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Archive for March 23, 2011

Muore Liz Taylor, regina del grande schermo hollywoodiano

Con grande tristezza annuncio la scomparsa della regina del grande schermo Liz Taylor, un volto celebre del cinema hollywoodiano. Malauguratamente la celebre attrice si é spenta nell’ospedale di Los Angeles in seguito a una degenza di diverse settimane. Grande interprete del mondo cinematografico mondiale, formidabile icona di tutti i tempi, figura emblematica e di grande impatto per ciascun artista ha divulgato un’immagine fascinosa e seducente della sua rimarchevole professionalità, divulgata con ammirazione e grande dedizione per la sua interpretazione scenica, conquistando l’elogio di essere considerata uno dei personaggi più amati dell’intero panorama artistico cinematografico a cavallo di un secolo. Accanto erano i quattro figli generati dai suoi molteplici matrimoni.

Scompare un grande personaggio femminile del mondo del cinema. Hollywood piange la sua morte e tanti estimatori contribuiscono con il loro pensiero a darne l’ultimo commiato.

by Marius Creati

 

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Intervista di Carina Spurio a Massimiliano Fantoni ed al suo “La leggenda della verità”

March 23, 2011 1 comment

Massimiliano Fantoni – La leggenda della verità, Albatros, 2010

Massimiliano Fantoni è nato a Firenze nel 1964. Fin da bambino ha amato la musica rock blues collaborando anche con artisti del panorama della canzone italiana. Cresciuto nel mondo del calcio, è arrivato nel 1978 a giocare ad alti livelli, ma ha deciso di lavorare con il padre nell’azienda di famiglia, diventando con gli anni maestro fonditore artistico. Collabora scrivendo articoli sia musicali che di argomenti di attualità su siti web e radio web. La leggenda della verità è la sua prima pubblicazione.

C.S.: Due amici Ricco e Mattya uno sognatore e ottimista, l’altro realista e materialista e poi Xavier, un giovane rampollo di casa Navarro che dalla vita ha avuto tutto fino a quando un incidente stradale cambia la sua esistenza. Xavier fatica a ritrovare la memoria, per questo il dottor Richards gli consiglia di partire per ritrovare se stesso … Nel suo romanzo vari personaggi si confrontano per capire cos’è la verità …

Massimiliano Fantoni: Sì è vero. Anche nella realtà succede la stessa cosa, in maniera consapevole o meno…

C.S.: Nella quarta di copertina de “La leggenda della verità” leggo che nel “pentagramma della vita anche se le note sono sempre le stesse, la musica suona diversa per ognuno di noi”…

Massimiliano Fantoni: Apparentemente siamo uguali, ma in realtà siamo come un strumento musicale che, sebbene la sua figura sia per tutti la stessa, le sue note sono diverse per ognuno di noi. Anche lei come i suoi protagonisti si sente proteso verso la scoperta del mondo? Alla parola proteso preferisco, desiderio, sogno che non è detto che si realizzerà. Ma è già una vittoria sperarci. Credo che non ci sia alternativa se non quella di mettersi sempre in discussione per vivere ogni istante in maniera piena. A mio avviso, dovremmo ricordarci di quando eravamo bambini e cercare costantemente quella curiosità.

C.S.: Oltre a scrivere romanzi scrive anche testi per canzoni…

Massimiliano Fantoni: Si è vero. Nella mia vita, ho scritto e arrangiato tante canzoni anche di successo per vari artisti. Non potrei immaginare una vita senza musica e l’emozione che essa dà. In cambio cerco di dare una piccola cosa a un emozione che non ha prezzo. Come è iniziata la sua avventura nel mondo della scrittura e in che modo è arrivato alla pubblicazione del suo primo romanzo? Stavo scrivendo un testo per un noto artista rock italiano. Il concetto che volevo esprimere, però, richiedeva molto più spazio per tanto decisi di scrivere un libro. Con mia grossa sorpresa, quando ero a metà di esso, molte case editrici mi proposero un contratto.

C.S.: In un tempo caotico e rumoroso riesce a sentire i passi dell’ispirazione?

Massimiliano Fantoni: Si. Nonostante io rappresenti bene l’immagine del caos,è soprattutto da esso , se attenti, che si può carpire e raccontare la vita quotidiana. Perciò lo trovo molto ispirativo. Ogni tempo ha la sua musica e i suoi scritti. Vedo male, oggi, nell’epoca di Internet, nell’epoca dove in un ora siamo a 300 km di distanza, un linguaggio ridondante o che impegna la mente del lettore per molto tempo. Credo che bisogna dare input veloci alla mente e parlare il linguaggio comune di tutti i giorni per poter avvicinare più persone possibile. Almeno questo e’ quello che penso io.

C.S.: Sbirciando nel web ho letto una sua affermazione:”Lo scambio di pelle arricchisce, ogni vita è unica e irripetibile. Per un’emozione di una notte baratterei un anno di vita in pantofole”…

Massimiliano Fantoni: Confermo: la curiosità è appunto uno scambio con gli altri arricchisce e forse per questo vale la pena di vivere. Chi si chiude ad esso è morto anche se respira, giovane o vecchio che sia.

C.S.: Ama la musica rock e blues ed ha collaborato con artisti della canzone italiana …

Massimiliano Fantoni: Si.

