Archive

Archive for March 15, 2011

“Le mie parole” di Mario Calzolaro

Le mie parole

quelle che persi

quelle notti dimenticate

nei miei timidi passi

nelle incerte pulsioni del cuore

nel silenzio trepido di attimi stanchi

nel trambusto dei giovani anni

nei turbini del desiderio

nel velo grigio delle ingiustizie

nell’arsenico dell’amarezza…

le mie parole

quelle che mi accompagnano

nel giro quotidiano del sole

nelle volute azzurre del pensiero

nell’attesa del domani

nella ricerca del tuo sguardo

nel dipanarsi di spirali eteree

nel crogiolo di immagini fuggenti

nelle spinte della volontà non dorma

nel tiepido respiro delle albe primaverili…

le mie parole

quelle che cerco

nel desiderio di un mondo di uguali

nel canto felice di un bimbo

nel sorriso di una donna innamorata

nei cieli puliti d’un domani incontaminato

nelle vie che portano all’armonia del cosmo

nei colori di una tela immaginata e non ancora dipinta

nelle lastre d’acciaio che muta in filanti stelle d’argento

nei tuoi occhi quando sorridi e quando piangi.

Categories: Aura Tags:

Intervista di Carina Spurio a Mattia Albani ed al suo “Il verso del coniglio”

Mattia Albani, classe 1986, è nato a Giulianova. Ha conseguito numerosi riconoscimenti in concorsi nazionali ed internazionali di prosa e poesia. Nel 2008 ha pubblicato una raccolta di poesie, dal titolo L’apnea dei 22. Rincalzi d’albe e scucite metafore (AlettiEditore).”I conigli non sono quello che sembrano”, è questo il leitmotiv de “Il verso del coniglio”, edito da Schena Editore, nella collana Pochepagine.Il verso del coniglio è la storia del giovane Samuel Nietzsche, adolescente Amish da poco tornato a casa dopo il tradizionale periodo di Rimspringa. Tutto sembra andare per il meglio, quando il ragazzo si trova improvvisamente catapultato in un incubo: a cause della consanguineità dei genitori, Samuel Nietzsche contrae una rarissima malattia che impedisce al fegato di metabolizzare la birilubina.

C.S.: “Il verso del coniglio” trionfa alla XIII Edizione del Premio Nazionale di Narrativa“Valerio Gentile”. Racconta…

Mattia Albani: Dunque, la storia è più o meno questa: nella rigorosa comunità Amish della Pennsylvania, dove i precetti e i costumi dell’antica religione dei padri non vengono minimamente scalfiti dal progresso tecnologico e dalla modernità, il diciassettenne Samuel Nietzsche è assalito da una misteriosa malattia, che nel giro di pochi mesi mette in crisi tutte le sue certezze e le sue prospettive. La sincera amicizia col coetaneo Jacob Goethe resta per lui l’unica luce, mentre tutto il suo mondo gli crolla addosso. La tradizionale fase di passaggio dall’adolescenza all’età adulta sarà accompagnata dall’impercettibile presenza di conigli… Sembra un po’ angosciante, detto così, però alla fine è anche divertente.

C.S.: Tra le pagine del tuo libro si legge: “I conigli, in genere, non emettono versi. Quando li emettono c’è da preoccuparsi. “Di solito urlano, soffiano e rantolano. È proprio un verso, quello che sento io. Se urlano si dice l’urlo della morte, perché si sentono talmente in pericolo che credono di stare lì lì per morire. È il verso della preda, allora, ma la morte non è la preda, semmai il cacciatore.” Sembra che l’ombra della morte non abbia risparmiato nessuna generazione nemmeno noi: i figli di mezzo della storia, cresciuti davanti alla televisione a volte predisposti a credere che un giorno saremo milionari, divi del cinema, famose rockstar, negli ego più svalutati protagonisti del Grande Fratello…

Mattia Albani: Non vorrei sembrare menagramo, ma l’ombra della morte non potrà mai risparmiare alcuna generazione. È una cosa naturale. C’è e basta. Bisogna mettersi l’anima in pace e godersi il tempo dell’attesa nel miglior modo possibile. Alla fine arriva per tutti, ma la differenza non è come viene, ma come hai vissuto l’attesa. Non criminalizzerei i figli di mezzo della storia, anzi, loro se la godono proprio la loro attesa. Così dovrebbe essere. Perché l’ombra della morte è come quella di Peter Pan, puoi anche chiuderla in un cassetto ce ci riesci, ma alla fine ti sembrerà di esserti dimenticato di metterti le mutande.

C.S.: Come è nato questo libro? Qual è stata l’immagine e con essa il personaggio che ha dato il via a tutto?

Mattia Albani: Ho scritto un romanzo perché me n’è venuta voglia. Credo sia una ragione più che sufficiente per mettersi a raccontare. Ho incominciato a scrivere mosso da un’idea seminale. Avevo voglia di far morire agonizzante un fanatico religioso. Credo che un romanzo nasca da un’idea di questo genere, il resto è polpa che si aggiunge strada facendo.

C.S.: Quando hai iniziato a scrivere avevi in mente che il tuo libro sarebbe stato pubblicato?

Mattia Albani: Ovviamente. Quantomeno lo speravo. Va be’ che l’uomo è animale fabulatore per eccellenza (cfr. Eco), ma nessuno si mette a scrivere un romanzo senza la speranza che gli venga pubblicato. Non si scrive per riempire i cassetti. Si scrive per vedere il proprio nome stampato su un libro bell’e fatto.

C.S.: Mattia, quanta vertigine c’è nella scrittura?

Mattia Albani: Praticamente nulla. La mia è una scrittura molto lucida e misurata, dove tutto va dove e come deve andare per la buona riuscita dell’effetto finale. Non scrivo sotto ispirazione, preso da chissà quale vertigine; scrivo davanti a un computer, con la scrivania piena di appunti su come dovrebbero andare le cose. Tutto qui. Non ci credo a chi dice che scrivere nel raptus dell’ispirazione. Quando un autore dice così, mente. Genius in twenty per cent inspiration and eighty per cent persiration.

C.S.: Com’ è il tuo metodo di lavoro? Quante ore al giorno scrivi e dove?

