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Lei beve…? Racconto surreale di Maria Savasta

Oggi mi sono alzata presto, devo fare un milione di cose; no, non un milione, ma tantissime cose sì.
Forse ho le traveggole, sarà stata la cena pesante di ieri sera. No non può essere, mi pizzico e sono sveglia; pure tutto è diverso: la mia casa sembra inserita in una favola grigia o meglio argentata o forse è più giusto lunare.
Insomma non ci sono più pareti ne soffitto: o perlomeno ci sono, ma sono fatte di nuvole. Anche i mobili e i lampadari sono nubi fluttuanti, è come se il cielo fosse sceso in casa mia, non solo in una stanza, e non è sopra di me, ma io sono in lui, tutto è diventato cielo: ci ha assorbito.
Bello penso, così potrò passare attraverso i muri senza aprire le porte. Cammino decisa e spedita e … boom, batto il capo contro il muro.
Ahimè, è una falsa nube, una caligine di pietra e sassi. Cammino con precauzione, devo uscire necessariamente, non vedo la porta: ohibò, saranno venuti i ladri stanotte e me l’hanno scardinata. Va bene, ci penserò dopo: al mio rientro chiamerò un fabbro e un falegname e mi farò fare una porta super blindata, a prova di ladri e parenti, solo io dovrò poterla aprire.
Poi, poi … sarebbe conveniente buttare a mare il fabbro, perché se gli salta il grillo di venire di notte a rubarmi …?! Meglio stare sicuri.
Boom …!!! batto con tutte le mie forze nella porta che non c’è, ho due bernoccoli in fronte e le nocche indolenzite. La mia porta è diventata di legno trasparente, o meglio anch’essa è caliginosa.
Assurdo, tutto assurdo. Qualcuno ha fatto una ‘mavaria’ mi sembra di vivere in una favola nera.
Con mille precauzioni esco, tutto è cambiato, la strada è attraversata da enormi gradoni; la Chiesa di fronte è tutta bella, spiritualizzata, sembra fatta di fiocchi di nuvole e piume d’ali d’angeli.
Resto incantata a guardarla con un piede alzato pronta a salire o scendere gli enormi gradoni che portano ad essa.
“Signora, signora che fa?”
-E che vuole questo qui? Che gli interessa? Oh bella, guarda che ora devo raccontare i fatti miei agli estranei.-
Poggio con precauzione il piede cercando di prendere la giusta misura del gradone, non mi è chiaro se è all’ingiù a all’insù: devo salire o scendere …?!
“Signora, dico a lei. Non può intralciare il lavoro”
-Questo ha voglia d’attaccare bottone. Mai dar retta agli sconosciuti …! – Me l’hanno insegnato da piccola e ho una buona memoria. Faccio finta di non sentire e mi accingo ad attraversare la scala, sì perché a ben guardare questa scala non va ne in giù, ne in su: è una scala buttata a terra come ponte che collega i due marciapiedi, ha dei grandi scaloni chiari e bisogna saltellare come bambini che giocano “a zoppetto” da uno scalone all’altro se non si vuol cadere nel vuoto.
“Signora, ma che fa? Si fermi.” Mi sento prendere per un braccio. Non può attraversare ora, non vede gli operai che rinfrescano le strisce?”
-Gli operai … le strisce … ma di cosa parla?
“Signora sta bene?”
Certo che sto bene, non ho 20 anni, ma non sono nemmeno Nonna Abelarda.
Perché mi tengono per il braccio? Di cosa parlano? Che vogliono da me? Io devo solo passare dall’altra parte, devo sbrigare le mie faccende.
“Signora, collabori, deve rispondere se non vuole passare guai. Lei beve?”
Che domanda …! – certo che bevo, almeno un litro e mezzo al giorno –
“E stamani ha bevuto?”
-sicuro, inizio la mattina e finisco la sera-
“Capito, dobbiamo avvisare suo marito. Ricorda il numero di cellulare?
-no, ma non l’ho cancellato: è qui, memorizzato nel mio.
”Me lo dia”
-guardi che non gli risponderà.
“Perché? Forse ha litigato e vedendo il suo numero non risponde? Tranquilla, chiamerò col mio”
-No, dove si trova lui non gli danno il permesso di rispondere al telefono, ne tanto meno di venire a prendermi-
“E’ in carcere? No problem, ho conoscenze, dovunque sia risponderà, parola mia.”
Comincio ad innervosirmi: -non è in carcere, dove si trova lui sono molto più rigorosi, una volta arrivati non possono mai più tornare indietro-
“E’ in un’isola? In un bagno penale? Ma che cavolo ha combinato …?!
-Ha avuto l’infelice idea di morire con un infarto. … –
“Ah … ora capisco tutto: lei beve perché è disperata”
-Non sono disperata –
“non è disperata? Allora è felice che sia morto?”
-Non sono felice che sia morto. Lo fui
“Fu felice …?!”
-No, fui disperata-
“Non è disperata, non è felice, lei è semplicemente un’ignava viziosa. Qui ci vuole il palloncino”
-il palloncino …?! –
“Sì per la prova etilica. Mi capisce signora? Ora chiamo i cugini”
-Mi dispiace per lei, i miei cugini non risponderanno, sono nel nuovo mondo.
“sono morti anche loro?
-no, sono in Australia.
“ma che ca… m’interessa dei suoi cugini, io parlo dei miei, quelli dell’arma. Ho finito i palloncini e sono certo che loro li hanno.
Ma guarda un po’ che questo mi vuole ammazzare.
-le piace giocare con i palloncini? Alla sua età? Si vergogni.
“il palloncino non è per me, ma per lei”
-non lo voglio, non ho l’età —
“lei è proprio andata. Non appena arriva il palloncino, lei lo deve gonfiare, dobbiamo vedere quanto alcool ha nel sangue”
-e chi ce lo ha messo nel mio sangue …?! Io uso l’alcool solo per le punture e mi fa schifo anche l’odore-
“ma non ha detto che beve?
-certo, ma bevo solo acqua, per il resto nisba, non bevo niente di niente, nemmeno la coca cola, sono astemia.
“lei prima ha detto che beve, passerà dei guai, per dichiarazione mendace.
“palloncini, palloncini colorati, tutti belli tondi o sagomati. Sono qui, l’uomo dei palloncini. Non li volevate voi …?”
Si era avvicinato a noi un uomo tutto tondo, anche il suo viso era tondo e rubizzo, indossava un cappotto a due code tutto liso ai gomiti, era felice: trascinava un carrettino pieno di leccornie e teneva in mano un mazzo di bellissimi palloncini colorati di tutte le forme e dimensioni
Lo guardammo straniti.
Il campanile della Chiesa angelicata batte le ore.
Oh Dio … m’è saltato il turno.
Ora chissà quando mi chiameranno per l’intervento di cataratta …!

Per una lettura serena e divertente.

Fonte: Oubliettemagazine

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