“Il paradiso non è più qui”, edito nel 2010 dalla casa editrice FBE Editore nella collana “La Bicicletta” è un forte noir ambientato nell’isoletta di Carloforte, in Sardegna, un’isola nella quale si parla il genovese. L’autore, Andrea Pugliese, si è innamorato tempo fa di quella terra ventosa e prettamente mediterranea, il prodotto di questo amore a prima vista è “Il paradiso non  più qui”. Sarà l’omicidio di una donna che piegherà gli abitanti dell’isola, l’omicidio di una sconosciuta che cambierà le sorti degli abitanti.
L’autore è stato molto disponibile nel rispondere ad alcune domande sul suo romanzo noir. Buona lettura!

A.M.: “Il paradiso non è più qui” è stato ambientato a Carloforte. Come mai questa insolita scelta?

Andrea Pugliese: Mi ha affascinato la possibilità di far muovere i personaggi su una piccola isola, quasi un palcoscenico. Mi serviva poi un luogo molto bello ed abbastanza ai margini del turismo di massa, un luogo dove un omicidio non passasse inosservato come accade in una grande città ma che esplodesse in tutto il suo orrore. Lì li puoi seguire passo passo. Il libro è molto cinematografico ed alterna panoramiche, inquadrature di gruppo e primissimi piani sui dettagli.

A.M.: Il libro è un noir tetro che vede il ribaltamento di ciò che dava serenità. Quando hai deciso di iniziare a scrivere il romanzo?

Andrea Pugliese: Sono stato a Carloforte molti anni fa e ne rimasi affascinato. Scrissi allora un primo racconto giallo di una trentina di pagine che conteneva già lo scheletro della trama del libro. Gli amici di FBE Editore, con cui avevo pubblicato “Mangia!”, stavano mettendo in cantiere una nuova collana fortemente localizzata nei luoghi. Il racconto era ideale ma tropo corto. A partire da quell’idea e dalla mia urgenza di mettere a fuoco l’Italia di oggi scrissi ed ampliai. L’Italia che voglio capire scrivendo è intrinsecamente noir, volgare, senza speranza, un posto in cui credo non basti più trovare i colpevoli (come nei gialli) ma occorrerebbe provare a fare i conti con la colpa.  Oggi nessuno si assume più colpe ed il mantra di “chi è senza peccato scagli la prima pietra” sta diventando una pratica auto assolutoria fin dagli asili nido. Dal “Lo fanno tutti” di Craxi siamo arrivati al “Se non lo fai sei un pirla” che pare l’imperativo morale di oggi.  Volevo chiarire che se avvengono certi omicidi, la colpa travalica spesso l’esecutore materiale ma si allarga alla famiglia, alla scuola, alla collettività.

A.M.: Ci presenti i protagonisti del libro?

Andrea Pugliese: Il libro è ambientato a febbraio, quando a Carloforte non ci sono turisti ed in quel periodo l’economia del paese è piuttosto sonnacchiosa e limitata alla pesca ed al piccolo commercio.
Protagonista principale è Corrado Pittaluga, un metronotte in pensione che dopo 40 anni di lavoro a Genova si è trasferito a Carloforte, il suo paradiso in terra, in cui ha risistemato un vecchio rudere ereditato dalla famiglia. La sua ambizione era diventare il poliziotto ma è stato bocciato 3 volte all’esame di ammissione, fare il metronotte è stato il ripiego più vicino. C’è poi Pinin, un fornaio sciupafemmine che come Corrado vive di notte; Giorgio un imprenditore della pesca, altra personalità notturna; e poi Matteo Santoianni un giovane brigadiere dei Carabinieri con sua moglie Monica; il medico del paese, il prete, una manciata di vecchi brontoloni che stentano a capire le novità del terzo millennio.

A.M.: In due mesi di pubblicazione sei giunto già alla terza edizione de “Il paradiso non è più qui”. Come ti senti?

Andrea Pugliese: Soddisfatto, ovviamente. Ho pensato molto ai perché di questo successo non previsto. Sicuramente il tema, la copertina, la storia, sono interessanti ed adatti alle letture estive in viaggio o sotto un ombrellone. C’è anche il fatto che forse il noir si presta molto più che altri generi ad interrogarci su chi siamo e cosa stiamo diventando. Vedi, pur essendo ambientato in un posto ai margini delle cronache, con personaggi a modo loro dimessi, ho potuto toccare i grandi temi che sfigurano la nostra contemporaneità come il ruolo dei media, la rappresentazione della morte, l’impunità, la noia. Ora sarei felice trovasse uno sbocco produttivo in ambito televisivo o cinematografico. È stato il mio primo noir, sono certo di scriverne altri.

