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Archive for March, 2011

Prefazione introduttiva alla Civiltà Mesopotamica

L’origine della civiltà conosciuta risiede nei luoghi dell’Asia Minore e del Mediterraneo orientale, due ampi territori nei quali presero vita, destrezza e abilità le popolazioni antiche dai primordi delle colture primitive,  successivamente tramandate ai popoli meno progrediti dell’Occidente e del Settentrione.

Nel mondo antico esistevano tre grandi civiltà principali: Mesopotamica, Egizia e Cretese, emerse verso la fine del IV millennio a.C. e sviluppate contemporaneamente.

Mentre nei paraggi del delta del Nilo si formava la prima dinastia dei faraoni, in una regione meridionale in prossimità del Golfo Persico sorgeva la remota civiltà sumerica, le cui origini sono radicate nei periodi della preistoria,  che divenne nel corso dei secoli un excursus di popoli dalle diverse etnie, amalgamate tra loro, originanti civiltà più articolate e rimarchevoli, nonostante le caratteristiche peculiari conservate nel perdurare del tempo.

I principali popoli della Mesopotamia governarono con giustizia e diplomazia, un notevole pregio avveniristico per le antiche culture antecedenti alla nascita di Gesù Cristo, dai quali abbiamo tramandato gli elementi fondamentali della letteratura, delle arti e della scienza. Basti ricordare la codificazione delle leggi per la regolamentazione della vita comune, teorie che influenzarono profondamente le successive civiltà settentrionali, quella greca, etrusca e romana. Furono i popoli mesopotamici ad essere artefici dei principi rudimentali della matematica, della fisica e della filosofia, ad essere fautori delle prime teorie sull’astronomia e la medicina, nonché a introdurre i primi concetti fondamentali della scienza dei miti, ossia la mitologia.

La mancanza di pietra e legno intensificarono l’uso dell’argilla nella realizzazione dei mattoni, fattore determinante causante l’ampio deterioramento delle costruzioni mediante l’azione degli agenti atmosferici e dei terribili saccheggi ai quali furono sottoposte durante il corso dell’evoluzione della storia nei millenni. L’invenzione della volta, successivamente presa in considerazione dalla civiltà etrusca, è attribuita anch’essa alla civiltà sumerica.

Le città sorgevano intorno ai palazzi reali, grandiosi edifici monumento edificati con mura e torri merlate, ampiamente sviluppate in larghezza e adornate con imponenti statue colossali, a sua volta sovrastati dalle ziqqurat, altissimi templi a torre edificati a piani sovrapposti e muniti di giardini pensili, un esempio la biblica torre di Babele.

L’arte mesopotamica assume la caratteristica della poeticità del sentimento, della realizzazione naturalistica in cui spiccano un verismo altamente espressivo e un senso del colore vivace e armonioso. Essa è fastosa, suggestiva, originale e del resto si rispecchia nelle arti minori e nei costumi dell’epoca.

a cura di Marius Creati

 

Aforisma di Albert Einstein

“Non ho particolari talenti, sono solo appassionatamente curioso”