Mattia Albani: Molto casuale. Non mi do degli orari, la scrittura non è un lavoro, bensì un’attitudine. Tutto parte da un’idea seminale, poi inizio a ragionarci su (la prima cosa che cerco è il titolo, comunque) e butto giù fogli su fogli di appunti. Poi a volte restano lì per mesi o, addirittura anni, prima che li riprenda, altre volte, invece, mi ci butto a capofitto e nel giro di pochi mesi il romanzo è bell’è pronto. Non mi dedico mai completamente ad un solo romanzo, ne porto avanti diversi; tanti romanzi aperti nei quali mi infilo a seconda della voglia del momento.

C.S.: Chi è Mattia Albani?

Mattia Albani: Un venticinquenne irritabile al mattino, di malumore il pomeriggio, lunatico la sera. Acrofobico, agorafobico, antropofobico, apifobico, demofobico, hafefobico, sociofobico, palesemente paranoico, tendenzialmente depressivo e schizzotipico. Un bel ragazzo, nonostante ciò.

C.S.: Quali autori ti hanno influenzato o ispirato?

Mattia Albani: I primi che mi vengono in mente sono: Poe, Rimbaud, Baudelaire, Mallarmé, Campana, Bulgakov, Dostoevskij, Borges, Foscolo, Marquez, Luther Blisset, Mishima, Böll, Cèline, Joyce, Jarry, Kafka, Orwell, Bukowski, Saramago, Miller, Svevo, Hemingway, Tolstoj, Calvino, Wilde, Kundera, Baricco, Ricciarelli, Eco, Lovecraft, Lauteamont, Hugh Hefner, Savage, Palahniuk, Simenon e Walt Disney.

C.S.: Hai scritto un libro di poesie dal titolo “L’apnea dei 22. Rincalzi d’albe e scucite metafore”, Aletti Editore. La poesia secondo te da dove viene e come si manifesta?

Mattia Albani: Come tutte le cose, la poesia ti viene da dentro. Per me è come un gioco. Anche il gioco ti viene da dentro, come un growl. Ecco, la poesia è come un growl: ti viene da dentro, lo trattieni finché puoi e poi lo lasci uscire liberamente, di solito di nascosto. Poi, una volta che l’hai vomitata tutta lì sulla pagina, così come t’è venuta, di getto, inizi a lavorarci, a pulirla, a limarla a renderla presentabile e farla passare per qualcosa di serio, non solo per un gioco. Quando dico che la poesia è un growl e un gioco di solito la gente inorridisce. Per me è così, comunque, non c’è santo.

C.S.: Internet …

Mattia Albani: Internet è la valvola di sfogo dei poeti contemporanei, la vetrina di chi ha aspirazioni letterarie e il mezzo migliore per pubblicizzare qualcosa senza spendere una lira. Certo, non sostituirà mai il buon vecchio libro, ma ci andrà vicino. Internet e letteratura (così come internet e tutto il resto) sono destinati a seguire percorsi paralleli e vicinissimi. Magari riusciranno anche a incrociarsi un giorno, ma sarà solo la coincidenza di un momento, poi ognuno se ne tornerà per la sua strada.

C.S.: L’ultimo libro che hai letto?

Mattia Albani: Gesta e opinioni del dottor Faustroll, patafisico, di Alfred Jarry.

C.S.: Ti piace il cinema?

Mattia Albani: Molto. Adoro Arnofsky, Tim Burton, David Lynch, Stanley Kubrick e Tarantino. Rigorosamente in ordine alfabetico.

C.S.: Qual è il tuo rapporto con Giulianova Lido?

Mattia Albani: È la mia città. Molti mi consigliano di scapparmene via, per dare una svolta alla mia vita, ma mettersi a scappare dal posto in cui sei nato e cresciuto è come mettersi a scappare da se stessi, e da se stessi non si scappa neanche se si sali sul primo treno perso che ci ripassa davanti. Anche perché i treni andati non si possono prendere mai più e si rischia di passare un sacco di tempo a corrergli dietro, inseguito da quel te stesso da cui volevi scappare. Giulianova è la mia città, in sostanza. Questo dice tutto, no?

Fonte: Oubliettemagazine

“Oltre” di Giuseppe Malerba, recensione di Marzia Carocci

OLTRE di GIUSEPPE MALERBA

Casa editrice L’autore libri Firenze euro 6,00

La prosa di Giuseppe Malerba, è un inno alla fede, un cantico scritto in dote alla necessità umana in quanto fragile e bisognosa di sentirsi aiutata,ascoltata e protetta.

L’autore in ogni suo verso si fa promotore di parole di preghiera, di messaggi devoti, portando il lettore alla meditazione e all’attenzione della spirituale presenza di Dio che sa comprendere e sa lenire le ferite, i dolori e i dubbi interiori dell’uomo.

In un mondo dove ogni essere umano ha perduto le concretezze, le certezze, dove i sentimenti ,gli affetti, e il credo, spesso vengono soffocati ed elusi dai cuori spesso aridi di valori, Giuseppe Malerba, si fa portavoce di Cristianità, di devozione e di spiritualità.

– Dio è nella violata innocenza dei fanciulli,

sulla cima dei monti

e nella profondità dei cieli e dei mari,

nei nascosti dirupi,

nel vento che agita le foglie

e fa increspare le onde.-

L’autore ci trascina con le sue parole al raccoglimento, alla riflessione, a una concentrazione spirituale, sul senso reale della vita e del Creato, ci fa pensare alla grandezza di ciò che ci circonda e dei misteri di una fede che spesso è offuscata dal concretismo e dal materialismo dell’uomo che ha perduto la voglia di credere e quindi di sperare.

Sprazzi di luce, parole e pensieri che Giuseppe Malerba ci suggerisce con un messaggio evocativo a chi non vuol vedere oltre, incitando alla preghiera come unica salvezza di un niente che riempie l’anima e rafforza un cammino che altrimenti non avrebbe senso di essere.

Written by Marzia Carocci

Fonte: Oubliettemagazine

Categories: Carta Tags:

“Guidare Oggi”, di Vincenzo Di Michele, Curiosando Editore

“I ripetuti lanci di sassi e altri oggetti in corrispondenza dei cavalcavia, hanno indotto le autorità alla decisione di numerare tutti i sovrapposti stradali. Nell’eventualità si ravvivasse la presenza di azioni di disturbo alla circolazione stradale da parte di persone presenti su detti sovrappassi, nell’avvisare le forze dell’ordine si potranno quindi fornire con precisione, il numero della strada e del cavalcavia.”