A.M.: È stato complesso trovare una casa editrice interessata al tuo lavoro?

Andrea Pugliese: Fortunatamente non è questo il mestiere con cui pago il mutuo! E dunque posso avere pazienza.
Questo è il mio quinto libro e devo ammettere che è ormai più facile, almeno farsi “leggere” e ricevere una risposta. Io stesso sono molto critico nei miei confronti e se mando un libro ad un editore l’ho prima fatto distruggere da un gruppetto di cattivissimi amici scrittori che non hanno peli sulla penna e con cui mi confronto spesso.
Per il passato sì, è stato un po’ più difficile, ma credo se si ha determinazione si riesca prima o poi.
Su questo punto mi permetto una riflessione con chi legge, e con chi scrive: non dimentichiamo che gli editori sono imprenditori e che sul mercato è difficile trovare spazio. Se non si è già nella cerchia dei “famosi” non basta scrivere un buon libro per pubblicarlo, occorre che abbia dentro qualcosa di necessario, di curioso, di nuovo, di inaspettato o di trasgressivo, altrimenti risuona come già letto od inutile.

A.M.: Come stanno andando le presentazioni del libro? Hai qualche aneddoto curioso da raccontarci?

Andrea Pugliese: I momenti topici della mia esperienza di scrittore  sono: il giorno in ci finisci di scrivere il libro, il giorno in cui ti arriva a casa la prima copia fresca di stampa, e le presentazioni.  Di questo libro ne ho fatte finora una decina e tutte diverse tra loro. In librerie, pub, associazioni.
Di certo mi ha emozionato molto andare a Carloforte dove quasi mi aspettavo di venire insultato per come ho oltraggiato quel paradiso ed invece ho avuto complimenti e domande tipo “Ma ti sei ispirato alla donna ammazzata 4 anni fa sulla scogliera?”. Io neppure conoscevo il fatto ma questo fa pensare a come davvero non vi siano posti che si salvano dalla crudeltà. C’è poi la questione della lingua. Nel libro ci sono alcuni dialoghi in genovese (tradotto a piè di pagina) che io vorrei tanto leggere in pubblico. Lo faccio però solo dopo essermi accertato che in sala non c’è nessun ligure presente: il mio accento dialettale è pessimo! Altro luogo magico è sempre il “Cercle des Voyageurs” di Bruxelles dove mi invitano a presentare ogni mio libro. In sala molti italiani expatriates ma anche stranieri cultori della nostra lingua. Lì sempre tante domande, riflessioni sull’Italia vista da lontano e copie vendute. Alla presentazione del libro è stata abbinata una degustazione della nuova salciccia al basilico “Ba’Ciccia” a cura della Regione Liguria. Una serata per tutti i sensi.

A.M.: Ci sono autori emergenti che stimi e segui?

Andrea Pugliese: Macino di tutto perché credo che le perle capitino inaspettate.  Ci sono dei bei libri che ho letto e che spero vengano seguiti da altri sullo stesso livello: recentemente ho trovato geniale “La Battuta perfetta” di Carlo D’Amicis, tra quelli già più affermati amo Diego De Silva, Valeria Parrella. Leggo molto i classici e provo ad ampliare il mio punto di vista verso autori di paesi meno allineati.  Mi ritrovo anche spesso a frugare nel cinema e nella fiction per valutare le mie intuizioni, parlo dell’“Ispettore Coliandro”, “Boris”, “I Liceali”, ancor di più in quella inglese con “Office” od americana di “Desperates Houswifes” o “Six feet under”.  In assoluto però le mie principali fonti di ispirazione letteraria sono visuali. Amo ad esempio i mercati, dove si intrecciano le vite ed i musei. Il Regina Sofia di Madrid, la National Portrait Galley di Londra, il Guggenheim di Bilbao, il Museo d’arte Moderna o la Galleria Borghese di Roma sono le mie vere biblioteche. Lì ogni opera è una storia, ogni sala un’avventura. Me li porto dentro ed uso i loro colori per colorare le mie storie.

Vi lascio alcuni link per qualche ulteriore curiosità sull’autore:
http://www.facebook.com/profile.php?id=1500772987
http://www.facebook.com/profile.php?id=1500772987#!/event.php?eid=162552820429384

Fonte: Oubliettemagazine