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Archive for March 12, 2011

“Gli occhi di Caravaggio” al Diocesano di Milano

Vittorio Sgarbi è tornato! Si è aperta ieri 11 Marzo la mostra “Gli occhi di Caravaggio” presso il Museo Diocesano di Milano e curata proprio dall’illustre critico d’arte “cacciato” dal Sindaco Moratti due anni fa.
Un percorso artistico affascinante e imprevisto in cui Michelangelo Merisi è messo “a confronto” con i suoi conterranei e dai quali ha contratto molti e significativi debiti prima della sua partenza per Roma. L’esposizione vuole mettere in luce la fase giovanile del pittore e sottolineare come anche un genio dell’arte abbia per tutta la sua carriera mantenuto influenze e conoscenze vissute ed elaborate durante i primi anni di apprendistato.
60 opere e tre capolavori caravaggeschi costituiscono il cuore della mostra, da Simone Peterzano (suo primo maestro) ai fratelli cremonesi Vincenzo e Antonio Campi, passando per Giovanni Ambrogio Figino e Giorgione: il Merisi vide e assorbì i volumi, gli effetti chiaroscurali e la plasticità dei corpi di tutti questi illustri rappresentanti della pittura lombardo-veneta che gravitarono intorno a lui.
Il Nostro rimase per quattro anni nella bottega di Simone Peterzano, dove apprese quella pittura fedele al vero e legata al concetto di decoro promossa da Carlo Borromeo nel periodo della Controriforma. Studiò ed esaminò i precetti della pittura leonardesca -quasi in contemplazione- nel Refettorio di Santa Maria delle Grazie di fronte all’Ultima Cena, vide gli affreschi eseguiti dai Campi nelle chiese milanesi, soffermandosi sulle sperimentazioni luministiche di Antonio Campi. Attenzione al mondo naturale e alla realtà della vita quotidiana furono, invece, gli influssi derivanti da pittori quali Alessandro Bonvicino, detto il Moretto da Brescia, Giovan Battista Moroni e Giovanni Girolamo Savoldo, quest’ultimo fondamentale nel ruolo di intermediario tra Venezia e Lombardia, tra Giorgione e Caravaggio. Un possibile soggiorno a Venezia permise poi a Caravaggio di ammirare gli esiti del tonalismo di Tiziano e dello stesso Giorgione.
Dei tre capolavori presenti in mostra il primo (dal punto di vista cronologico) è “Riposo durante la fuga in Egitto” del 1595 ca. – definito un “quadro di stanza” ed eseguito secondo Giulio Mancini per Monsignor Fantin Petrignani – è totalmente calato in un’atmosfera soave e il tema della fuga è raccontato in maniera affettuosa (vedi la Vergine quasi assopita con il Figlio stretto a sé): in questo Caravaggio risente degli echi della pittura di Lorenzo Lotto e del Savoldo (lo stesso Sgarbi nel catagolo della mostra “Natura e Maniera tra Tiziano e Caravaggio” definisce questo quadro “totalmente savoldesco”). L’attenzione al vero e il rigoroso naturalismo si identificano, invece, nella lettura dell’arte leonardesca.

“Testa di Medusa” del 1596-1598 vede nell’espressione stravolta del viso lo studio delle reazioni umane e delle cause determinanti che furono alla base dei “moti dell’animo” di Leonardo. Orrore e sgomento derivanti anche dal movimento caotico e disordinato dei serpenti sul capo e dalla particolare costruzioni delle diagonali: la testa è leggermente inclinata verso la nostra destra, gli occhi sbarrati guardano alla nostra sinistra e in basso, mentre la bocca aperta ha il mento lievemente protratto verso la destra, questa sorta di mancato “ordine” accresce in noi il senso di angoscia e drammaticità della testa mozzata.
Nella “Flagellazione di Cristo” (1607-1610) – emblema della sofferenza umana in cui la luce sembra emanare dal corpo del redentore – la critica ha riscontrato la ripresa di un modello tizianesco. Elegante, quasi danzante la postura di Cristo, in antitesi con le movenze statiche e rigide degli aguzzini.