C.S.: Sembra un tipo passionale, afferma di amare le emozioni ma ha approfondito gli studi sulla filosofia buddhista che considera l’esperienza dei sensi poco importante e ne propone la rinuncia, privilegiando un atteggiamento di sereno distacco nei confronti dei propri impulsi e desideri …

Massimiliano Fantoni: Mi spiace ma devo contraddirla. La filosofia buddista dice esattamente il contrario. Anzi, sostiene che la realizzazione dei desideri terreni è la benzina che ci fa muovere per arrivare alla parte migliore di noi stessi. Pertanto essi sono indispensabili e d e’ indispensabile realizzarli. Spesso, proprio per questo, viene criticata dagli studiosi occidentali che fanno molta confusione sull’argomento, di essere una filosofia materialista. In realtà’, come ho detto prima , la realizzazione dei desideri terreni e il percorso interiore che facciamo per questo e’ fondamentale per arrivare a una felicità più’ profonda. Può sembrare un paradosso, ma e’ proprio così. Il concetto che lei ha citato fa parte di una filosofia che si chiama “insegnamento provvisorio” che, come dice la parola , è provvisorio e momentaneo. Ripeto, in occidente , soprattutto dagli studiosi, viene fatta una confusione incredibile, nonostante che il Vero Buddismo sia presente con milioni di persone, in centonovantotto paesi del mondo. Europa e Italia compresi.

C.S.: Che valore ha per lei l’amicizia?

Massimiliano Fantoni: Fondamentale. Ci sono vari tipi di amicizie con vari livelli di trasporto. Comunque sia tutti sono preziosi, anche i nemici, possono dare molto.

C.S.: E’ nato a Firenze, che rapporto ha con la sua città?

Massimiliano Fantoni: Pessimo. Firenze è come una regina imprigionata nel castello del suo passato. I suoi cittadini sentono la pretesa di essere più artisti degli altri forti dell’ascendente che ha nel mondo questa città. Per questo si sentono autorizzati a snobbare chiunque non appartenga a questa casta chiudendosi nella sua fortezza di presunzione.

C.S.: Un ricordo…

Massimiliano Fantoni: I ricordi sono belli, fanno piacere per un attimo, ma solo per quell’attimo. Dobbiamo crearne di nuovi in ogni istante della nostra vita. Con i soli ricordi non ci fai niente.

C.S.: Un rimpianto…

Massimiliano Fantoni: Troppi o forse nessuno.

C.S.: Nel corso della nostra intervista è arrivata la notizia che “La leggenda della verità” ha vinto il primo premio al Concorso Nazionale di La Spezia, mi congratulo e le chiedo a quando il prossimo libro?

Massimiliano Fantoni: É in gestazione, sono a buon punto e l’augurio che mi faccio è che dia un emozione positiva a chi lo leggerà. Tutto il resto viene in secondo piano.

Fonte: Oubliettemagazine

Marocco, parole di giornalisti e non…

March 23, 2011 Leave a comment

“È attraverso le parole che i giornalisti producono degli effetti e che esercitano una violenza simbolica (…). La violenza simbolica è una violenza che si compie nella e per la misconoscenza, che si esercita molto meglio se colui che la esercita non sa esercitarla, e che colui che la subisce non sa di subirla (…). I giornalisti, e questa è la loro responsabilità, partecipano alla circolazione degli incoscienti”. Come non ricordare queste pertinenze marcate dal compianto Pierre Bourdieu nel contesto attuale, segnato da un onda di rivolte nei paese del Maghreb, del Machrek e nel Medio-Oriente, che i media hanno raggruppato, senza discernimenti, sotto l’espressione del mondo arabo, e che la stampa qualifica come “collera del mondo arabo”. La “strada araba”, ecco giustamente un espressione che ritorna sovente negli articoli della stampa per designare l’opinione pubblica araba. Ma chi c’è all’origine di questo termine? Chi sa che in realtà è un termine assolutamente dispregiativo? In un libro intervista apparso nel 2003 per i tipi di Fayard, sotto il titolo Cultura e Resistenza, l’universitario americano d’origine palestinesen Edward W. Saïd spiegava: “Bisogna sapere che è un termine molto usato dagli orientalisti. Esiste, parlando degli Arabi, una sorta di identificazione incosciente tra la parola  strada e l’uso che si fa del termine “street Arabs” (arabi di strada) alla fine del XIX° e al debutto del XX° secolo. Gli street Arabs sono dei vagabondi (…). Io penso dunque che se si riferisce alla  “strada araba” si suggerisce in questo modo  qualcosa riferito a della gentaglia derelitta senza interessi  di una società principalmente costituita da una umanità inferiore e barbara“. L’autore del celebre libro L’Orientalismo, aggiunge: “Mi sembra che l’impiego costante di questo termine quando si parla dell’opinione pubblica araba non è un azzardo… La maggioranza dei giornalisti svolge un controllo serrato nell’uso delle parole, quasi un leit-motif nel loro lavoro, per “limitare degli effetti di violenza simbolica” a cui possono eccedere sovente, anche in maniera incosciente, non sempre. Ultimamente poi, si cerca di creare sensazionalismi dove non ci sono e, peggio ancora, si identifica tutto quello che accade in alcune regioni nord-africane  al Maghreb in toto. Per quanto riguarda poi i Blogs, posts ridicoli appaiono ovunque, senza nessuna cognizione di causa, gridando ossessionamente cose assurde e dettate dalla pancia e dall’umore del singolo (il più delle volte personaggi che idealizzano il fatto che scrivere su di un blog dia per scontato l’attestazione virtuale di essere giornalisti),  che scrive con la funzione primaria di incrementare gli ingressi. Leggo di persone che vivono in Marocco che pubblicano contenuti nei quali si parla di spese al supermercato nell’attesa della rivolta e cose simili, o lanci di agenzie  MAI confermati che svolazzano da un Blog all’altro diventanto infine notizie  drammatiche (e infondate).  Prima di inserire una qualsiasi parola che diventerà pubblica bisognerebbe ponderare con la massima lucidità quello che si trasmette, fosse anche per una sola persona che legge. Le parole, ancor più quelle scritte che restano, sono dei macigni, e il turismo in Marocco, ad esempio, sta pagando caro e salato certe affermazioni che non corrispondono alla realtà.