“Il sole sorgerà ancora” – prefazione di Marzia Carocci

March 31, 2011 2 comments

Graziano Sia, pubblica un libro che ci riporta al doloroso “movimento” dell’emigrazione.
Famiglie divise, nuclei sradicati da terre martoriate, padri divisi da madri, da figli, dalla propria origine. Viaggi estenuanti con valige di cartone, in paesi stranieri, freddi, senza radici e sicurezze in un brusio di voci che non è la tua lingua, la tua gente, la tua vita. L’emigrazione: a volte la sola possibilità di sopravvivenza, viaggi della speranza, in luoghi dove il sogno della propria terra scalda come quel sole lasciato, quel sole che intiepidisce le zolle e profuma l’aria di buono, di amore, di famiglia.
I racconti che arricchiscono il libro di verità sentita,sono immagini che si aprono ai nostri occhi rendendo l’immaginato quasi reale. La modalità descrittiva dell’autore ci fa “vedere” i personaggi e ce li fa conoscere con i propri disagi, le paure, le lacrime e la nostalgia che è sovrana fra le righe. Il canto della speranza è musica in sottofondo, la speranza del ritorno alla terra dove spesso, per molti è rimasta solo un’utopia. La scrittura di Graziano Sia è una simbiosi fra descrizione e poesia,  alcuni passaggi, sono vere e proprie liriche, che arricchiscono ulteriormente l’idea che l’autore vuole dare.
Aneddoti di vita vera,comune ai tanti emigranti,racconti che sono piccoli capolavori con una capacità di sintesi non indifferente, dove l’autore riesce a rappresentare le sensazioni,i caratteri,persino la fisicità dei personaggi che hanno camminato nella sua vita,regalandoci uno spaccato ben delineato e narrato in modo estremamente visivo. Da segnalare il toccante racconto “i nonni paterni”, una storia che è continuità d’amore,dedizione,ricordo;una storia dove anche il lettore si sentirà piccolo di fronte alla grandezza, al valore e al senso che il racconto ci propone. “Spesso li trovavo seduti davanti al camino, mano nella mano…si amavano perdutamente, nonostante gli anni(…). Un amore forte,  che né la guerra, né l’emigrazione, né fatiche ed ostacoli hanno scalfito;un amore che è maestro di vita, impreziosito dagli anni, fortificato dal tempo e dagli eventi,dove il sentimento é la condivisione di tutto; nel bene e nel male.
Graziano Sia, ha saputo tessere con abilità, sensibilità e intelligenza, quelli che sono i valori della bella e brava gente,quella stessa gente che ha il cuore in mezzo al petto, un cuore che è amore per la famiglia, per la propria terra e quindi le proprie amate origini. Racconti che sono la traccia di un tempo,un tempo che ancora è presente e che non dovremmo mai dimenticare. Basta guardarsi attorno,non ci saranno più, forse le valige di cartone,ma tanti volti stranieri, uomini e donne lontano dalle loro origini e dalla loro terra; gente che sogna e che spera ancora di ritornare da dove sono venuti.
Written by Marzia Carocci
apollinaire.mc@libero.it

Fonte: Oubliettemagazine

 

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David Lachapelle, malvagio fotografo del ventunesimo secolo

David Lachapelle, nato lʼ11 Marzo del 1963, fotografo delle star, da Michael Jackson a Naomi Campbell, e videomaker pop, David Lachapelle si è aggiudicato lʼetichetta de “il più geniale fotografo di tutti i tempi”.
Il suo libro Hotel LaChapelle è stato il libro fotografico più venduto al mondo. Le sue opere sono ormai valutate centinaia di migliaia di dollari. Fece successo grazie ad Andy Warhol, il quale gli commissionò i primi lavori.
Gesti stereotipati, mimiche facciali apatiche, ma contestualizzazioni forti, come vere e proprie critiche di una parte della società che tende sempre più verso lʼesteriorità.
Contesti, quelli che crea, saturi di elementi che circondando lʼanimale-uomo, che sempre compra, che sempre si circonda di oggetti dalla dubbia importanza, che poco si rende conto dellʼambiente surreale che lo circonda, rendendolo schiavo dellʼhorror vacui.
Rappresentazioni dellʼessere umano tendenti alla plastica, come dei perfetti manichini inseriti in contesti importanti, passati, storici, biblici ma attualizzati e volutamente superficiali e kitsch, poiché superficiale è lʼambiente che lʼindividuo di quel ceto va a creare intorno a sé. Eʼ questo ciò che LaChapelle, surrealisticamente, mostra nelle sue opere fotografiche. Il perfetto connubio tra fotografia glamour e fotografia artistica, tra critica sociale e psicologica, tra satira e humor.
David Lachapelle, un abile maestro nella “malvagia” critica dei giorni nostri.

Libri fotografici1996 – LaChapelle Land1999 – Hotel LaChapelle2006 – Artists and Prostitutes2006 – Heaven to Hell
Written by Fabio Costantino Macis
http://fabiocostantinomacis.carbonmade.com
http://fabiocostantinomacisadv.carbonmade.com

Fonte: Oubliettemagazine

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“In estate come in inverno” di Jacques Prevert

In estate come in inverno

nel fango nella polvere

sdraiato su vecchi giornali

l’uomo che ha l’acqua nelle scarpe

guarda le barche lontane.

 

Accanto a lui un imbecille

un signore che ne ha

tristemente pesca con la lenza

Egli non sa perché

vedendo passare una chiatta

la nostalgia lo afferra

Anch’egli vorrebbe partire

lontano lontano sull’acqua

e vivere una nuova vita

con un po’ di pancia in meno.

 

In estate come in inverno

nel fango nella polvere

sdraiato su vecchi giornali

l’uomo che ha l’acqua nelle scarpe

guarda le barche lontane.