“Perché non succeda agli altri, ciò che è successo a noi”: la pericolosità delle strade, gli indugi dei conducenti, la poca conoscenza delle nuove regole europee, la segnaletica, i casi speciali, le assicurazioni, la distanza dai veicoli, testimonianze, il trasporto di attrezzature sportive, ed i consigli utili che si dovrebbero sapere per una guida più sicura per se stessi, la propria famiglia e gli altri.

“Guidare oggi”, edito nel settembre del 2010 dalla casa editrice Curiosando Editore, è la terza pubblicazione dello scrittore e giornalista pubblicista Vincenzo Di Michele (1962, detto Enzo), esperto in materia di circolazione stradale con pubblicazioni in tali argomenti nelle riviste: “ Nautica”, “Professione Camionista”, “M.A.D” (Macchine Agricole Domani), “ Windsurf”, “Vela e motore”, “Informatore Agrario”.

Di Michele ha esordito nel 2006 con “La famiglia di fatto” pubblicato dalla casa editrice Firenze Atheneum Edizioni, segue due anni dopo un vero e proprio successo editoriale: “Io, prigioniero in Russia” (in omaggio a suo padre Alfonso giovane alpino abruzzese partito nel 1942 da Intermesoli frazione di Pietracamela per la Russia nella II Guerra Mondiale), edito da Maremmi Editori e successivamente con “La Stampa” riuscendo a superare le 50.000 copie vendute. “Guidare oggi” ha ricevuto l’apprezzamento del Presidente della Repubblica, l’encomio del Ministro dei Trasporti e delle Infrastrutture, nonché la partecipazione attiva del Presidente dell’AIFVS (Associazione Italiana Familiari e Vittime della Strada) Giuseppa Cassaniti Mastrojeni.

“Guidare oggi” consta di introduzione e nove capitoli di diversa estensione. Nell’introduzione abbiamo l’esplicazione, da parte dell’autore, del perché di un progetto editoriale che contribuisce culturalmente alla divulgazione di insolite problematiche correlate alla circolazione stradale, e la lettera aperta del Presidente dell’AIFVS che si complimenta con il Dott. Di Michele per la sua sensibilità sull’argomento. Seguono sette testimonianze di persone colpite dal dolore per aver perso un proprio caro a causa di un incidente stradale. L’autore ha deciso in accordo con l’editore, di eliminare due capitoli del libro per inserire le testimonianze, inviate dal Presidente, e dunque per dare voce ai parenti delle vittime (dal bambino di 4 anni all’anziana di 79 anni) che facilmente vengono dimenticati ed anzi oltraggiati. In tal modo il lettore e le Istituzioni vengono sollecitati al ragionamento sulle possibili conseguenze in seguito ad incidenti stradali. Ed a tal proposito, una particolare attenzione deve essere alla copertina del libro “Guidare Oggi”: veramente evocativa e suggestiva per non dire imbarazzante nel senso tragico, con quel bambolotto disteso selvaggiamente sulla strada, proprio a richiamare la drammaticità correlata al fenomeno delle stragi stradali.

“Portare un passeggero davanti al guidatore – nel caso specifico appunto un bambino – è rischiosissimo per una serie di motivi. Innanzitutto per la difficoltà di guida e di manovra, considerando che difficilmente, il bambino resta fermo per un lungo periodo di tempo. Può così capitare che si giri improvvisamente per guardare qualcosa che ha attratto la sua attenzione, o magari che alzi repentinamente la testa, …”

Il nono capitolo “Le risposte ai quesiti più impensati” rappresenta un vero e proprio forum con domande e risposte su argomentazioni che, alcune volte, si danno per scontate o sulle quali non si presta molta attenzione ma che, invece, si dovrebbero conoscere per attuare quei piccoli accorgimenti che potrebbero anche salvare la nostra vita e quella di chi viaggia con noi. Alcuni esempi di domande:

“Che cosa si deve fare in caso di deterioramento della patente di guida?

Sulle corsie di emergenza delle autostrade, in quali casi è permessa la sosta?

Quali sono i limiti di velocità di un’automobile che traina un rimorchio leggero?

Si può condurre un’automobile con un’ingessatura al polso?

Che cosa è il tachigrafo digitale? A che serve?

Si può essere esentati dall’obbligo delle cinture di sicurezza per malessere fisico?”

Per coloro che volessero saperne di più dell’autore lascio il link diretto che riporta direttamente al suo curatissimo sito nel quale potrete seguire le novità sulle sue pubblicazioni ed eventi:

http://www.vincenzodimichele.it/

Fonte: Oubliettemagazine

Intervista di Alessia Mocci a Francesco Gabriele ed al suo “Io ci voglio credere”

“Io ci voglio credere”, edito nel 2009 dalla casa editrice Rupe Mutevole Edizioni nella collana “La Quiete e l’Inquietudine”, è un romanzo che vede come protagonista un ragazzo di nome Frik ed i suoi ultimi giorni di scuola prima della maturità classica. L’autore, Francesco Gabriele (1987), evidenzia nel testo come durante la gioventù si possano fare degli errori senza volerlo, ma trasportati dalla curiosità della novità e dell’amore della conoscenza.
“Io ci voglio credere”, oltre una fitta trama, ha la caratteristica di un linguaggio giovane e fresco che i linguisti dovrebbero prendere come studio per continuare la comprensione del “giovanilese”.
Francesco è stato molto disponibile nel rispondere a qualche domanda. Buona lettura!

A.M.: Cosa provi oggi se pensi a “Io ci voglio credere”?

Francesco Gabriele: A distanza di due anni dall’uscita del mio primo romanzo, è confortante e piacevole sfogliarne le pagine e sorridere nel rileggere frasi che appartengono a una fase della mia vita che appare oggi così lontana. È confortante per tanti aspetti; in primo luogo ti rendi conto di quanto sia importante scrivere, scrivere e basta! Senza rimandare, senza paura che l’ispirazione in quel momento non sia abbastanza forte da essere all’altezza delle tue idee. Perché il pericolo maggiore è farsi bloccare dalla paura di “non riuscire”…ma nel frattempo la vita scorre…e la tua visione delle cose inevitabilmente cambia. Così avrai perso per sempre l’opportunità di scrivere qualcosa che rappresenta la “tua” visione in quel momento!

