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Intervista di Alessia Mocci a Luigi Milani ed al suo “Memorie a perdere”

“Memorie a perdere – Racconti di ordinaria allucinazione”, edito nel 2009 dalla casa editrice Ass. Akkuaria nella collana “Europa la strada della scrittura”, ha destato numerosi lettori dalla noia prosastica incastrando in una piacevole lettura voyeuristica. L’autore, Luigi Milani, nasce a Roma, alle spalle pubblicazioni di poesie e racconti con la casa editrice Perrone LAB. “Memorie a perdere” è una raccolta di racconti, esattamente tredici, che mira a scuotere il lettore con storie che invadono il mondo della politica, del sociale e dell’estremismo televisivo. Un libro che palesemente denuncia la società attuale attraverso personaggi che fanno della loro ordinaria vita un’allucinazione. Luigi Milani non è conosciuto solamente come scrittore, ma lasciamo che siano le sue parole a raccontare della sua persona e del suo percorso letterario.

A.M.: Luigi Milani è un giornalista, uno scrittore ed un traduttore. In quale veste ti senti maggiormente a tuo agio?

Luigi Milani: Probabilmente la veste che preferisco è quella dello scrittore, anche se ammetto che la stessa definizione di “scrittore” suoni impegnativa alle mie stesse orecchie… D’altro canto, anche il ruolo di giornalista a volte mi regala qualche soddisfazione, specie quando mi offre la possibilità di interagire con personaggi interessanti del mondo dell’arte e della cultura. In passato è accaduto che da un incontro avvenuto in ambito giornalistico siano poi scaturite collaborazioni in campo letterario. Sono casi fortuiti, ma non così infrequenti, e quando si verificano mi danno la sensazione che forse, dopo tutto, sia possibile una convivenza, forse addirittura un interscambio, tra i vari ruoli che mi capita di rivestire nel corso della mia attività. Per quanto concerne il lavoro di traduzione, si tratta di un impegno faticoso e non sempre adeguatamente retribuito, ma anche questo spesso va ad incastonarsi felicemente con il mio versante più squisitamente letterario: in questo senso dunque si tratta in definitiva di un’esperienza propizia.

A.M.: Com’è il tuo rapporto con la critica letteraria?

Luigi Milani: In linea di massima ho un rapporto positivo con la critica, nel senso che un autore non può prescindere, com’è ovvio, dal giudizio del lettore, soprattutto quando questi assume l’ambita livrea del recensore. Si potrebbe discutere, come pure molti fanno, sul valore che al giorno d’oggi riveste la critica letteraria, che ha visto in parte ridursi il suo raggio d’azione e persino la sua influenza: oggi, nell’era del social network, dagli onnipresenti Facebook e Twitter al più specifico Anobii, senza dimenticare l’ormai storico MySpace, la distanza tra autore e lettore si è di fatto annullata. Giudizi, pareri e recensioni fluiscono liberi sulle bacheche e le pagine della sterminata comunità digitale della Rete, contribuendo in maniera determinante alla diffusione di opere ed idee. Non c’è più “un alto” ed “un basso”, ed accade che l’autore affermato condivida, in questa nuova dimensione incorporea, spazi analoghi a quelli occupati dal nome nuovo. Detto questo, per tornare allo specifico della tua domanda, accolgo con grande favore tutte le recensioni, ma non ti nascondo che sono soprattutto quelle di segno più critico le più interessanti e stimolanti. È solo grazie ad esse che ho infatti la possibilità di individuare, se possibile, limiti e negatività sempre in agguato nei miei lavori. Ti dirò poi che personalmente ho sempre trovato molto divertente constatare la disparità di giudizi che la stessa opera può suscitare nella critica, e non mi riferisco solo ai miei trascurabili lavori…

A.M.: “Memorie a perdere” è composto da 13 racconti nei quali presenti un insegnamento per ognuno di loro. Qual è il personaggio e quindi il racconto che senti più realistico?