Sebbene abbia viaggiato in lungo e in largo e appreso molto, ciò che rimase indelebile nella sua pittura furono gli sguardi, le osservazioni e le analisi delle opere ammirate nelle chiese e negli studi della Milano di fine ’500. E ciò che risulta quasi magico e fuori dal tempo è che una volta usciti dall’esposizione noi stessi potremmo varcare la soglia di quelle chiese e contemplare i dipinti e le pale d’altare che tanto influenzarono il Caravaggio.
Nella sezione del sito “La Milano del Caravaggio” troverete tutti i riferimenti per un itinerario dei luoghi visti dagli occhi del Merisi.

“Gli occhi di Caravaggio”  11.03-03.07.2011
Museo Diocesano – Corso di Porta Ticinese, 95 Milano
http://www.occhidicaravaggio.it

Fonte: Noisymag

 

Due domande alla poetica di Carina Spurio

Iniziamo con una poesia che voglio inserire in Oubliette dal titolo “Passione”. La poesia è inedita e fa parte della mia nuova raccolta di poesie “Sporca Chimera”.

“Passione”

In un giorno che non ricordo

il tempo venne a svestire

i minuti dell’attesa

e il buio della notte

nascose nel mantello degli attimi

il colore della passione,

di me e di te raccontai

ad una parola scura

incisa sul foglio del fato,

imbevuta di rassegnazione

e di ipotetici futuri

legata al filo degli istanti

come un anello che stringeva

i polsi dello spettro

della mia solitudine

in cui pezzi d’amore

si masturbavano sulle gambe

delle pallide nuvole,

ed io, con i mano i miei giorni

seduta sul ciglio del mondo

inseguivo un sogno

appeso ad un triangolo di stella

che punteggiava un aborto d’amore,

così, ti celai nel mio fiato

per non lasciarti andare

e tutto ciò che non volevo scrissi,

inghiottendoti per pochi istanti

in fondo ai miei ultimi respiri

ancora aggrappata ai tuoi fianchi

ed alla vita che si faceva carne,

mentre impastavo la sabbia dei giorni

in attesa di chiedere a dio, perché!

 

Tratta da “Sporca Chimera”

Premio Fortunato Pasqualino Butera (CL)

Si continua con due domande che mi hanno particolarmente colpito ed alle quale mi sono divertita nel rispondere:

C’è più menzogna o più verità, in una poesia? (domanda tratta da: Intervista a Carina Spurio di Simone Gambacorta)

C.S.: La poesia è in grado di mettere l’autore in relazione alla profondità del suo essere, pertanto si è portati a pensare che essa esprima la verità. Di tale asserzione, non sono assolutamente convinta. La lirica, si sa, trae origine da intense percezioni soggettive, alle quali unisce l’esigenza della libertà creatrice coerente alle sue ossessive patologie, nel luogo in cui il pensiero si condensa in un’altra forma e tocca i territori della finitudine e del nulla. Questo per dire che nell’altro lato del sé, luogo praticamente inesplorato, possono tranquillamente giocare suggestioni, fascinazioni e un “sentire” del tutto personali. Ma chi ama la poesia sa che è necessario viverla entrando e uscendo dal suo ritmo, rispettando il suo canto, seguendo il suo percorso. E il poeta che vive il presente sa di essere estraneo al suo tempo ma non sa da dove nasce e muore il canto né, se il suo viaggio avrà mai un termine.

Leggendo diverse recensioni sulla tua nuova raccolta di poesie, ho notato una parola associata al tuo versificare che si ripete: “urgenza”. Sapresti darmi una spiegazione? E’ la chiave di lettura per le tue opere?
(domanda tratta da: Intervista a Carina Spurio di Alessia Mocci)