A.M.: La maturità. Che ne pensi?

Francesco Gabriele: Ora che mi trovo qui a Los Angeles per continuare a coltivare quella passione che aveva alimentato il romanzo, non posso far altro che sfogliare le pagine e rileggere con occhi commossi ed il sorriso sulle labbra, di una fase così bella della vita che accompagna tutti noi: gli anni del liceo. Un momento di svolta quello dell’esame di maturità, la fine del “domani non entro così non mi interroga” che cede il passo alla responsabilità del “se oggi non seguo i corsi, non supererò mai l’esame”. In qualche modo sancisce la fine di una fase, di un percorso “rassicurante” che lascia spazio alla libertà di poter scegliere cosa fare “da grandi”. Trovare il proprio posto nel mondo, è questo quello di cui è alla ricerca Federico, il protagonista del romanzo. Non tanto “il posto”, o “quel posto”, ma la ricerca della felicità che lo fa sentire vivo nel percorso stesso.

A.M.: Chi è Federico, protagonista di “Io ci voglio credere”?

Francesco Gabriele: Lui è un sognatore, così come i suoi amici Giulia, Alfie, Giorgio e Francesca. Tutti siamo un po’ sognatori in quella fase, e forse proprio per questo motivo un velo di malinconia si impadronisce di noi nel rileggere dei tempi in cui si sognava ad occhi aperti. Perché con gli anni la visione del mondo diventa più disincantata verso tanti aspetti…ma bisognerebbe riuscire a recuperare quell’ingenuità che caratterizza gli anni del liceo. Recuperare quella voglia di credere ancora in qualcosa e non aver paura di raggiungerla, perché non è mai troppo tardi.

A.M.: Cosa rappresenta per te “Io ci voglio credere”?

Francesco Gabriele: “Io ci voglio credere” è stato terapeutico per me. Mi sono rifugiato nella sue pagine e mi ha dato la forza di reagire e provare davvero a vivere la vita che ho sempre sognato. Ho trovato un messaggio nella sue pagine che era nascosto dentro di me, di forte speranza e grande ottimismo…Mi ha reso chiaro che la vita la filtri in base al tuo stato d’animo! Un racconto che rappresenta una preziosa testimonianza di quell’età, senza le pretese di insegnare nulla ma semplicemente nato dalla voglia di condividere i sogni e le emozioni di ragazzi alla vigilia dei loro esami di maturità; scritto “a quell’età”, su “ragazzi di quell’età”. Anche nella confusionaria situazione di precarietà che caratterizza i nostri giorni, è possibile trovare un lato fortemente positivo: ora che non esiste più un mestiere “sicuro”, a maggior ragione vale la pena di provare ad inseguire i propri sogni. D’altronde, per accontentarsi di qualcosa, c’è sempre tempo. E poi, ogni grande uomo, ha cominciato con un sogno…..

A.M.: Come ti sei trovato con la casa editrice Rupe Mutevole?

Francesco Gabriele: Con Rupe Mutevole spero che il nostro rapporto si sviluppi e possa portare vantaggi e soddisfazioni ad entrambi.

A.M.: Hai qualche nuovo progetto per il 2011? Puoi anticiparci qualcosa?

Francesco Gabriele: Progetti…SI! Ma sono molto scaramantico purtroppo. Dopo anni in cui avevo perso ispirazione e motivazioni…finalmente questa esperienza americana mi sta arricchendo di tanti di quegli stimoli che ho ritrovato la voglia di scrivere e soprattutto il bisogno di raccontare una storia. Probabilmente occorre un certo periodo di tempo per metabolizzare certe esperienze, occorre superare delle crisi che ti aiutano poi a capire meglio dove vuoi andare e che certamente rappresentano una ricchezza, e un terreno fertile, da cui attingere verità, idee ed emozioni.

Link recensione “Io ci voglio credere”:

http://oubliettemagazine.com/2011/02/18/%E2%80%9Cio-ci-voglio-credere%E2%80%9D-di-francesco-gabriele-rupe-mutevole-edizioni/

Lascio link utili per visitare il sito della casa editrice e per ordinare il libro.

http://www.rupemutevoleedizioni.com/

http://www.reteimprese.it/rupemutevoleedizioni

http://www.facebook.com/pages/Ufficio-Stampa-Rupe-Mutevole/126491397396993

Alessia Mocci

Responsabile Ufficio Stampa Rupe Mutevole Edizioni

Fonte: Oubliettemagazine

Intervista di Alessia Mocci al giornalista Paolo Pasi ed al suo “Memorie di un sognatore abusivo”

“Memorie di un sognatore abusivo”, edito dalla casa editrice Edizioni Spartaco nella collana Dissensi, autore Paolo Pasi. Il libro si presenta come una metafora del mondo moderno, non siamo nel nostro tempo ma bensì 25 anni avanti, come sottolinea l’autore nell’intervista. Siamo nel 2035 e l’uomo è reso ancora più schiavo, non si ribella ma continua a corrodersi dentro perché le regole di vita mutano sempre più in peggio. Il libro è stato presentato una trentina di volte dalla sua uscita e sta ottenendo numerosi consensi.
Vi invito alla lettura delle parole che con molto gentilezza Paolo Pasi ci ha donato.

A.M.: Paolo Pasi è giornalista, scrittore, chitarrista. Come riesci a conciliare questi tre aspetti della tua vita?

Paolo Pasi: Musica e scrittura si conciliano molto bene tra loro, perché considero le mie canzoni come microstorie che traggono spesso spunto da racconti già pubblicati, o viceversa. La chitarra, poi, è da sempre un’alleata che allevia il peso della quotidianità e mi regala parentesi di autentica libertà, e dunque aiuta anche a liberare le energie creative. Più complicato invece il legame con il lavoro di giornalista televisivo, che invece di energie ne assorbe molte.  Il mio rapporto con l’attuale televisione non è lineare, spesso lo soffro, ma il vantaggio è che posso avere un punto di osservazione privilegiato sulle persone e sulle cosiddette notizie. Tutto ciò che resta ai margini del campo televisivo, rimosso o quasi ignorato, diventa potenziale materiale per i miei racconti e romanzi. Il resoconto di cronaca è una cosa. Immaginare un altro tipo di storia attraverso la lente dell’immaginazione rappresenta l’altra faccia del taccuino.