Luigi Milani: Ti confesso che mi imbarazzerebbe avere la pretesa di offrire insegnamenti ai miei lettori, e temo inoltre che più di qualcuno sarebbe incline a definirmi “cattivo maestro”. Forse non a torto poi, viste le situazioni ed i personaggi che animano le mie storie… No, direi piuttosto che ho tentato – non so con quanta efficacia – di rappresentare lo smarrimento ed il senso di alienazione che spesso affliggono uomini e donne del nostro tempo, alle prese con una società disumanizzante, sessuomane e imbarbarita. In tal senso, il racconto forse più emblematico è “Van Damme”, la storia di un uomo che per sfuggire all’angoscia di una vita avvilente preferisce rifugiarsi nella dimensione illusoria, ma rassicurante, della menzogna.

A.M.: Come definiresti il tuo stile letterario? Ti senti vicino a qualche autore del passato?

Luigi Milani: Cerco di raggiungere una forma quanto più possibile chiara e scorrevole, senza però scadere in quel minimalismo che troppo spesso nasconde una oggettiva povertà lessicale, quando non concettuale. Allo stesso tempo, non amo il periodare alla francese: trovo che l’eccessivo ricorso a perifrasi e subordinate finisca per appesantire irrimediabilmente la narrazione, con l’inevitabile, aborrito, risultato di ingenerare stanchezza e noia nel malcapitato lettore. Tra gli autori del passato, nutro grande ammirazione per Alberto Moravia, Pierpaolo Pasolini, Gabriele D’Annunzio e Jack London, titani ai quali però non credo di potermi neanche accostare, se non appunto come devoto lettore. Tra gli autori contemporanei invece non ho difficoltà ad ammettere l’influenza che esercitano su di me romanzieri quali Don DeLillo, Saul Bellow, Salman Rushdie, Joyce Carol Oates. È stato solo dopo aver a lungo studiato certi romanzi monstre di DeLillo e Rushdie che sono riuscito ad elaborare la complessa architettura alla base del mio primo romanzo, in uscita l’anno prossimo per Casini Editore con il titolo “Nessun Futuro”.

A.M.: Da un anno circa il mercato dell’editoria è mutato grazie anche all’ingresso degli italiani su face book. Che cosa pensi dell’editoria d’oggi e degli “scrittori improvvisati”?

Luigi Milani: Come accennavo sopra, il fenomeno dei social network racchiude in sé delle valenze fortemente innovative, che nello specifico del mondo editoriale si traducono nella possibilità di accedere ad un pubblico di lettori un tempo altrimenti irraggiungibile. Diversa la situazione dell’editoria, in questo inizio di nuovo millennio. Da un lato, è vero, l’accesso alle nuove tecnologie di massa – dal print on demand alla possibilità virtualmente concessa a chiunque di pubblicare qualsiasi testo, in formato digitale o cartaceo ed a costi ridottissimi – può dare la stura al proliferare di pubblicazioni più o meno improvvisate e di dubbia qualità. D’altro canto, è altrettanto innegabile che raramente tali exploit riescano ad affermarsi nel mondo reale, dove si ostinano a rimanere validi concetti per qualcuno superati come la qualità, la cura del testo, la ricerca stilistica. Non è un caso che la stessa moda dell’autoproduzione cominci a perdere colpi in ambito editoriale, nonostante le pur affascinanti teorizzazioni di un guru visionario quale Chris Anderson, che nel suo saggio “La coda Lunga” (Codice Edizioni) (http://codiceedizioni.it/catalogo/pubblicazioni/la-coda-lunga) aveva vaticinato l’avvento di un’editoria di massa svincolata dai tradizionali meccanismi produttivi. Non credo però che divenire “editori di se stessi”, come proclamava non senza qualche sospetto di conflitto d’interesse lo stesso Anderson (fondatore, guardacaso, del primo POD planetario), rappresenti la Nuova Frontiera dell’editoria.

A.M.: C’è un autore della piccola e media editoria sul quale scommetteresti?

Luigi Milani: Credo ve ne sia più d’uno. Mi limiterò a citare qualche nome, sperando di non far troppi torti tra gli amici scrittori: Francesco Verso, Nicola Roserba, Daniele Bonfanti, Luca Poldelmengo, senza dimenticare Lucia Tilde Ingrosso, autrice già affermata, ma in costante ascesa.