Fonte: My Amazighen

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2012 Obama’s Burnout, di Emanuele Casula, Robin Edizioni

March 23, 2011 Leave a comment

… Se sai benissimo, se sai benissimo cosa succederà, se lo sappiamo almeno noi, come facciamo a stare qui come degli stronzi! Dimmelo! Dimmelo, come fai tu a continuare a vivere così! Io non riesco a fare finta di nulla! Non sono come te! Mi hai capito!? Hai capito!? Io non riesco a fingere che tutto sia a posto! Non riesco ad andare a lavoro! Hai capito!? – grida come una madre irachena, come una madre iraniana, come una madre israeliana. Grida come una donna.

Lunedì 17 dicembre 2012, tra le persone vige il panico per l’arrivo della celebre profezia dei Maya e per la sconvolgente guerra tra Iran e Iraq, tra sciiti e sunniti. Infatti, dopo il ritiro delle truppe internazionali in Iraq è scoppiata la guerra civile, Obama non regge il colpo e si ritira. La donna del Dottore è in balia degli eventi e non riesce a comprendere “i perché” di questa guerra tra uomini.

2012 Obama’s Burnout”, edito nel 2011 dalla casa editrice Robin Edizioni, è un thriller apocalittico d’interesse antropologico e sociale. L’autore, Emanuele Casula, è nato a Cagliari nel 1975, laureato in Scienze Politiche a Bologna ha deciso di conoscere la situazione in Medio Oriente lavorando in un Kibbutz israeliano. “2012 Obama’s Burnout” nasce proprio da questa esperienza che ha visto Emanuele catapultato in una realtà disastrosa che l’Occidente ha sconvolto e che continua ad ingarbugliare con giochi di potere economici e non solo. Il 2012 di Emanuele vede una guerra civile ed internazionale tra Oriente ed Occidente, una guerra che non sembra così tanto fantasiosa e lontana.

Il protagonista del romanzo è il Dottore, un addetto al pattugliamento nei confini di Stato che riceve la promozione di Capitano per l’area “Priorità 2”. Il Dottore è un uomo preciso, sintetico, opera per il bene del suo popolo cercando di farlo nel minor tempo possibile. Le abitudini umane sono mutate a causa della penuria di petrolio, si può utilizzare l’automobile solo con speciali permessi stabiliti dal governo, il misticismo infervora le strade, molte persone hanno lasciato le città per recarsi nelle montagne, la parola d’ordine è caos e paura.

Il Dottore guarda e misura. Parole e facce fanno parte della tappezzeria dell’idiozia umana. Le considera come parte dell’ambiente, come mosche, come aria calda, come il freddo.

Il suo assistente è sempre attaccato morbosamente, con la sua vigliacca presenza di chi va a vedere i gladiatori morire.”

Il Dottore non ha molta stima e fiducia nell’essere umano, il suo fare ironico e silenzioso è la prova di questo “stare all’interno di un qualcosa che non condivide”. Un primo strano omicidio nella Strada A21 sancisce l’inizio della possibilità di conoscere la verità da parte del protagonista: una donna di 36 anni ritrovata morta all’interno della sua auto, l’oggetto incriminato è un “proiettile” dal materiale sconosciuto che spiazza gli esperti di balistica.

Personaggi e teorie si accavallano e si amalgamano rispecchiando un’attualità sconcertante.

La pubblicità viene interrotta e parte il notiziario:

Buongiorno amici ascoltatori, l’agenda internazionale è totalmente riferita alla guerra civile irachena e all’intervento armato dell’Iran. Mentre il Presidente degli Stati Uniti Obama chiede un tavolo internazionale, i paesi islamici rifiutano di parteciparvi perché chiedono un intervento islamico in Medio Oriente e si propongono con una confederazione islamica per evitare che si estenda lo scontro tra sunniti e sciiti.

Vi lascio il link del sito per ordinare il libro, un contatto diretto con l’autore Emanuele Casula ed il link della rivista letteraria nella quale scrive mensilmente:

http://www.robinedizioni.it/2012-obamas-burnout

http://www.facebook.com/2012.ObamasBurnout?sk=info

http://www.lunarionuovo.it/?q=node/314

Alessia Mocci

Responsabile dell’Ufficio Stampa di Emanuele Casula

Intervista di Carina Spurio a Maria Gabriella Giovannelli – “Il campo dei colchici”

“Il campo dei colchici”
Edizioni Joker
Carina Spurio intervista Maria Grazia Giovannelli. Buona Lettura!

C.S.: Nel linguaggio dei fiori il colchico è il simbolo di unione. Le saghe di origine nordica fanno derivare il fiore da frammenti di una preziosissima gemma denominata Ametista Fiammante. Si racconta che una principessa, fece cadere la gemma in una valle e la stessa dopo essersi frantumata, si trasformò in fiori violacei. Tutto questo per introdurre la domanda: “Da dove trae origine il titolo del suo romanzo?”.