A.M.: Tra la tua professione di giornalista e quella di scrittore, quale preferisci e perché?

Paolo Pasi: Tra un lavoro, per quanto interessante, e una passione, scelgo decisamente la passione. Scrivere storie è un modo per ritrovare pienamente il contatto con me stesso. Non voglio ridimensionare l’importanza della professione, beninteso. Nonostante siano passati 15 anni, provo ancora passione per il lavoro di giornalista, ma non sempre è possibile scegliersi l’argomento preferito.

A.M.: “Memorie di un sognatore abusivo” è ambientato nel futuro. Ci sai spiegare la scelta dell’anno 2035?

Paolo Pasi: Volevo ambientare la storia in un futuro non troppo lontano ma neppure troppo vicino. Così ho scelto l’anno 2035, con un salto in avanti di 25 anni rispetto al nostro tempo. Qualcuno mi ha fatto notare che il mio precedente romanzo, “L’estate di Bob Marley”, è ambientato nel 1980 ed è uscito nel 2005. Un salto all’indietro di 25 anni. Scherzi del tempo o semplice coincidenza? Non so dire, ma la cosa mi diverte. Devo avere un debole per i quarti di secolo…

A.M.: Dietro all’IVO (Imposta sul Valore Onirico), si nasconde qualche metafora del mondo odierno?

Paolo Pasi: Certamente. I sogni non se la passano molto bene, almeno questa è la mia impressione. Non so neppure se chiamarla metafora, tanto diretti mi sembrano ormai alcuni riferimenti. Pensiamo solo all’enfasi posta sul tema della riduzione delle tasse nelle ultime campagne elettorali.  Nel romanzo ho ipotizzato che la maggioranza dei cittadini accetti la tassa sui sogni in cambio dell’abolizione delle tradizionali imposte. Siamo davvero così lontani da questo scenario in cui i prigionieri fanno a gara per reclamare catene pensando che siano strumenti di liberazione?

A.M.: Pensi ci sia un target circoscritto di lettori per “Memorie di un sognatore abusivo”?

Paolo Pasi: No, non credo ci sia un target circoscritto, anche perché la parola target evoca in me spettri pubblicitari oggi prevalenti: siamo già target, consumatori da orientare nelle scelte e negli stili di vita, cavie fin dall’infanzia. Per questo preferisco cavarmela con un’affermazione forse banale: ho voluto scrivere ciò che sentivo, senza considerare il tipo di pubblico potenziale, e ho affidato al mio romanzo le inquiete memorie di un uomo che vive in una società insonne e tendenzialmente depressa. Dunque mi auguro che la storia arrivi ai sognatori indefessi che non si rassegnano al futuro programmato e amano ancora farsi sorprendere nel sonno.

Vi lascio il link della pagina evento facebook della presentazione del libro “Memorie di un sognatore abusivo”, così da non scordare l’evento:

http://www.facebook.com/?page=1&sk=sent&tid=1224704437404#!/event.php?eid=120267554684290&ref=ts

Fonte: Oubliettemagazine

Categories: Interviste Letterarie Tags:

“Liberty Hotel” di Katia Brentani

“Liberty Hotel”
Non conosco il burlone che ha scelto il nome dell’hotel.
Alcuni sostengono che in realtà fosse nato come albergo a ore e solo in un secondo tempo trasformato in casa di riposo.
Il proprietario, troppo pigro e taccagno non si è scomodato a cambiare l’insegna.
Così la luce al neon illumina le lettere cubitali del Liberty Hotel e una scritta, in basso, malamente illuminata, segnala che si tratta di una casa di riposo.
Sporadicamente qualche turista, un po’ alticcio, tenta di entrare per prenotare una camera.
Cederei volentieri la mia.
Mi chiamo Cosimo e vivo all’albergo della libertà da cinque anni.
Devo ringraziare i miei nipoti, i figli di mia sorella Alma, buonanima.
I ragazzi d’oggi sono irrequieti, attendere che lo zio scapolo morisse richiedeva una dose di pazienza superiore alle loro capacità.
Per accelerare i tempi hanno chiesto l’interdizione. Non sono matto e ho una memoria di ferro, ma soldi distribuiti alle persone giuste e una scenata da parte mia con spintone al medico, che francamente, con il senno di poi, mi risparmierei, hanno decretato la mia condanna.
La villetta a tre piani con giardino insieme alla casa al mare a loro e a me un posto a vita al Liberty Hotel.
Non tocchi con mano la vecchiaia fino a quando non entri in una casa di riposo.
L’odore di stantio, di vecchiume mischiato a quello dei medicinali, del disinfettante e dell’urina alberga in ogni angolo.
Fuori non ti rendi conto di puzzare da “vecchio”, mischiato a giovani dalla pelle ambrata, signore con veletta e bambini al borotalco.
Al Liberty Hotel ogni ruga, ogni bocca sdentata, ogni incespicare ricorda che, come relitti, galleggiamo alla deriva in attesa della signora vestita di nero.
La pazzia, un perenne stato confusionale provvedono benefiche a cancellare pensieri funerei.
Ciondolare su poltrone o sedie impagliate davanti a un televisore perennemente acceso, l’unica attività possibile.
Chi continua a navigare a vista, conscio di trovarsi su una zattera senza terra d’approdo in vista, ha un obiettivo.
Marcello, ex generale, passa il tempo catalogando cartoline che gli inviano da ogni parte del mondo e che rappresentano monumenti ai caduti, caserme, ufficiali in alta uniforme.
Un nipote ha lanciato l’appello via internet, dando l’indirizzo del Liberty Hotel.
Il postino è di casa da noi e ogni mattina non manca di consegnare preziosi reperti che Marcello cataloga su un quaderno con la precisione di un militare, quale è.
Suo figlio, che viene a trovarlo ogni quindici giorni, la domenica pomeriggio, ritira le cartoline e le “conserva” in scatoloni nell’ordine esatto in cui le colloca il padre.
Sospetto che le getti nel primo bidone della spazzatura, appena uscito dalla casa di riposo o le rivenda a qualche collezionista.
Non ho mai esternato i miei sospetti a Marcello con cui scambio opinioni ogni mattina a colazione, e ogni giorno a pranzo e cena.
Non è facile trovare al Liberty Hotel persone in grado di sostenere una conversazione sensata, la demenza senile impera.
Quelli che sono ancora in grado di ragionare perdono a poco a poco la capacità di conversare, come un muscolo, non sollecitato, che si atrofizza.
Per questo io e Marcello ci divertiamo a ripetere date di importanti avvenimenti storici, poesie imparate a scuola o l’ordine delle pietanze del menù della settimana.
Non che sia complicato, in questo ultimo caso.
Vige un menù standard, studiato per mal dentati, dove il riso cotto nel latte regna sovrano.
Se Marcello allena le cellule grigie con le cartoline, Miss Acchiapparella si mantiene in esercizio fisico tentando la fuga.
Il suo vero nome è Gertrude Boldrini, vedova da tempo immemorabile, il suo sogno è raggiungere il cimitero dove è sepolto il marito.
Il soprannome le è stato appioppato da un’infermiera dotata di senso dell’umorismo che purtroppo non lavora più qui.
La nuova infermiera, sfiancata da settimane di tentativi di fuga, la intontisce con pastiglie di sonnifero che la riducono in stato catatonico per qualche giorno.
Miss Acchiapparella però non si arrende  e appena è in grado di reggersi sulle gambe ricomincia la sua missione.
Credo che tutti quelli che vivono al Liberty Hotel comprendano il suo desiderio di fuggire e in qualche modo l’ammirino per il suo spirito indomito.
Purtroppo manca di metodo e nelle grandi imprese il metodo è tutto.
Fuggire dal Liberty Hotel è anche il mio obiettivo. Mi sono arreso all’evidenza, ogni altro passatempo, come leggere, guardare la televisione o fare collezione di francobolli non mi distolgono dalla certezza di essere in questo luogo non per libera scelta, ma per costrizione.
Sono convinto di poter ancora gioire di qualche piacere della vita, non imprese titaniche, ma semplici piaceri come immergere l’amo in un laghetto, camminare in un prato in una giornata di sole, mangiare pane fresco e addormentarmi e svegliarmi all’ora che più mi aggrada.
Così ho elaborato un piano. Al contrario di Miss Acchiapparella reputo che prendere il problema di petto non porti a nessun risultato pratico.
Il “piano di battaglia” è racchiuso dentro la mia testa, l’unico posto sicuro dove non possono rubare nulla.
Al Liberty Hotel il vizio di rubare oggetti di proprietà di altri è consuetudine. Vuoi per poca memoria, vuoi per invidia o per semplice noia.
Sono all’ordine del giorno litigate, che spesso degenerano in graffi e spintoni.
E’ brutto doverlo confessare, ma molto spesso riguardano  donne che si contendono ciabatte, fiori, pettini per capelli.
Di questo mio “piano” non ho parlato neppure con Marcello. Sono stato tentato di farlo molte volte, ma il terrore che le regole ferree che hanno regolato la sua vita lo portino a raccontare tutto alla direzione mi ha fatto desistere.
Lui però è il filo che mi lega all’agognata libertà.
Sono un uomo tranquillo e la direzione da due anni mi ha affidato il compito di distribuire la posta.
Ettore, il postino, è ormai un mio amico. Quando arriva al Liberty Hotel non manca mai di fermarsi a fare due chiacchiere e bere qualcosa.
La casa di riposo si trova ai margini del paese ed è l’ultima consegna prima di smontare dal servizio.
Dopo ore di pedalate in discesa e salita, lungo le stradine strette del paese, Ettore, soprattutto d’estate, gradisce una bibita fresca.
Organizzare una fuga da un luogo come questo non è semplice.
Quando si accorgono che serpeggia agitazione collettiva  usano i calmanti, sotto forma di pastiglie.
Nei giorni di “tempesta”, così li chiamano le infermiere, il mare delle nostre inquietudini viene acquietato da compresse colorate.
In questi anni sono riuscito a mettere da parte una dose consistente di calmante, simulando di ingoiare pastiglie bloccate invece sotto la lingua.
Ormai sono un mago nel fingere.
Oggi però un brivido di eccitazione mi pervade.
Dopo tanta attesa il grande giorno è arrivato. Come Papillon sto per fuggire dalla mia prigione.
Quale occasione migliore?
Cinque nuovi arrivi con parenti al seguito in un solo giorno hanno creato grossi buchi nella maglia di controllo.
Gli affari in compenso vanno a gonfie vele, liberarsi dei parenti anziani è diventata una moda consolidata.
Le infermiere più esperte scodinzolano dietro ai dottori intenti a convincere  parenti, ancora titubanti e con un latente senso di colpa, che i loro congiunti si divertiranno più che a Las Vegas.
Per risultare convincenti hanno rinchiuso Miss Acchiaparella nella sua stanza guardata a vista da una volontaria, una delle tante ragazzine pallide e giudiziose che vengono una volta alla settimana al Liberty Hotel a dare prova del proprio altruismo.
Anche Floriano, alias Fred Astaire, che con minuscoli passetti, gira rasente i muri, è scomparso.
E con lui i catatonici, gli attaccabrighe e chiunque possa rovinare l’effetto cartolina.
E’ rimasta solo qualche vecchietta intenta a lavorare all’uncinetto.
Notare che nei giorni normali è severamente vietato, dopo che Matilde ha piantato l’uncinetto nell’occhio a Palmira.
Il motivo di un gesto così sconsiderato resta ancora un mistero.
L’anziana donna si è sempre rifiutata di fornire spiegazioni.
Alcune piante tropicali fanno bella mostra di sé all’entrata dell’albergo e il bancone della reception brilla come una cadillac nuova di zecca.
In questa realtà virtuale, dove sembrano scomparsi anche gli odori sgradevoli, coperti da un intenso profumo di rose, siedo tranquillo su una poltrona che mi permette di osservare il passaggio del direttore con i parenti al seguito.
Si sposteranno nell’ala dormitorio, dove all’occorrenza, sarà illustrato il funzionamento dell’aria condizionata che in realtà non viene mai usata.
Il direttore si allontana insieme ai parenti che lo seguono come gli anatroccoli accodati a mamma oca.
Dietro il bancone della reception c’è un’infermiera nuova, scelta per il suo piacevole aspetto, al posto di Lucinda detta il Sergente.
Non sa come comportarsi, si nota che è nervosa e mi lancia fugaci sorrisi che ricambio con sguardo innocente.
Ettore fra cinque minuti spunterà da dietro la curva,  puntuale come un cronometro svizzero.
Eccolo infatti pedalare allegro.
“Ettore il postino” comunico all’infermiera dietro al bancone che sollecita apre la porta.
Nello stesso istante Marcello, il generale, arriva con l’aria stravolta.
“Qualcuno ha rubato le mie cartoline” comunica con un tono di voce che si usa quando muore un parente.
“Forse non ha cercato attentamente” azzarda l’infermiera bionda che da vicino è proprio carina.
“Venga a controllare lei stessa” il tono di Marcello è perentorio.
L’infermiera lo segue venendo meno al principio di non lasciare mai la reception sguarnita.
Una mossa da pivella.
Guardo il postino e mi accorgo che non è Ettore.
E’ un giovane snello, dalla faccia simpatica e la barba rada.
Valuto l’ipotesi di rimandare il piano, ma quando capiterà di nuovo un’occasione così propizia?
Gli sorrido, amichevole.
“Le va qualcosa da bere?” chiedo, notando le goccioline di sudore sulla sua fronte.
“Qualcosa di fresco la berrei volentieri “ ammette.
Mi avvicino al piccolo frigo bar posizionato dietro il bancone dove le infermiere tengono le bibite.
Scelgo tè alla pesca e faccio scivolare alcune pastiglie di calmante.
L’effetto sarà immediato, l’ho sperimentato di persona.
Quando rialzo la testa Lucinda, il Sergente, mi osserva ironica.
“Cosimo, ci risiamo?” domanda, prendendo il bicchiere di tè dalle mie mani.
Versa il contenuto in una delle piante tropicali che ornano l’atrio.
Quale effetto produrrà il calmante sulla pianta? Dormirà, avvertirà un senso di torpore? Le sue foglie ingialliranno?
Assurdi interrogativi, mentre la confusione alberga nella mia mente.
Lucinda il Sergente mezz’ora prima seguiva i dottori e i parenti dei nuovi degenti come i Re Magi la Stella Cometa.
Cosa fa qui? Penso irritato.
Il giovane postino mi osserva perplesso.
“E’ un vecchietto molto simpatico il nostro Cosimo” sentenzia Lucinda prendendomi a braccetto “peccato che ogni tanto tenti la fuga”
“Fuga?” le fa il verso il postino, sorpreso.
Lucinda annuisce.
“Tre anni fa il postino era Ettore, un gioviale signore a cui mancava un anno di servizio per andare in pensione” spiega, continuando a lanciarmi occhiate guardinghe “il nostro Cosimo scambiava sempre qualche parola con lui, si trovava con noi già da due anni ed era così tranquillo che svolgeva piccole incombenze, come distribuire la posta”.
“Poi cosa è successo? “ chiede il postino, curioso.
Lucinda aumenta la stretta attorno al mio braccio.
“E’ successo che questo signore dall’aria innocente ha sciolto del calmante nel tè, Ettore l’ha bevuto e si è addormentato e lui gli ha sfilato la giacca e la borsa a tracolla, l’abbiamo riacciuffato mentre tentava di salire su un treno”.
Il panico mi assale, tento di divincolarmi ma la morsa di Lucinda è ferrea.
Tre anni? Come è possibile.
Ho già provato a fuggire e il piano è fallito miseramente?
Il postino mi studia, con aria sospettosa.
“Perché se ha fallito ci ha riprovato nello stesso modo?” chiede, meravigliato.
Lucinda, Il Sergente, mi sorride magnanima.
“Perché non lo ricorda, soffre di vuoti di memoria”.
Vuoti di memoria? La rabbia mi invade, posso recitare il primo canto della Divina Commedia senza difficoltà.
“Il paradosso” confessa Lucinda “è che a parte queste dimenticanze improvvise, la sua memoria è superlativa” il tono della sua voce è amareggiato.
Ho una fans e non me ne sono mai accorto?
“E questa è la prima volta che tenta di scappare, dopo la fuga quasi riuscita?” dal tono di voce del postino comprendo che si sta appassionando alla vicenda.
“La seconda” puntualizza Lucinda “ha provato un anno fa”.
Alle parole di Lucinda sento le lacrime pungermi gli occhi. Sono solo un povero disperato come Miss Acchiapparella.
“Ma non è pericoloso” si affretta a precisare Lucinda “basta non bere il tè”.
Il postino ride, si aggiusta meglio la tracolla sulla spalla e mi fa ciao ciao con la mano, come a un bambino birichino.
“Ci vediamo domani alla solita ora” promette e mentre esce dal Liberty Hotel scuote la testa.
Avrà un aneddoto gustoso da raccontare ai colleghi.
“Vieni, Cosimo”
Lucinda paziente mi accompagna in camera.
Il groppo alla gola è ancora lì, non va né su né già, ma il momento peggiore è passato.
Ragionandoci sopra non ricordare è un vantaggio.
Crederò ancora possibile un sogno impossibile: fuggire dal Liberty Hotel.