Vi lascio il link della pagina di ibs nel quale è possibile acquistare “Memorie a perdere”:

http://www.ibs.it/code/9788863280616/milani-luigi/memorie-perdere.html

ed il link del blog dell’autore:

http://www.luigimilani.com

Fonte: Oubliettemagazine

“Rango”, un meraviglioso tributo al western

March 20, 2011 Leave a comment

La prima volta che ho visto il trailer sono rimasto positivamente colpito e la curiosità di vedere questo Rango era alta, anche se ammetto che non mi aspettavo un capolavoro. Ieri sera sono finalmente riuscito ad andare al cinema e, che dire, mi è piaciuto talmente tanto che non ho potuto fare a meno di scriverne.
Senza fare spoiler (anche se è in programmazione in Italia già da una settimana ormai) Rango è la storia di un camaleonte domestico che, causa un piccolo incidente stradale, si ritrova abbandonato nel mezzo del deserto del Mojave (USA), luogo dove prende inizio la sua avventura che lo porta ad improvvisarsi cowboy (inventandosi il nome di Rango, appunto) e deve combattere per liberare una piccola comunità di animali dai cattivi di turno che li opprime. Classico eroe imbranato che passa da una disavventura all’altra e nonostante gli innumerevoli comici imprevisti riesce a compiere la sua missione.
Ora, quello che voglio sottolineare di questo film, come dico nel titolo del post, è che rappresenta un meraviglioso tributo al cinema western. La storia è certamente una rivisitazione comica del genere e l’ambientazione lascia ben pochi dubbi sul riferimento al western: un piccolo villaggio sperduto nel mezzo del deserto abitato da buffi (qualcuno un po’ meno) e bizzarri (questo invece tutti) animaletti. Dal punto di vista dell’animazione 3D (vi ha lavorato la Industrial Light&Magic, non da poco!) la qualità è altissima, sia nella realizzazione dei personaggi e degli ambienti, sia nell’espressività facciale: i primi piani di Rango a mio avviso, dove si ride senza che lui dica una parola o faccia un movimento, ne sono la prova. La colonna sonora, composta nientemeno che da Hans Zimmer (onnipresente ormai), è un esplicito e plateale omaggio a Ennio Morricone e in certi momenti l’effetto che suscita va oltre l’ironia della scena e riesce a evocare emozioni davvero epiche. La regia è di Gore Verbinski (che ha diretto la -prima- trilogia de I Pirati dei Caraibi) e anche qui il tributo è chiaro: Sergio Leone e i suoi capolavori che hanno segnato la storia del genere western sono dietro quasi ogni singola inquadratura del film, tanto che le scene di pura azione frenetica (le più hollywoodiane, se vogliamo) sono quelle che risaltano di meno nonostante siano divertenti e spettacolari. In particolare nei duelli, il montaggio delle inquadrature (alternanza di primi piani, piani americani, totali, lenti carrelli…) ci riporta di fronte a film come “Il buono, il brutto, il cattivo”, “Per un pugno di dollari” o “C’era una volta il west”. Ma ci sono anche molte altre citazioni e riferimenti che arricchiscono il tutto (la scena iniziale del film, ad esempio, a me ha ricordato moltissimo l’inizio classico dei film della saga di Toy Story).
Inutile dire, infine, che il personaggio di Rango è la parodia di colui che incarna e rappresenta il western stesso, ovvero Clint Eastwood: lo spietato e gelido cowboy (il texano dagli occhi di ghiaccio) trova in Rango il suo goffo e un po’ imbranato, ma alla fine altrettanto eroico, alter-ego.
Trovo che questo film sia, se non un grande, certamente un piccolo capolavoro riuscito in tutti i suoi aspetti e il mio suggerimento, per chi ancora non lo avesse fatto, è di andare a vederlo al cinema perché merita davvero tanto. Un Clint Eastwood camaleonte non è cosa da tutti i giorni!

Fonte: Noisymag

 

L’arte di ottenere ragione

Ci sono libri che diventano obsoleti qualche mese dopo la loro uscita e ci sono, invece, libri che rimangono immortali e il cui contenuto può essere applicato universalmente. Uno fra questi è L’arte di ottenere ragione di Arthur Schopenhauer.