Maria Gabriella Giovannelli: Nel romanzo i personaggi chiave hanno una doppia personalità: un’ambivalenza. Tendono a svelare la parte migliore di sé e a tenere nascosti aspetti del carattere, dai lati oscuri, fino al momento nel quale questi ultimi si manifestano in modo drammatico. Il colchico è un fiore dal colore rosa-lilla, che cresce spontaneamente sui prati delle Dolomiti, creando macchie di colore intenso, belle da ammirare; nel bulbo (la parte nascosta di sé) il colchico ha, tuttavia, una sostanza tossica: la colchicina, un alcaloide utilizzato in minime dosi per uso farmaceutico, ma che può essere mortalmente velenoso. Ecco quindi l’aspetto allegorico del titolo. Bisogna inoltre tenere presente che uno dei luoghi dove accadono i fatti principali della vicenda è un rifugio di montagna, che sorge su di un “vecchio campo di colchici, che è sempre esistito e che rimarrà nel tempo”.

C.S.: Ho letto il suo libro con molta avidità! Nella sua quarta di copertina si legge che lei è una scrittrice e regista. Le due discipline le chiedono: una di dare l’idea dell’immagine solo attraverso la parola, l’altra di guidare gli attori per racchiuderli in un scena degna della realtà …

Maria Gabriella Giovannelli: Per prima cosa mi fa molto piacere avere ulteriori conferme che uno degli obiettivi del romanzo: tenere avvinto il lettore dalla prima all’ultima pagina, è stato raggiunto. E’ vero: il teatro con la scrittura drammaturgica e la regia e la letteratura corrono su differenti binari. Credo tuttavia che la duplice formazione che ho ricevuto: quella di attrice e di regista, essendomi diplomata presso l’Accademia dei Filodrammatici di Milano, e quella giornalistica, abbiano contribuito molto nella stesura di un testo narrativo, pur nel rispetto delle differenze proprie dei due campi della creatività. Mi spiego meglio. Teatro e letteratura sono due differenti modi espressivi: in un caso si deve tener presente che il testo deve poter vivere su un palcoscenico e relazionarsi con l’utente finale che è lo spettatore. In una rappresentazione scenica non possiamo quindi semplicemente narrare una storia, ma dobbiamo farla emergere, mettendo in relazione reciproca i vari personaggi in tutta la loro globalità, attraverso il linguaggio proprio di chi parla in prima persona, le battute, le azioni, i gesti ecc. L’interrelazione dei personaggi, il loro incontro-scontro diventa l’elemento primario. La stesura di un romanzo permette invece di raccontare una vicenda e nello stesso di inserire all’interno di una trama momenti descrittivi legati al paesaggio, all’ambiente ecc. E’ pur vero tuttavia che anche in un romanzo, perché un personaggio sia credibile, bisogna saperlo “far vivere” nella mente del lettore, in modo che il lettore diventi quasi “partecipe della storia” e si lasci condurre fino alla fine della storia stessa. Quando inizio a scrivere un racconto o un romanzo non solo cerco di strutturarne la trama in modo che coinvolga il lettore e lo stimoli a proseguire nella lettura, ma cerco di immaginare e di vedere con la fantasia ogni “singola scena”, di rappresentarmela davanti come se dovessi dirigere una regia. In tal modo “vedo” i personaggi interagire come se si trovassero su un palcoscenico e ciò mi permette di valutarne meglio la credibilità e la spontaneità.

C.S.: Nel suo romanzo cerca di aprire quelle porte che troppo spesso sono ancora chiuse, e a cui le vittime della violenza non hanno il coraggio di affacciarsi per chiedere aiuto, scegliendo inconsapevolmente il silenzio privato con cui le donne tendono a nascondere e giustificare la violenza, poco visibile nei sistemi giuridici e poco riconosciuta come grave reato e violazione dei diritti umani fondamentali …

Maria Gabriella Giovannelli: Vorrei iniziare a risponderle con una frase di Albert Einstain : “Il mondo è pericoloso non a causa di chi fa del male, ma a causa di chi guarda e lascia fare”. Questo è esattamente il mondo nel quale viviamo, al di là di poche eccezioni. E’ proprio per l’indifferenza della gente che possono accadere fatti terribili senza che nessuno intervenga, e così una ragazza può essere stuprata in pieno giorno, per strada, o subire violenze all’interno della propria casa. Nel primo caso i passanti sono colti da improvvisa cecità, nel secondo avviene un fatto ancora più grave, ovvero si crea attorno alla vittima, da parte degli stessi familiari, una forma di “omertà”, volta a sminuire l’accaduto, a farlo passare sotto silenzio, lasciando la donna sola. Quello della violenza all’interno delle mura domestiche è un problema del quale si parla ancora poco, un problema sommerso, ma che tuttavia coinvolge un numero elevato di donne. Solo i fatti estremi, quelli che arrivano sulle pagine della cronaca nera, colpiscono l’opinione pubblica, che sembra rimanere incredula di fronte all’ accaduto. Per fortuna qualcosa sta cambiando: si incomincia a scrivere su questi temi in letteratura e in piece teatrali; sono state create Associazioni, che diventano anche centri di accoglienza. Anche le Forze dell’Ordine incominciano ad avere un approccio diverso nei confronti della donna che denuncia. Affinché si facciano ulteriori passi avanti, tuttavia, deve verificarsi un elemento essenziale: la donna deve decidersi a chiedere aiuto, deve avere la forza di ribellarsi, deve fare il primo passo. Al contrario, a volte, è proprio la donna che ha subito violenza che non riesce a staccarsi dal suo carnefice. La donna non denuncia o perché erroneamente si sente in colpa o perché si vergogna, temendo perfino di essere incolpata per ciò che le è accaduto. Siamo ancora all’inizio di un cammino lungo, ma almeno siamo in cammino. Ritengo quindi che sia importante portare le persone a riflettere su questi temi con tutti i mezzi possibili, compresa la narrativa. Con “Il campo dei colchici” non ho scritto un trattato, ho raccontato una storia con i suoi fatti di vita quotidiana, spesso permeati da un’apparente, inspiegabile inquietudine, dettata da un mistero, le cui cause vengono fatte prima solo intuire e poi rivelate chiaramente. In tale contesto ho affrontato una tematica legata ad una violenza “sottile” che, a poco a poco, tende a distruggere la persona, a farle perdere l’autostima, a farla sentire colpevole per ciò che le sta accadendo. Non è una violenza che lascia segni visibili sul corpo, ma ferisce nel profondo.