Fonte: Oubliettemagazine

 

Categories: Lectio Tags:

Pittura di storia e d’Oriente, Gerôme al Thyssen-Bornemisza a Madrid

Inaugura a Madrid la prima importante monografica dedicata a Jean-León Gerôme in Spagna (1824-1904), curata da Édouard Papet, che promette di rivelarsi un altro successo del Museo Thyssen Bornemisza. Si tratta di una versione riadattata e, in parte, ridotta della esposizione del Musée d’Orsay, tenutasi nel 2010.
Il percorso, diviso al contempo per temi e momenti cronologici, offre una prospettiva completa dell’opera del pittore francese erede di Ingres e Delaroche, e, quel che piú conta, una molteplicitá di spunti per approfondimenti successivi. Quest’artista, che difese l’Accademia a scapito dell’Impressionismo, si dedicó alla realizzazione di opere di soggetto storico o mitologico, con una rifinitura stilistica che rasenta la perfezione e la resa fotografica; purtroppo rischió di cadere nell’oblio alla fine del secolo diciannovesimo, e la sua figura fu riabilitata solo dalle mostre dedicategli negli anni Settanta in Francia e negli USA.
Colpisce, nella prima sezione della mostra, dedicata agli anni di formazione, l’opera Recuerdos de Italia, (1849), che propone il tema del lavoro nei campi, trattato con una delicatezza e un ricordo classico, percepibile nella figura del bambino nella braccia della madre, che evoca un putto greco. A questa tela seguono esposti alcuni ritratti che mostrano le doti del pittore e la sua capacitá di introspezione psicologica.
É la seconda sezione della mostra che ci offre uno dei primi capolavori, la Pelea de los Gallos, dove la estrema sensualitá delle figure si manifesta in una estetica neogreca. Apprezzabile è anche il naturalismo con cui viene raffigurata la lotta tra i due galli, osservati dai due giovani.
La terza sezione è dedicata a uno dei temi piú affascinanti nella produzione artistica di Gerome, l’Oriente, sognato, immaginato, ritratto, con i suoi colori caldi e le atmosfere esotiche. È cosí che El bardo negro, (1888) mediante la sua qualitá quasi fotografica, ci offre un forte contrasto cromatico che evidenza la profonditá dello sguardo del soggetto, circondato da elementi arabeggianti, come tappeti e azulejos.
Semplicemente ipnotica è la Mujer circassiana con velo, un capolavoro per ricchezza estetica e documentale, come anche el Vendedor de alfombras en El Cairo.