In questo articolo voglio raccogliere qualche citazione da questo libro che si pone come scopo quello di insegnarci ad avere la meglio nelle discussioni più disparate. Purtroppo molto spesso l’importante non è avere ragione, ma saperla ottenere.

Ogni citazione che sto per riportare corrisponde a uno dei tanti stratagemmi presentati nel libro. Non seguirò nessun ordine preciso.

Stratagemma n.18

Il numero degli stratagemmi che riporto è lo stesso di quelli che trovate nel libro.

Questo stratagemma mi ricorda molto scene che si vedono spesso in televisione, in programmi come Annozero, ed è molto usata da politici come La Russa. Anche Sgarbi la usa parecchio, anzi troppo. Forse è per questo che non sopporto né l’uno né l’altro.

Se ci accorgiamo che l’avversario ha messo mano a un argomentazione con cui ci batterà, non dobbiamo consentire che arrivi a portarla a termine, ma dobbiamo interrompere, allontanare o sviare per tempo l’andamento della disputa e portarla su altre questioni: in breve, avviare una mutatio controversiae.

Stratagemma n.26

Un tiro brillante è la retorsio argumenti: quando l’argomento che l’avversario vuole usare a proprio vantaggio può essere usato meglio contro di lui. Per esempio egli dice: «È un bambino, bisogna pur concedergli qualcosa»; retorsio: «Proprio perché è un bambino bisogna castigarlo, affinché non perseveri nelle cattive abitudini».

Molto sottile, non so se cogliete la genialità di Schopenhauer.

In conclusione

Ho riportato solamente 2 stratagemmi dei 38 presenti nel libro giusto per darvi un’idea. Se vi sono piaciuti vi consiglio l’acquisto. Io ne leggo, così tanto per divertirmi, uno ogni sera prima di andare a dormire.

p.s. Se vi siete appassionati al pensiero di Schopenhauer potete leggere qualche bella frase da lui pronunziata, oppure qualche altro libro nella forma di questo che vi ho presentato, come:

  • L’arte di essere felici
  • L’arte di insultare
  • L’arte di trattare le donne
  • L’arte di invecchiare
  • L’arte di farsi rispettare

Insomma, veramente un tuttologo come non se ne vedono più oggi.

Fonte: Skimbu

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“Tattile” di Alessio Laterza, casa editrice La Vallisa (Bari)

“ Latte bianco” così Josè Saramago, scrittore, poeta e critico letterario portoghese, premio Nobel per la letteratura nel 1998, definiva la strana forma di Cecità che colpiva una capitale senza nome. Una capitale qualunque, quindi, o una città qualunque o un paese qualunque.

Un’ epidemia che colpisce progressivamente tutti gli abitanti di questo luogo indefinito rendendo indefiniti loro stessi.

Le vittime sono avvolte da un candore luminoso simile ad un mare di latte, da qui il nome “latte bianco”.

La copertina del primo libro di poesie del giovane Alessio Laterza mi ha riportato a questa CECITA’- BIANCA che è la particolarità, il perno intorno cui ruota come una trottola impazzita tutta la storia del romanzo; così la copertina è il perno intorno cui ruotano come una trottola impazzita, a suon di jazz, le esperienze e l’animo del nostro autore.

Il suo romanzo in versi, trasformato ad ogni giro, ad ogni cambio pagina di libro, in una bottiglia di birra, in sorso di vino, in una nota blues, in un sasso, in demoni stanchi, in una nenia e in tanto altro che si può semplicemente definire: la sua poesia.

La copertina bianco candido ,come bianco è il mare di latte, con una bozza di scritta braille, come cechi sono coloro che vengono colpiti dalla strana patologia e il suo titolo “TATTILE”, lo stesso tatto, senso fondamentale per la popolazione del nostro Saramago.

Il tatto è il senso principale per il nostro giovane poeta, perché la vita si vive, la si tasta, la si sfiora e la si prende anche a calci nel sedere , percependo noi la nostra volontà di fare tutto questo.