C.S.: Le donne del suo romanzo sono regine del focolare dedite alla famiglia: forti, laboriose, rassicuranti, che si muovono tra i capitoli apparentemente silenziose. Invece sono i cardini di tutto il romanzo come nei film di Pedro Almodovar, straordinario ritrattista di figure di donne …

Maria Gabriella Giovannelli: Anna, la protagonista, è una donna provata dalla vita, che sembra aver perso ogni interesse per la vita stessa e quindi non vive, ma si lascia vivere. Gli altri personaggi femminili, che risiedono in un contesto rurale, incarnano, di contro, quelle figure che da sempre sono stati i cardini delle famiglie, quelle figure silenziose, ma forti, che hanno saputo, con discrezione, stare accanto ai loro uomini, imprimendo loro il coraggio e la forza per andare avanti nella vita di tutti i giorni e per superare le situazioni più o meno drammatiche che prima o poi riguardano tutti. Ecco che il personaggio del “vecchio”, il nonno di Anna, colui che crede di aver da sempre tenuto le redini della famiglia, dopo la morte della moglie, si sente perso. E’ nel ricordo della sua Helga “che sapeva sempre cosa si doveva fare” che riesce a riprendere in mano le vicende della famiglia e a contribuire a ricostruire nella vita di Anna un’armonia andata distrutta per i fatti accaduti.

C.S.: Le Dolomiti appaiono come scenario della trama con tutta la loro straordinaria bellezza, sia per tutti coloro che vi abitano ma anche per i visitatori, compreso Paolo, il protagonista del romanzo, il quale, decide di restare e tramandare queste montagne alle generazioni future …

Maria Gabriella Giovannelli: Il libro permette anche di scoprire luoghi appartenenti alla nostra terra, di rara bellezza. Le Dolomiti diventano “l’elemento scenografico” all’interno del quale si svolge la vicenda del romanzo. E’ una terra che conosco bene poiché mio padre, grande amante della montagna, me l’ha fatta scoprire ed amare fin da quando ero adolescente. Tale ambientazione mi ha permesso di inserire all’interno del libro “momenti lirici” che hanno una doppia funzione: quella di far meditare e in certo modo rasserenare l’animo del protagonista maschile, Paolo, e quella di alleggerire la tensione della trama, condotta sul filo del thrilling. Aver ambientato una storia, che ha risvolti drammatici, in un contesto dove ci si aspetta di trovare solo tranquillità, ha inoltre lo scopo di sottolineare che, dietro una facciata di apparente serenità, spesso accadono fatti inimmaginabili e la cronaca nera continuamente ce ne da conferma.

C.S.: Cosa significa per lei essere scrittrice?

Maria Gabriella Giovannelli: Varie cose insieme. Scrivere significa avere “il dono della parola” e farlo proprio per esprimerlo con un “particolare stile”, nell’ambito della creatività. Lo scrittore fa con le parole quello che un pittore ottiene con i colori su una tela o un compositore di musica attraverso “il gioco delle note”. Con tutti i mezzi della creatività si può “incidere”, lasciare un segno e/o far riflettere le persone, costringerle a fermarsi un momento nella folle corsa della vita, a pensare. Il raggiungimento di una “creazione” mi passi il termine, appaga colui che la ottiene. E così scrivere può tramutarsi in una necessità primaria. Diversamente si può avere come la sensazione che venga a mancare qualche cosa di importante. Questo naturalmente per quanto mi riguarda.

C.S.: Quali sono le letture che hanno influenzato la sua scrittura?

Maria Gabriella Giovannelli: Non saprei dire quali autori possano aver influenzato il mio modo di scrivere; nel corso degli anni ho letto sia i classici, che autori contemporanei ed essendo appassionata di teatro in modo particolare i drammaturghi, specie quelli del secolo scorso. Credo che il mio modo di scrivere derivi da un processo di acquisizione e metabolizzazione, avvenuta nel tempo, dello stile di vari scrittori, metabolizzazione che spero abbia determinato un mio particolare modo di raccontare storie.

C.S.: Un libro che consiglierebbe?

Maria Gabriella Giovannelli: Non vorrei darle una risposta “scontata”, ma credo che tutti dovrebbero leggere l’opera omnia di Pirandello, un grande psicologo e scopritore dei meandri dell’animo umano.

C.S.: Qual è il suo rapporto con Internet?

Maria Gabriella Giovannelli: Penso che oggi nessuno possa farne a meno. Annulla le distanze, ci mette in contatto col mondo, permette di reperire velocemente le informazioni di cui si ha necessità … forse tuttavia ci vorrà un po’ di tempo perché questa realtà faccia veramente scomparire la carta stampata. Credo che se una persona vuole “assaporare un libro”, deve mettersi in un luogo tranquillo, possibilmente seduto in modo comodo, con la luce di una lampada che illumini lo scritto e silenzio intorno. Immagini d’altri tempi? Non credo. Se non possiamo permetterci il lusso di fare a meno della tecnologia, altrettanto dobbiamo ritagliarci degli spazi più a dimensione d’uomo.