 

Il bravo pescatore con la lenza

torna a casa senza un sol pesce

Apre una scatoletta di sardine

e poi si mette a piangere

Capisce che dovrà morire

e che non ha mai amato

Sua moglie lo compatisce

con un sorriso ironico

E’ una ignobile megera

una ranocchia d’acquasantiera.

 

In estate come in inverno

nel fango nella polvere

sdraiato su vecchi giornali

l’uomo che ha l’acqua nelle scarpe

guarda le barche lontane.

 

Sa bene che i battelli

son grandi topaie sul mare

e che per i bassi salari

le belle barcaiole

e i loro poveri battellieri

portano a spasso sui fìumi

una carrettata di fìgli

soffocati dalla miseria

in estate come in inverno

con non importa qual tempo.

 

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“Cristalli di parole” di Grazia Finocchiaro

Entrare nel mondo poetico di Grazia Finocchiaro, è come tuffarsi nei colori più cangianti ed intensi della vita.
Dalle righe, scaturiscono fluenti le emozioni, i canti e le immagini che l’ autrice riesce a rendere visive mediante un linguaggio particolarmente descrittivo ed efficace ricco di figure retoriche.
Nel verde giardino della sua poesia, sbocceranno così fiori di zagara, si apriranno sogni, danzeranno amori e vi saranno maree, ma troveranno spazio i dolori, gli affetti amati e poi perduti, i ricordi nostalgici d’un tempo che fu e poi non più…
La capacità di rendere la propria introspezione materia visiva, è ciò che Grazia Finocchiaro  riesce a comunicare, aprendosi ai lettori in tutta la sua verità, con le angosce,  i disagi, le dolcezze, le emozioni e le amarezze di una donna che di vita vive!

Dalla poesia “Mare”
_Mare immenso mare
puoi raccogliere
tutti miei segreti e le parole
che oltre le tue salsedini
ho lasciato
L’evocare ed affidare al mare, muto elemento di ascolto, testimone di emozioni, di segreti, essere in simbiosi con la maestosità e l’impetuosità dell’acqua e affidarsi ciecamente confessando le profondità dei propri pensieri, è un viaggio introspettivo, un viaggio interiore che porta alla conoscenza di un “io” a volte soffocato.
Il linguaggio è senza interposizioni, è diretto, privo di orpelli e inutili retoriche e banalità ormai obsolete.

Dalla poesia “Intreccio delle ciglia” (eutanasia)
_Ho gridato quanto grande era l’urgenza
del continuare quella vita con appena
d’acqua un sorso e di cibo altra sacca
per alleviare l’eterna partenza

Verso emotivamente forte, che ci parla del senso della vita e dell’impotenza umana di fronte all’evolversi di un processo inarrestabile,  quello della morte.
Parole forti, quasi urlate dal senso di smarrimento di chi assiste qualcosa, e non più qualcuno.
Lacrime fra le righe, quando l’essere umano è ostacolato dal giusto e lo sbagliato, quando non vorremmo vedere quei corpi adagiati,  immobili,  inerti,  idratati e nutriti in attesa di un non risveglio.
Un dilemma difficile che la nostra autrice, sensibile e attenta, ha voluto sottolineare con una lirica intensa ed emozionale.
I suoi versi c’invitano a profonde meditazioni, a riflessioni e a domande che spesso non trovano risposta, lasciandoci all’ attenta considerazione dei nostri limiti L’ arte poetica nasce dall’incontro col proprio sé, dove non possiamo mentire, così come fa Grazia Finocchiaro, portando fuori dalla nicchia profonda dell’anima, i dubbi, le difficoltà e le certezze del nostro tempo.
La  sua  poesia  è un viaggio  dove  tutti ne  attingiamo, perché l’ esperienza del vivere ci accomuna nell’unico cammino che  conosciamo: l’ esistenza terrena.
Ciò che la nostra autrice esprime, lo fa con garbo, gentilezza e amabilità,  quasi con timore o addirittura la paura di frantumare i propri pensieri così come fossero fragili e delicati cristalli… CRISTALLI DI PAROLE.
Written by Marzia Carocci

Fonte: Oubliettemagazine

 

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Il re sulla luna… era il 1953…