Il TATTO lo si percepisce alla lettura di questa silloge di poesie, come quando leggiamo:

“DISCHIUDENDO/ FRA LE DITA/ BRICIOLE DI PENSIERI/ COME MOLLICHE DI PANE”

(pag 39)

O ancora quando leggiamo: “ E SAREMO L’INCONSISTENZA, IL VAPORE/ L’ALONE DI UN RESPIRO DIETRO UN VETRO/ QUANDO FUORI E’ FREDDO./ E SCRIVI VELOCE CON LE DITA CHE/ PASSATO IL RESPITO,/ NON RESTERA’ CHE IL TRATTO/ A LASCIAR TESTIMONIANZA” (pag. 42)…. Il “tratto” fatto dal

–TATTO-…. Che lascia la sua testimonianza di ciò che siamo stati in quel momento.

E poi la poesia “Tattile” a pagina 13.!

Il tema fondamentale del romanzo di Saramago è quello dell’indifferenza che esplode con il dilagare della cecità. I ciechi, rinchiusi in un ex manicomio e costretti a vivere nel più totale abbruttimento, scoprono su se stessi ed in se stessi la repressione, l’ipocrisia del potere, la sopraffazione, il ricatto e,peggio di tutto, l’indifferenza che nasconde una profonda solitudine.

« Secondo me non siamo diventati ciechi, secondo me lo siamo, Ciechi che vedono, Ciechi che, pur vedendo, non vedono »

(La moglie del medico)

Alessio questa solitudine la canta… “LE NOSTRE SOLITUDINI SI MISURANO IN DECIBEL OGGI/….”(pag 24)

“C’ERA POI IL RICORDO/ DI QUANDO LE PAROLE E LE IMMAGINI SUSCITAVANO/ SCALPORE/ CHE’ UN BAMBINO LO PRENDI SEMPRE SUL SERIO/ INVECE FRA ADULTI SI E’ TROPPO PRESI/

DALL’APPARIRE.!” (pag 39)

“SIAMO NOI AD ESSERE MANGIATI NELL’ASSENZA/ DI PAROLE…” (pag. 56)

Saramago conduce un viaggio di anime nella anime altrui. Il viaggio di una cecità che permette di vedere il mondo più di quanto fa la vista e che permette di conoscere chi sta accanto all’uomo.

Anche Alessio viaggia, come lui stesso racconta e anche per Alessio “E’ NEL VIAGGIO CHE SI CONOSCE IL MONDO E, ATTRAVERSO IL KILOMETRI PERCORSI E LE ROTTURE DI PALLE CHE SPEZZANO LA MONOTONIA, CONOSCIAMO TUTTI I NOSTRI COMPAGNI DI STRADA.”

Alessio dice “LONTANO DAGLI DEI, VICINI A NOI” (titolo poesia pag. 83) e anche i protagonisti del romanzo, nel vivere il loro inferno sono riusciti comunque a costruire il loro angolo di paradiso, di sopravvivenza.

Mi chiedo cosa sia il paradiso, solo un luogo dove far sopravvivere la nostra anima?

Alla fine del romanzo tutti riacquistano la vista e chissà alla fine della lettura di questo bellissimo libro di poesie ognuno di noi possa riacquistare quel senso di tatto che gli occhi oggigiorno hanno perso.

“TATTILE” vive di suggestioni Beat! Beat come ribellione. Beat come battito. Beat come ritmo. Quello della musica jazz.

Charles Bukowski è indicato come uno dei maggiori esponenti della letteratura beat , anche se lui stesso rinnegava l’ affiancamento del suo stile e delle tematiche da lui affrontate al suddetto movimento , Alessio è influenzato, consapevolmente o inconsapevolmente da tali suggestioni e si riscontrano similitudini con quello che era il modus di raccontare la realtà di C. Bukowski. Tralasciando la sua schiettezza nell’uso di determinati termini che potrebbe, erroneamente, essere confusa per volgarità che comunque in Alessio non ritroviamo, aspetti della sua poesia riportano al grande autore.