C.S.: Il suo rapporto con la politica?

Maria Gabriella Giovannelli: Più volte mi hanno chiesto di entrare a farne parte, ma non ho ancora aderito a tale richiesta perché, secondo il mio modo di pensare, chi entra in politica dovrebbe potervi dedicare l’ottanta per cento del suo tempo, diversamente l’appartenenza a quella determinata corrente rappresenta solo una tessera che sicuramente può “essere utile”ma io sono lontana anni luce da questo modo di pensare.

C.S.: Il suo rapporto con la religione?

Maria Gabriella Giovannelli: Credo in Dio, sono convinta che esista un aldilà, sono praticante, ma il mio modo di vivere la religione è comunque “all’acqua di rosa”. Da un po’ di tempo tuttavia sono “in cammino” e mi dedico anche a letture di carattere religioso. Credo che ogni uomo, nel rispetto totale della libertà, deve mettersi in ricerca, lasciare aperte tutte le porte e non escludere un incontro con la fede.

C.S.: Cosa sono per lei il coraggio e la paura?

Maria Gabriella Giovannelli: La paura è ciò che si prova in presenza o al pensiero di un pericolo vero o immaginato; il coraggio è una virtù che ci porta ad affrontare a viso aperto il pericolo, a volte senza valutarne i rischi, a volte con la consapevolezza dei rischi ai quali si può andare incontro. Sono due sostantivi che caratterizzano la vita di ogni essere umano. Al giorno d’oggi coraggioso è colui che fa il suo lavoro onestamente, coraggioso è colui che non volta lo sguardo da un’altra parte, quando vede che sta accadendo qualche cosa di male perché ciò che dovrebbe rientrare nella normalità della vita, a volte richiede invece coraggio. Certo il vero coraggio non è mai disgiunto dalla paura, diversamente sarebbe imprudenza, sfrontatezza ecc. Il coraggio vince la paura in nome di qualche cosa di più grande, che va al di sopra degli interessi dei singoli.

C.S.: Il suo talento l’ha ereditato?

Maria Gabriella Giovannelli: Credo proprio di sì, da mia madre, Anna Maria Zanuccoli. Lei scriveva principalmente aforismi e poesie.

C.S.: Vive e lavora a Milano: che rapporto con la sua città?

Maria Gabriella Giovannelli: Differente a seconda se considero la mia città dal punto di vista lavorativo o luogo dove vivere ogni giorno della mia vita. Nel primo caso Milano è una città che offre varie opportunità dal punto di vista culturale e artistico, anche se la competitività è alta. Ad esempio nel campo teatrale, vista la sempre maggiore riduzione di contributi da parte degli Enti Pubblici o di eventuali sponsorizzazioni, si continua a lavorare, dovendo a volte restringere il campo d’azione per mancanza di mezzi. Ciò va a svantaggio della sperimentazione, dello sviluppo della creatività in generale. Milano è poi la città nella quale sono nata e alla quale sono legata affettivamente, non potrei starne lontano a lungo anche se come il protagonista maschile del romanzo, Paolo, spesso sento il bisogno di “fuggire” da una vita “fatta di corsa” e cercare nella pace della montagna momenti per ricaricarmi.

C.S.: Una dedica?

Maria Gabriella Giovannelli: Il mio libro è dedicato a tutte le donne cadute nel vortice della violenza, perché sappiano sempre trovare dentro di sé la forza di risalire la china per riacquistare la propria dignità di donne e di madri.

Maria Gabriella Giovannelli vive e lavora a Milano.Pubblicista, scrittrice, regista. Si è diplomata all’Accademia dei Filodrammatici di Milano. Ha realizzato numerosi spettacoli, occupandosi anche di Teatro No e Kabuki. Ha fondato i Corsi di Formazione Teatrale e dello Spettacolo. È presidente di Pro(getto)scena, realtà che opera nel settore della nuova drammaturgia e dello spettacolo dal vivo.Nel 1990 ha pubblicato la raccolta di poesie Voci (Edizioni Nuovi Autori). Ha collaborato a riviste letterarie, tra le quali «Il Convivio Letterario», a testate giornalistiche e scritto testi teatrali per ragazzi.

S. Agostino, un berbero universale

March 23, 2011 Leave a comment

Un giovane amazigh, appassionato di filosofia, diventerà uno dei padri della chiesa cristiana influenzando tutto il pensiero occidentale medioevale. Una vita tra due rive e due epoche, segnata dalla caduta dell’Impero romano.