March 31, 2011 Leave a comment

Ogni popolo ha le sue credenze (gli italiani tantissime lo sappiamo) e i suoi miti. Ad esempio,  le due religioni monoteiste oltre all’Islam, giurano che Mosè divise le acque del mar Rosso per permettere agli ebrei di fuggire alla tirannia del Faraone, e più vicino ai nostri giorni, tantissime persone giurano di  aver visto esseri alieni, quasi sempre verdi. Bugie interessate, allucinazioni singole o collettive, tutto è possibile con gli esseri umani. Una delle più grandi visioni della storia, è quella del re Mohammed V, in sella ad un cavallo bianco a spasso sulla luna, sotto lo sguardo meravigliato dei suoi sudditi. Era il 1953, è pare che tutto il Marocco l’abbia visto.  55 anni più tardi il settimanale Tel Quel ha trovato un testimone, un certo Bouchaïd Raiq, che ha confermato l’informazione.  “Ero sul luogo dell’avvenimento, in place Bousbir a Casablanca. Allora ero un 18enne. Tutto di un colpo abbiamo guardato la luna e il sultano Mohammed V era visibile. L’ho visto, tutta la gente lo ha visto a Casablanca, il Marocco intero lo ha visto”.  In quel periodo, per protestare contro l’esilio del re in Madagascar, i nazionalisti avevano elaborato uno stratagemma per disturbare i francesi che occupavano quello che si chiamava allora il Califfato. Lo storico Mustapha Bouaziz, dell’Università di Casablanca, ha spiegato il presunto fenomeno, sempre sulle pagine di Tel Quel. “I marocchini hanno visto il Sultano sulla luna, è un fatto. I nazionalisti marocchini hanno ripreso una idea geniale di Otto Von Bismark, riunificatore della nazione tedesca alla fine del XIX° secolo. Il principio è semplice, provato scientificamente: si tratta del fenomeno di persistenza retinica.Tecnicamente, i nazionalisti, hanno stampato delle foto del sultano e le hanno distribuite al popolo con delle istruzioni chiare: “Osservate il ritratto qualche minuto e poi guardate la luna”. L’illusione ottica ha fatto il resto“. Illusione o no,  è stata la più grande manifestazione allucinatoria di tutta la storia dell’umanità.  Dopo, alcuni spiriti benpensanti, per paura di una ridicolizzazione in toto del Marocco, misero questa visione notturna sotto il conto della vendita libera della cannabis, in quell’epoca prodotta in quantità ragionevole. Altri, alzando le spalle, spiegarono questa burla collettiva con la percentuale realmente astronomica di analfabeti presenti negli anni ’50 tra la popolazione. Morale: non è possibile pensare che quando i francesi hanno appreso, nel 1953, questa storia del re sulla luna, abbiano velocemente pensato di dare l’indipendenza al Marocco? Infine, Mohammed V sulla luna, senza combinazioni spaziali e 16 anni prima dell’americano Armstrong, non era  già una ottima ragione per cui i francesi se ne andassero  e lasciassero libero (sempre troppo tardi però’) il più bel paese del mondo, il Marocco.
Credit: Tel Quel – Demainonline

Fonte: My Amazighen

 

“La vispa Teresa” di Carlo Alberto Salustri, Trilussa

– La vispa Teresa

 

Se questa è la storia

che sanno a memoria

i bimbi d’un anno

pochissimi sanno

che cosa le avvenne

quand’era ventenne.

 

Un giorno di festa

la vispa Teresa,

uscendo di chiesa,

si alzava la vesta

per farsi vedere

le calze chiffonne

che a tutte le donne

fa molto piacere.

 

Armando il pittore,

vedendola bella,

le chiese il favore

di far da modella.

Teresa arrossì…

ma disse di sì.

“Verrete?” – “Verrò.

Ma badi, però …” –

“Parola d’onore”

rispose il pittore.

 

Il giorno seguente

Armando l’artista

stringendo fremente

la nuova conquista

gridava a distesa:

“T’ho presa, t’ho presa!”

Ma a lui supplicando

Teresa gridò:

“Su, su, mi fa male

la spina dorsale.

Mi lasci, che anch’io

son figlia di Dio…

Se ha qualche programma

ne parli alla mamma.”

A tale minaccia

Armando tremò,

dischiuse le braccia…

ma quella restò.

 

Perduto l’onore,

perduta la stima,

la vispa Teresa,

più vispa di prima,

per nulla pentita,

per niente confusa,

capì che l’amore

non è che una scusa.

 

Per circa sei lustri

fu cara a parecchi :

fra giovani e vecchi,

fra oscuri ed illustri,

la vispa Teresa

fu presa e ripresa.