C.S.: “Urgenza”, la parola ricorrentemente associata al mio versificare è “una” delle tante definizioni contenute nella forza tentacolare che assale il poeta e si insinua in ogni angolo del pensare e del vivere. Per questo, penso che il termine “urgenza” non sia l’unica parola-chiave per le mie opere, malgrado scrivere spesso sia una “necessità”. “Necessità” non intende cedere, non può farlo: ne + cedere. “Notwendigkeit” (ciò che non potrebbe essere altrimenti) avrebbe detto Kant se fosse stato in vita. Eppure, non fui preda del fascino di questa inflessibile dea all’inizio. Il mio verso, come hai ben scritto, esplose dal piacere, affidato ad “un lucido e circolare procedere”. La mia prima Poesia nacque dall’ “assenza”, dall’attimo in cui la consequenzialità della sillabe si arrese al gesto mosso dalla privazione. Senza quel vuoto dentro non avrei potuto catturare quel fiato sinistro in cerca di uno spazio. Versai: “Cosa ho se non ti ho?” (da “Noi”). Un verso, una domanda! Avevo racchiuso un istante in un grumo che perse calore prima della finitura. Da quel giorno Poesia fu comunicazione dei sensi, per non costringerli al silenzio affinché il binomio “io/tu” potesse diventare “noi”. Oggi so che Poesia non è una formula. Piu’ che un profitto è una perdita e non si avvale di strumenti logici. Ci sono giorni in cui ancora mi tenta, soprattutto quando proviene dall’immobilità, dal vuoto di me, dalla gioia e dal dolore altrui e come una spettatrice decide di testimoniare. Continua a resistere sgorgando dalla mia mano, mentre labbra serrate conservano il senso deglutito nelle tenebre. “Senza il completo estraniamento dalla realtà” la imprimo nel candido niente, invaso da pericolosi enjambements, innocui come una farsa teatrale e adagiati come le bugie automatiche sul mio fiato e resto a “guardarla” come un atto d’amore che non merita i miei brividi.

Carina Spurio è nata a Teramo. Si è diplomata all’Istituto Magistrale Giannina Milli di Teramo. Ha scritto e pubblicato cinque raccolte poetiche: Il Sapore dell’estasi 2005 Edizioni Kimerik riproposto in edizione aggiornata nel 2006, Lacca di Garanza 2007 Ed. Il filo s.r.l Roma. Tra Morfeo e vecchi miti 2008 Ed. Nicola Calabria Editore. Narciso Evoè Edizioni 2009. Le sue poesie sono state pubblicate in 38 Antologie Poetiche. Due sue Antologie Poetiche sono testo scolastico: Antologia “I Nuovi Poeti Italiani”. 2007 e “Conoscere la Metrica” attraverso i Poeti Classici Contemporanei. 2008, entrambe edite da Vincenzo Grasso Editore. Una sua poesia è stata pubblicata sul mensile Internazionale di cultura poetica “Poesia” di Crocetti editore. Di recente una sua minisilloge è stata pubblicata su “La Clessidra” semestrale di cultura letteraia Joker Edizioni. Collabora con: “Hermes” Periodico Mensile Di Informazione e Cultura, “Buono e Bello” tracciati di cultura, tradizione e società, “Notizie Donna” Editoriale della Provincia di Teramo, “L’Unico” quotidiano web di Roma, “Il ReteGiornale”, “Teramani.net”, “ePress” il portale della scrittura creativa on-line, “L’estroVerso”, informazione, attualità e cultura, Catania, “Gente & Piazza” mensile, Lanciano (Ch), “Piazza Grande”, Teramo, “Il mascalzone.it” San Benedetto del Tronto, “Il capoluogo.it” L’Aquila, “Osservatorio Letterario” Ferrara e l’Altrove, “Portalemarche.eu”, “Marche Cultura”,“oubliettemagazine.com”.

Fonte: Oubliettemagazine

 

“Specchio-Mirror” di Beatrice Bressan, recensione di Marzia Carocci

Beatrice Bressan “Specchio- Mirror”

Loreleo Editions

Il libro è una silloge di poesie scritte in italiano e tradotte in lingua francese.

La poesia di Beatrice Bressan è la voce imponente del suo cuore e delle sue verità.

Il viaggio della sua vita terrena diventa immagine e voce per il lettore che sa vedere nell’introspezione umana.

Ella ci condurrà nei sentieri della sua anima, nelle nicchie più nascoste, donandoci a cuore aperto le proprie emozioni fatte di gioie e dolori, di sofferenze e privazioni, di canti e di pianti.

La poetessa scava nella propria identità, scava fino a trovare i nodi dei suoi dubbi, delle sue paure, delle incertezze umane, quasi una confessione a se stessa e a chi ascolta la sua parola.

Solo scarnificando la propria anima, il proprio spirito,Beatrice Bresson raggiunge la conoscenza e prende in considerazione la traccia che la propria vita le ha segnato.