Molti immaginari collettivi cristiano-amazigh-africano, sono sempre in competizione per appropriarsi della memoria di S. Agostino. Niente di strano, attraverso la sua opera, scrisse lo storico André Mandouze, “qualche cosa dell’Africa nel IV° e nel VI° secolo è passata nel tessuto dell’umanità ed ha contribuito a vivificarla” (Les Africains, Ed.Jeune Afrique). Aurelius Augustinus d’Ippona, consegnato ai posteri sotto il nome del santo agostiniano, era parte dei primi berberi che assimilarono la romanizzazione trascendendo l’egocentrismo dell’ intellighenzia romana. Al di  là delle sue origini, questo africano impose la dimensione universale dell’uomo come rapporto d’amore in seno al genere umano, diventando uno dei filosofi, e teologi, più iminenti del Cristianesimo. Nascosto dietro ai suoi veli, troviamo la sua realtà storica, la sua vita d’uomo iscritto nello spazio del tempo. Aurelius Augustinus  nacque il 13 novembre 354 a Taghaste (attuale Souk Ahras, ad est di Algeri). La sua famiglia non era aristocratica, ma suo padre Patricius e sua madre Monica (la futura S. Monica) non erano indigenti. Il loro nome latino attesta la loro integrazione alla romanizzazione. In quell’epoca il diritto di cittadinanza, all’origine strettamente  riservata alle famiglie patrizie di Roma, si donava all’intellighenzia locale delle regioni dell’impero romano. Il giovane Augustinus era quindi un cittadino romano tout-court. Sino dalla giovane età si interessò al mondo delle idee e al rapporto dell’uomo con la natura e con i sensi. In quell’epoca la religione cristiana era tollerata, in seguito all’editto di Milano voluto dall’imperatore Costantino nel 313. Il politeismo aveva una forte influenza in tutto l’impero. In Africa del nord, la diversità delle credenze e dei culti religiosi era una realtà che inglobava  delle forti rivalità tra le sette e scontri tra cristiani ortodossi e eretici. I genitori di Agostino illustravano molto bene queste diversità: il padre era pagano e la madre cristiana in toto. Il giovane uomo, secondo gli storici, non era particolarmente sedotto dal cristianesimo, malgrado gli innumerevoli sforzi della madre, senza essere però politeista. A 19 anni il brillante giovane scoprì la filosofia. Era alla ricerca di una spiegazione logica del mistero del mondo e divenne manicheo. Sedotto dalle spiegazioni scientiste della dottrina di Mani (216-276), il giovane Augusto si convinse dalla dimensione materialista  dell’esegesi  manicheista. A Cartagine, durante un soggiorno di studi, cercò di approfondire questa dottrina incontrando il grande manicheo Faustus di Milevi. Ma dopo avere approfondito rimarrà deluso cercando un altra via alla sua esigenza intellettuale: decise di attraversare il Mediterraneo per capire e scoprire nuovi orizzonti di sapienza. Il periodo tra il 383 e il 387 segnarono un cambiamento cruciale nella vita di Agostino. Sul piano delle idee rifiutò il manicheismo rinnovandosi con la filosofia di Platone attraverso degli scritti dei neoplatonici come Plotinio. Queste nuova interpretazione lo condussero a non opporre sistematicamente il “materiale” allo “spirituale”. La quiete intellettuale non apparve più come una scelta binaria, ma come una ricerca che sfociava in sintesi.

Durante il suo viaggio intellettuale  il giovane maghrebino si recò a Roma e, forte della sua esperienza di rettore, insegnò un anno nella capitale e in seguito si trasferì a Milano, dove incontro’ Ambrogio (339-397), arcivescovo della città. Un incontro decisivo, perchè il padre della chiesa latina, donò ad Agostino la soluzione delle difficoltà che incontrava già ai tempi della sua prima lettura della Bibbia. Divenne cristiano e il suo battesimo avvenne nell’aprile 387.  Poco dopo il battesimo, la madre Monica morì. Ella seppe della sua conversione al cristianesimo ma probabilmente non conobbe il suo ingresso nella sacra romana chiesa. Di ritorno al suo paese natale venne ordinato vescovo di Ippona (attuale Annaba), pertanto si consacrò a questa missione con entusiasmo, viaggiando in tutta l’Africa del nord per evangelizzare le popolazioni. Aurelius Augustinus divenne  per tutti Augustin d’Ippona, inaugurando una intensa vita religiosa e una produzione letteraria prolifica. Due date andranno ad influenzare per sempre la sua vita di vescovo e di pensatore. L’anno 410,  marcato dal saccheggio di Roma del re visigoto Alarico: la città è in fiamme, lo sconcerto generalizzato, e  una parte dell’intellighenzia romana incolpa il cristianesimo di questa catastrofe. Lo storico Pierre Riché  restituisce il loro pensiero: “Quando facciamo dei sacrifici ai nostri dei, Roma è florida; adesso che il sacrificio è per un solo Dio e che i nostri sacrifici sono proibiti, ecco cosa è accaduto (…) a cosa servono le tombe degli Apostoli?” (Le invasioni barbariche, Ed. PUF, 1983).  Dalla sua città nordafricana, S. Agostino rispose a quelle domande intraprendendo un lavoro  che corrispose a quattordici anni di preghiere, di discussioni e scritti. Il risultato è “La Città di Dio”, una somma di ventidue libri dove il cristianesimo amazigh sviluppa una dialettica tra la città celeste e la città terrestre. La teologia e la morale traspaiono dall’opera  in una forma  impagabile e questo segnerà durante dieci secoli non solo i cristiani, ma anche le terre d’Islam. Le esegesi di El Boukhari e di Mouslim, colonne della charia, hanno largamente attinto dalla Città di Dio.  Una seconda data segnò la fine della vita terrena  di Agostino: 429, arrivo dei vandali in Africa del nord. Dopo aver attraversato lo stretto di Gibilterra, a Tangeri, si accamparono sul litorale verso est. Arrivano poi a Ippona stabilendo la sede della città fortificata. Il vecchio vescovo organizzò la difesa  che durò circa un anno.  La città cadde in mano ai vandali soltanto dopo la morte di Agostino, il 28 agosto 430. Contrariamente a Ippona, che è una rovina, l’opera del pensatore amazigh resiste ai tempi  ed è universale. Le terre del nord-Africa  sono riconoscenti al suo enfant-prodige: la città di Annaba conserva con ammirazione e amore una sua requilia, nella basilica  di S.Agostino.

Fonte: My Amazighen

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Aforisma di Eleanor Roosevelt

“Il futuro appartiene a coloro che credono nella bellezza dei propri sogni”.