Contenta e giuliva

s’offriva e soffriva

(la donna che s’offre,

se apostrofa l’esse,

ha tutto interesse

a dire che soffre).

 

Ma giunta ai cinquanta,

con l’anima affranta,

col viso un po’ tinto,

col resto un po’ finto,

per trarsi d’impaccio

dai prossimi acciacchi

apriva uno spaccio

di sale e tabacchi.

 

Un giorno un cliente,

chiedendo un toscano,

le porse la mano

… così … casualmente:

Teresa la prese,

la strinse e gli chiese :

Mi vuole sposare?

Farebbe un affare!”.

Ma lui di rimando

rispose : “No, no!

Vivendo, fumando,

che male ti fo?”

Confusa, pentita,

Teresa arrossì,

dischiuse le dita

e quello fuggì.

 

Ed ora Teresa,

pentita davvero,

non ha che un pensiero:

andarsene in chiesa.

Con l’anima stracca

si siede e stabacca,

offrendo al Signore

i resti d’un cuore

che batte la fiacca.

 

Ma spesso, fissando

con l’occhio smarrito

la polvere gialla

che resta sul dito,

le sembra il detrito

di quella farfalla

che un giorno ghermiva

stringendola viva.

Così, come allora,

Teresa risente

la voce innocente

che prega ed implora :

“Deh, lasciami: anch’io

son figlia di Dio!”.

 

“Fu proprio un bel caso!

– sospira Teresa

fiutando la presa

che sale nel naso –

Ma se non son lesta

mi scappa anche questa!”.

E fiuta e rifiuta,

tossisce e starnuta:

il naso è una tromba

che squilla e rimbomba

e pare che l’eco

si butti allo spreco…

 

Tra un fiotto e un rimpianto,

tra un soffio e un eccì,

la vispa Teresa…

Lasciamola lì.

 

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La farfalletta (La vispa Teresa) di Luigi Salier

– La farfalletta

La vispa Teresa
avea tra l’erbetta
A volo sorpresa
gentil farfalletta
E tutta giuliva
stringendola viva
gridava distesa:
“L’ho presa! L’ho presa!”.

A lei supplicando
l’afflitta gridò:
“Vivendo, volando
che male ti fò?
Tu sì mi fai male
stringendomi l’ale!
Deh, lasciami! Anch’io
son figlia di Dio!”.

Teresa pentita
allenta le dita:
“Va’, torna all’erbetta,
gentil farfalletta”.
Confusa, pentita,
Teresa arrossì,
dischiuse le dita
e quella fuggì.

 

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Intervista di Alessia Mocci a Siddharta-Asia Lomartire ed al suo “La Tara dell’Atman”

“Dal momento in cui, in poi/ così scarni in viso m’apparite,/ come scheletri/ consumati dal tempo,/ reduci di battaglie da voi mai vinte./Risorgerò dal momento in cui,/ più partecipe/ non sarò dei vostri sguardi,/ al giorno in cui senza meta/ vedrò andarvene./ Risorgerò dalle vostra ossa/ consumate,/ che come la cenere/ ha un percorso/ senza fiato,/ senza dimora.”

La poesia si intitola “Risorgerò dalle nostre ceneri” e l’autrice è Siddharta-Asia Lomartire. “La Tara dell’Atman” edito nel 2010 presso la casa editrice Rupe Mutevole Edizioni nella collana “La Quiete e l’Inquietudine”, è una raccolta di 49 liriche che investe un versificare libero da strutture metriche precostituite ed attento ad una punteggiatura che sottolinea “la sensazione” di Siddharta-Asia Lomartire. “La Tara dell’Atman” in questo modo riesce a stabilire un energico contatto tra autore e fruitore, un contatto che evapora all’interno del corpo per divenire pensiero in presentia. I versi si scambiano vicendevolmente in un gioco agrodolce di racconti tra l’autobiografico e l’universale.

L’autrice è stata molto disponibile nel rispondere ad alcune domande sulla sua persona e sulla sua opera. Buona lettura!

A.M.: Perché utilizzare uno pseudonimo?