Passaggi come quelli che leggiamo nella poesia “SCAMPO”,pag 35 , ricordano il verso di B. :”L’AMORE E’ UN CANE CHE VIENE DALL’INFERNO”

La poesia”DI RITORNO” pag.38

I versi della poesia “CHIUDENDO GLI OCCHI” pag. 62 : “CREDO CHE LE UNICHE COSE CHE MI ACCOMUNANO A/ CERTI SCRITTORI SIANO I BRUCIORI DI STOMACO DEL POST/ SBRONZA”.

“QUELLO CHE”pag. 76, in cui leggiamo: “BISOGNA AVERE COSCIENZA DEL BERE/E ANCHE DEL VIVERE A VOLTE”

O la poesia “ISTRUZIONI”.

Nella sua poesia ”SWEET MUSIC” C. Bukowski omaggia la musica dolce di Brhams, Ives, Stravinsky e Mozart, che dalla radio accompagnano l’inizio del suo giorno tra uova, sigarette, scotch e l’immancabile donna, una delle tante. L’inizio di un giorno qualunque, per lui, come diversi elementi ma che possono essere riportati ad un giorno qualunque è cantato da Alessio in “EVERYDAY BLUS” accompagnato però da un sottofondo Blues.

Chi anche solo un po’ conosce C. Bukowski non può non respirare in determinate poesie di Alessio l’animo di questo autore. Il suo quasi menefreghismo e allo stesso tempo la voglia forse inconsapevole di un riscatto attraverso le parole.

Alessio soprattutto in 3 delle poesie della raccolta e precisamente: “NOI E NESSUN ALTRO” (pag 45); “NENIA” (pag. 56) e “BOYS’ DON’T CRY” che forte risente dell’influenza Beat, racconta il quadro della società di oggi e la poesia “SCENEGGIATURE, SCENOGRAFIE” sembra l’epilogo personale dell’autore alle tre precedenti “situazioni”, infatti leggiamo

“I NOSTRI INSUCCESSI SARANNO I PUNTI FERMI CHE CI SOSTERRANNO IN CASO DI SOSTA DEL VIAGGIO…/…” a voler trovare un ancora di salvezza nel personale sostegno di se.

Ed il ricordo di Nazim Hikmet . “Lui quello che voleva dire di più bello non l’ha ancora detto”, in Alessio leggiamo in “CONCENTRICITA’” (pag. 69) “LE SUE PAROLE MIGLIORI/ NON LE HA ANCORA SCRITTE.”

Il poeta è anche colui che “presuntuosamente” cerca di raccogliere, racchiudere in unica frase, verso, parola, l’essenza di quel momento per spiegarlo a suo modo. Per lui l’attimo in quell’attimo è il mondo. Alessio non fa una poesia lampo, non immortala il momento in un momento poetico ma lo sviscera e lo srotola, abbiamo diversi momenti di prosa poetica in cui il lettore ha il tempo di respirare a pieni polmoni la poesia perché ha tutto il tempo di inspirarla, farla circolare ed espirarla come più gli piace ma tre sono le volte in cui Alessio cerca di carpire l’attimo, e mi riferisco a tre poesie e non per la poesia in sè ma per il titolo.

“MALINCONOCROMATICO”

“INTIMITANGO”

“FOTOLGENICO”

Parole inventate che possono essere loro solo Poesia. Lampo. Che racchiudono l’essenza e di questo forse Alessio neanche ne è consapevole.

Ligabue nel 1995 cantava “Hai un momento Dio?…”, nel 2010 Alessio scrive: “TI HO LASCIATO UN MESSAGGIO IN SEGRETERIA, DIO” (pag. 65) e mi chiedo se Dio abbia trovato un momento per AscoltarLI e se abbia risposto loro, in poesia.

Written by Teodora Mastrototaro

Fonte: Oubliettemagazine

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“Inception”, la fatica di Christopher Nolan