 

Buchstabenmuseum, laboratorio museo nel cuore della Germania

Barbara Dechant e Anja Schulze sono responsabili della nascita del prestigioso museo delle Lettere Buchstabenmuseum nata dall’idea di raccogliere insegne del cinema, dei teatri, dei negozi tralasciati nel dimenticatoio del tempo. Nasce a Berlino, nei pressi di Alexanderplatz, la prima associazione, poi un minuscolo spazio pubblico ed in seguito il museo grazie al vivo supporto continuativo dei numerosi donatori che hanno contribuito con il passare degli anni ad arricchirne la collezione. Le insegne storiche disseminate per le strade del mondo hanno trovato finalmente un luogo dove poter trovare nuova vita per non essere dimenticate dall’evoluzione del consumismo.

Molteplici caratteri e gran parte del materiale pubblicitario, specie di provenienza tedesca, sono stati preservati dalla distruzione. Ogni lettera racchiude in se una magia sinonimo di una storia infinita: rappresentazioni tridimensionali, svariati caratteri, lettere giganti trovano un’ampia dimensione nei suoi allestimenti in continua espansione del Buchstabenmuseum. Barbara Dechant, fautrice dell’iniziativa, é una grande collezionista di lettere diventando un’icona importante per questo tipo di ricerca. Anja Schulze, dal suo canto, é sempre stata interessata all’impresa culturale e dalla loro conoscenza é nata l’idea del museo.

http://www.buchstabenmuseum.de

by Marius Creati

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“La vita e il tempo” di Mimmo Scoglio

Il tempo che tutto consuma
Nulla lascia al passante
Se non polvere.
Il tempo che tramuta
Vecchi rancori,
in flebili ed impercettibili spasmi.
Il tempo che in un lampo,
porta via,
i bei e brutti ricordi.
Il tempo che fa dimenticare,
malinconicamente,
quello che è stato.
Il tempo che scandisce,
la vita e la vita di tempo,
in cui abbiamo per essere
qualcosa per qualcuno!
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Mimmo Scoglio è su Facebook:
http://www.facebook.com/Siderium

Fonte: Oubliettemagazine

 

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Wunderkammern-frammenti di contemporaneità

Si sono aperte domenica 20 Marzo le “Wunderkammern” (Camere delle Meraviglie) di Villa Sartirana a Giussano (MB) per mostrare e mettere in scena le installazioni contemporanee di quattro giovani artisti.
Come le “Camere delle Meraviglie” del Cinque-Seicento dovevano stupire lo spettatore perché rappresentavano
in piccolo l’universo intero, qui non sono altro che gli stessi spazi della Villa, liberati e resi nuovi dalla presenza delle installazioni, a creare magia e poesia nel visitatore chiamato a percorrerli.
Il pensiero della curatrice Irma Zerboni è molto chiaro: nella concezione di massa l’arte contemporanea è sinonimo di trasgressione, scandalo, ma nelle sale giussanesi ciò non accade, anzi la carta, il ferro, il legno e l’argilla adottati dai quattro artisti divengono linguaggio, comunicazione e ci conducono verso l’essenza di noi stessi. Le installazioni sono in perenne dialogo con le sale della Villa, a partire dai materiali, fino a giungere alle forme stesse.
“Il Ponte della Vita” di Simona Corbetta rappresenta un reale ponte tibetano, allestito in una sala con pavimento in legno, percorso ideale tra Occidente ed Oriente, dove la prima parte del cammino è costituita da frammenti di vita (pannelli lavorati con tecniche miste), mentre la seconda è libera, perché ancora da compiere e quindi proiettata verso il futuro.
“C’era una volta…” di Paolo Negretti, i cui pannelli in pellicola plastica si rifanno alle forme decorative ottagonali del soffitto della sala, creano una moltitudine di visioni e scorci differenti.
“Strutture continue” di Elena Redaelli esprime al meglio il dialogo sensibile con la Villa, una ragnatela di materia fatta di pieni e di vuoti.
E poi “Esercito silenzioso” di Carlo Guzzi, 200 uomini in ferro cotto disposti lungo la galleria della Villa, con un lato che guarda il giardino prospiciente e le cui sagome fortemente stilizzate mi ricordano le statue de “I sette Savi” di Fausto Melotti nel giardino del PAC (Padiglione di Arte Contemporanea) di Milano.

Tutto è sinestesia, avviene cioè un coinvolgimento totale delle diverse sfere sensoriali del nostro percepire l’opera d’arte e il contenitore in cui è inserita.

In un contesto ormai saturo, continuamente bombardato da stimoli visivi ostinatamente ordinati, carlo Guzzi, Simona Corbetta, Elena Redaelli e Paolo Negretti scelgono una Via diversa, alternativa e coraggiosa, quella del Vuoto che rivela il Pieno

Irma Zerboni

Di seguito il calendario degli eventi collaterali

DOMENICA 27 MARZO – dalle 15 alle 17

Laboratorio espressivo a tema per bambini a cura di Simona Corbetta

SABATO 2 APRILE – dalle 21

Incontro con gli artisti; percorso narrativo e sensoriale; Reading di Alberto Sacchi e degustazione vini delle cantine Rizzi

DOMENICA 3 APRILE – dalle 15 alle 19

Finissage; esposizione opere realizzate dai bambini il 27 marzo

Visite su appuntamento e info: 3484782405 – 3487394564  – paolongt@gmail.com

ORARI APERTURA MOSTRA: da martedì a venerdì 16/19 – sabato e domenica 10/12 e 15/19

WUNDERKAMMERN-Frammenti di contemporaneità

 

Dal 20.03 al 3.04.2011

Villa Sartirana – Via Carroccio, 2 Giussano (MB)

 

Fonte: Noisymag