Come pittore di storia fu apprezzato e stimato; sua peculiaritá è la tendenza al racconto aneddottico e, nello specifico, alla rappresentazione dell’istante immediatamente successivo al titolo proposto per l’opera. Il suo talento si lascia ammirare in Pollice verso, (1872), ove accompagna l’azione il sapiente uso di prospettive di carattere fotografico e ove le luci sono condotte a evidenziare la narrazione, come anche ne La última oración de los martires cristianos, (1863). Straordinario è il Golgota (1867) dove l’azione è suggerita dalle ombre in primo piano delle tre croci, mentre il corteo romano si allontana.
Le immagini proposte da Gerôme, tanto quelle archeologiche, quanto quelle anelanti all’Oriente, pretendono di essere reali, e sono risultato dei suoi ripetuti viaggi in Siria, Palestina, Egitto; inoltre furono capaci di diventare parte di una cultura popolare che se ne nutrí, un mondo immaginario che necessita un corrispettivo estetico offerto dall’artista. Alcune delle sue scene furono addirittura prese a modello per creare corrispondenti cinematografici in Italia e a Hollywood nei primi decenni del Novecento.

L’ultima sezione offre uno spaccato del rapporto tra scultura e pittura nella produzione di Gerôme, che creó busti o vere e proprie sculture polimateriche realizzati in bronzo, cristallo e porcellana, come il Busto de Belona (1892) o Tanagra; il suo desiderio era ricreare la policromia delle opere antiche. Colpisce l’opera pittorica Pigmalione e Galatea, che si ispira al mito di Pigmalione, che, innamoratosi della perfezione di una statua che chiamó Galatea, ottenne che Afrodite, che ascoltó le sue suppliche, la trasformasse in una vera donna. L’opera rappresenta proprio questo momento di metamorfosi, quando il bianco candore del marmo si trasforma nella carne rosata della fanciulla.
La mostra sa appagare l’occhio dello spettatore con i colori e le narrazioni di questo grande del panorama artistico francese e non nasconde la sua natura problematica, lasciando aperti tanti interrogativi e proposte interpretative, che si muovono verso il cinema o la fotografia.

Jean-León Gerôme
Museo Thyssen-Bornemisza, Madrid
15 febbraio 2011- 22 maggio 2011

Fonte: Noisymag

 

Art into Fashion, Roberto Capucci al Philadelphia Museum of Art

Opere d’ arte modellate attorno al corpo nella sperimentazione di forme, colori ed effetti tridimensionali: così potremmo definire le creazioni di Roberto Capucci che dal 16 Marzo fino al 5 Giugno saranno esposte al Philadelphia Museum of Art nella mostra “Art into Fashion: Roberto Capucci” realizzata in collaborazione con Fondazione Roberto Capucci.
Un piccolo prodigio della moda, nato nel 1930, a soli 20 anni apre il suo atelier a Roma e a 26 ebbe l’onore di essere definito da Christian Dior, in un intervista per Vogue ”il migliore creatore della moda italiana”. La sua si rivela ben presto una moda che va oltre i confini del termine stesso, che non segue le regole classiche ma che origina forme e modelli come vere e proprie opere dell’ ingegno artistico del designer. Caratteristica che lo porterà negli anni ’80 a slegarsi definitivamente dalle istituzioni della moda, dedicandosi ad una sola collezione di alta moda all’ anno.
Le creazioni di Capucci sono state spesso definite abiti-scultura poichè molto strutturate quasi come delle piccole architetture: forme ben definite spesso grazie a strutture interne o tessuti irrigiditi, che ripensano le proporzioni del corpo, si impongono nello spazio e colpiscono per i colori brillanti. Abiti che sono principalmente materici, dove il tessuto è plasmato dalle mani del creativo con plissettature, arricciature, volant, inserti, tagli geometrici ma anche organici che fanno venire voglia di toccarli. Un forte interesse per il colore che è protagonista con le sue tinte più brillanti, con accostamenti interessanti, effetti cangianti e degradè per abiti che assomigliano più a costumi teatrali di creature uscite da un sogno o da una fiaba proiettata nel futuro che ad abiti portabili, ma che lo sono stati per molte celebrità dell’ alta società italiana ma anche straniera.

Circa 80 gli abiti in mostra a Philadelphia oltre a schizzi e disegni originali per la prima mostra antologica dello stilista negli Stati Uniti, dopo numerose esposizioni di singoli pezzi o collettive nelle principali città americane. «In questa mostra di Philadelphia la curatrice Dilys Blum» dice Roberto Capucci «ha saputo mettere in scena la ragnatela magica ed eclettica che contraddistingue il mio percorso di lavoro, il mio amore per la provocazione e la mia idea di creatività sono un’esperienza sensoriale completa ed emozionale che trasforma e fonde l’arte, la bellezza, il colore, la musica e la natura per suscitare un impatto, sovrapponendo un universo cromatico dirompente su tessuti preziosissimi, o utilizzando materiali sperimentali e avant-garde».

Interessante questo video  dietro le quinte dell’ allestimento della mostra che può dare un’  idea sull’organizzazione e il lavoro che si cela dietro un’ esposizione di oggetti così delicati e preziosi quali sono gli abiti di un grande artista.

Fonte: Noisymag