March 20, 2011 Leave a comment

Un film rivelazione che si aspettava da tanto tanto tempo. “Inception” è uscito sugli schermi il 24 Settembre, posticipato in confronto all’uscita del 16 luglio degli Stati Uniti. Il regista è Christopher Nolan (1970). Christopher Nolan ha esordito nella regia nel 1997con il cortometraggio “Doodlebug”, seguono nel 1998 “Following”, nel 2000 “Memento”, nel 2002 “Insomnia”, nel 2005 “Batman Begins”, nel 2006 “The Prestige”, nel 2008 “Il cavaliere oscuro”.
Lo script del film è il frutto di un lungo lavoro durato 12 anni nei quali Nolan continuava a pensare e ripensare al film per creare un vero capolavoro, ed è riuscito benissimo nell’intento. “Inception” è una pellicola della durata di 148 minuti e del genere fantascienza e thriller.
Protagonista del film è l’immaginazione ed il sogno, tutta la trama è incentrata sui livelli dei sogni e sugli imprevisti che possono verificarsi se ci si immedesima troppo nella vita del sogno. Leonardo di Caprio è la special guest del film ed impersona il protagonista di “Inception”, Dom Cobb. Dom è un ladro di segreti dal profondo dell’inconscio mentre il mal capitato dorme indotto al sonno dalla squadra di Dom. L’altra faccia della medaglia è che essendo il più bravo ladro di segreti ben presto si è ritrovato nel mondo dello spionaggio industriale e quindi si è reso un bersaglio molto interessante, più compagnie cercano di prenderlo vivo o morto per impedirgli di compiere forse la più sensazionale delle imprese: un viaggio a livello tre del sogno con innesto di un’idea.
Ma come si sviluppa esattamente questo mestiere? Innanzitutto ogni missione ha dietro una strategia precisa che vede una squadra ben predisposta alla fiducia reciproca. Leonardo di Caprio è una sorta di capo di questa squadra che varia spesso componenti, qualche volta anche a causa di tradimenti da parte dell’equipe. Esiste la possibilità di penetrare nel subconscio di una persona attraverso lo stadio del sonno indotto. Vittima e carnefici devono stare nella stessa stanza, vicini e collegati da dei tubicini. Un complice resta sempre sveglio per monitorare ed aiutare in caso di problemi. Il sogno è interamente costruito ed organizzato da un soggetto in grado di poter predisporre e pensare sino al dettaglio di creare un mondo perfetto nel quale colui che sogna non ha il dubbio di non-realtà. Dom Conn ha iniziato proprio con il programmare mondi nel sogno per poter poi insinuarsi e modellare la realtà successivamente.
Ma da quando la moglie Mal, interpretata da Marion Cotillard si è suicidata, lui non riesce più a controllare durante il sonno il comparire di lei e la disfatta dei piani. Mal, infatti, lo segue nelle missioni ma non fa altro che aiutare il nemico di Dom, qualunque esso sia. Mal e Dom erano dei viaggiatori nei sogni ed un pomeriggio in un hotel sono stati fuori tante ore quante una vita intera, hanno infatti costruito il loro mondo ideale e sono invecchiati insieme, ma Dom voleva tornare a casa nella realtà mentre Mal ormai pensava che quella del sogno fosse la sua realtà. Dom ha dovuto così impiantare un’idea ex novo nella mente di Mal, un’idea che le fece desiderare di andar via per ritornare dai loro figli ma al risveglio qualcosa non ha funzionato e Mal continuò a dar voce all’idea della non-realtà, continuò ad ascoltarla così tanto da credere che la realtà non fosse tale e che il  mondo del sogno creato da lei e Dom fosse la realtà.
Dom vive perciò nel senso di colpa e con la privazione dei figli perché Mal prima di uccidersi ha fatto in modo che si pensasse ad un omicidio ad opera del marito. Una trama di certo non semplice considerando che questo è solo un piccolo intro informativo. Molto interessante notare quanto Nolan abbia fatto un prodotto di qualità con un montaggio spettacolare e una cura del dialogo confrontato all’azione che lascia soddisfatti del film e non lo si sente, malgrado la lunga durata, un film noioso.
“Inception”, un bel film con una bella trama, dialoghi curati, buona fotografia, finale perfetto, colonna sonora azzeccata. Nessuna critica per il regista, dunque, ma solo onori. Vediamo ora quale sarà la reazione del pubblico ad un film che può sconvolgere quanto il caro, vecchio ed intramontabile Matrix.
Vi lascio il link del trailer di “Inception”:
http://www.youtube.com/watch?v=S3XzUYd6nrU

Fonte: Oubliettemagazine