Un viaggio interiore, un sapersi ascoltare riuscendo con un verbo sapientemente espresso a condividere con gli altri quell’emozione che a volte fa male, ma che proprio per questo ci insegna a vedere oltre.

Dei suoi versi ne fa canto poetico,evocazione,confessione,e come la fenice, ella sa risorgere ancora più forte e più decisa.

La sua parola diventa emozione, quell’emozione che potente come il vento scoprirà una donna consapevole di avere vissuto una vita che non le ha nascosto niente, né il bene né il male.

Sorrisi e lacrime saranno cimeli nella lettura che la sua poesia sa produrre,sorrisi nei ricordi e lacrime che versate lasceranno spazio a ricordi vissuti, nostalgici e andati,ma sempre pronti a farsi cullare e accarezzare al solo rileggerli.

“La sabbia rubino

spegneva

pensieri

gelati

Le pietre perlate

lapidavano

occhi aperti

al terrore”

Written by Marzia Carocci

Fonte: Oubliettemagazine

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Uomo Primitivo (parte I)

 

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Che l’uomo del nostro remoto passato coprisse il suo corpo con indumenti rudimentali è una certezza riscontrata nei numerosi reperti archeologici ritrovati finora dagli studiosi esperti di archeologia antropologica, ma la mancanza di testimonianze tangibili e soprattutto tastabili con mano hanno reso particolarmente difficile la ricostruzione sistematica dell’abbigliamento primitivo, spesso identificata da vere supposizioni e laute ipotesi formulate tramite raffigurazioni evidenti di vario genere.

Ragion per cui studiarne la vera storia diventa alquanto difficile, se non attraverso tali forme d’espressione. In effetti, a differenza degli stessi manufatti ritrovati nei periodi primitivi dell’umanità, il vestiario antico è stato soggetto a facile deperimento, tranne in alcuni casi di eccezionale conservazione. Le uniche vere fonti autorevoli su cui poter attingere le informazioni storiche inerenti il costume tipico del periodo preistorico è mediante l’arte figurativa rupestre e, successivamente, la rappresentazione di testi scritti, ovviamente di inverosimile documentazione databile nei periodi più antichi della preistoria. E’ da considerare infatti che la scarsa conoscenza di nozioni sugli sviluppi culturali prima della tarda età del bronzo e dell’inizio dell’età del ferro è pressoché infruttuosa al fine di determinarne una classificazione dettagliata. Infatti da numerosi scavi effettuati si possono datare oggetti e resti fossili risalenti al Paleolitico (da circa 2,5 milioni a 11-10 mila anni fa), ma nessun riferimento attendibile che possa dimostrare con certezza l’utilizzo di indumenti da parte degli ominidi di quel periodo.

Il ritrovamento di alcune statuette propiziatorie in avorio, tra le prime quella della “Venere di Lespugue”, ritraente una donna nuda nelle classiche pose paleolitiche e succintamente vestita con tessuto di fibre elicoidali sfilacciate sul fondo, datata 25.000 a.C., inoltre di pitture parietali del  Paleolitico Medio-Superiore e di alcuni utensili di pietra, sovente di selce, realizzati con la tecnica della scheggiatura (o pietra scheggiata) rinvenute nel periodo Magdaleniano (18.000 a.C.) e usati per raschiare, scarnificare, tagliare, fanno supporre la presenza di un vestiario usato come copertura corporea, probabilmente pelli di animali selvatici, forse renne, che venivano rudimentalmente conciate con appositi strumenti realizzati manualmente. L’uso del pellame primitivamente conciato non era soltanto un metodo di difesa dalle pressanti intemperie a cui si era fortemente soggetti, ma assumeva un significato prettamente simbolico  propiziatorio, quando indossarlo equivaleva a identificarsi con la tipologia della specie specifica dimostrando la propria forza e il valore per averlo ucciso.

Probabilmente l’introduzione della pelle, usato come indumento per coprire il proprio corpo, potrebbe addirittura assumere un primordiale senso del pudore, anche se l’uomo nudo percepiva la propria diversità in rapporto alla consuetudine e quindi tendeva a conformarsi al gruppo pur di non essere emarginato.

 

a cura di Marius Creati