Siddharta-Asia Lomartire: L’utilizzo dello pseudonimo nasconde vari significati della mia personalità. Essenzialmente è un nome veritiero, non ha maschere questo nome, è l’assembramento, la comunione, il contrasto tra la luce se cosi vogliamo intenderla ed il buio. Lo stesso nome Siddharta è proprio “uno che cerca” un cercatore, un uomo inquieto, bisognoso di trovare una certezza tra le tante incertezze della vita, l’Assoluto nella relatività dell’esistenza e dei rapporti, che tenta di vivere in profondità la propria esistenza, attraversando tutte le esperienze possibili, la sensualità, il misticismo, la meditazione filosofica, ricercando il tutto nel particolare, forte della convinzione che nessuna acquisizione è definitiva, e che la conoscenza ha sempre innumerevoli aspetti da scoprire. Asia nel contempo è l’esatto contrario di quello che si può interpretare come illuminazione, Asia è l’amante di Siddharta, la sua concubina, sposa, è la parte buia che ciba la luce, l’ombra stessa della luce. Il loro opposto e il loro complemento. Questo nome sono due forze che si contrastano e si intrecciano, dando poi vita alla mia stessa poesia, all’ombra ed alla luce.

A.M.: Poesia e Misticismo. Qual è, secondo te, la ragione dell’utilizzo della poesia per celebrare l’oscurità e la luce?

Siddharta-Asia Lomartire: Mistico e sensuale. La poesia è sacra per cui mistica. Penso sia giusto parlare di poesia come se si parlasse di un “coma” da cui il poeta riesce a trapelare ogni piccolo particolare, dalla quale riesce a risorgere ogni volta che poi crea. La coscienza del fatto che la poesia possa infiltrarsi cosi chiaramente nelle brame di colui che poi ne sarà creatore, da ragione di credere che sia la luce che l’oscurità sono i fondamentali attori di quello che poi si tramuta in uno spettacolo che tra l’ombra (quindi il buio) ed i riflettori (la luce) da cosicché la nascita di quella che può essere la visione, di quello che può essere reale e vissuto, intuito, ma può anche essere una sorta di stato empatico da cui il poeta non può sottrarsi, e pur essendone incatenato e cosciente a ciò riesce a mescolare ed a codificare chiaramente le due forze, che in un unione possono risultare l’inizio e la fine e contemporaneamente la continuità di una preghiera, di un urlo, di un vociferare mistico e sensuale. Il buio e la luce, la ragione.

A.M.: “La Tara dell’Atman” è una raccolta di poesie. Esiste una tematica di fondo che unisce ogni lirica seguendo un file invisibile tra autrice e lettore?

Siddharta-Asia Lomartire: “La tara Dell’Atman” è un fiammifero acceso sull’umanità, preferisco vederlo cosi, preferisco avere questa visione cosi positiva di questo libro, da attribuirgli questo significato. Il peso dell’anima (Atman- il vero se dell’essere) dovrebbe essere un campanello d’allarme in questo mondo privo di sfumature, in questo mondo che non vuole ascoltare, in un mondo dalla quale pur schiavi e coscienti di ciò, si continua inesorabilmente ed inconsciamente a vivere in un finto e banale benessere, il peso dell’anima potrebbe essere la via di fuga da costrizioni e condizionamenti. Principalmente il mio interesse maggiore è quello che il lettore, leggendo, sfogliando e respirando il mio libro possa fermarsi e oltre che leggere, e dopo aver letto, non restare con la coscienza di niente, non elogiare o apprezzare un “nome” di un autore solo per la sua bravura nel esprimersi, ma essenzialmente il mio interesse risiede nella speranza che possano queste parole, queste poesie, queste lettere, queste grida che si rifugiano nel silenzio dare coscienza e far fermare il lettore a riflettere,a cercare,a vivere, a vivere nell’ essenza delle emozioni, in uno stato di empatia tale da permettergli di vedere la continuità dell’essere e di ciò che accade. Essenzialmente non esiste una tematica precisa, o forse c’è e non ne sono consapevole, le mie poesie sono il risultato di tutto ciò che assimilo, di tutto ciò che non sfugge ai miei occhi, che una volta masticato e rimuginato viene silenziosa, come una signora e si posa su di un foglio, come a ricordare che lei è li, impressa. E sono immagini, sensazioni, un groviglio di sensazioni che partorisco e percepisco cosi quasi d’istinto, senza che io possa avere il tempo di rendermi conto di ciò che in quell’istante sto generando. Il filo invisibile c’è e l’ho imbastito cosi raffinatamente da cercare con il lettore una sorta di comunione che porti lo stesso lettore a vivere e rivivere tutto ciò che ho visto e vissuto io stessa prima di dar vita ad una poesia, con l’ausilio di punti e virgole, di attimi e spazi cerco di indirizzare l’autore a seguire una precisa forma di lettura che possa ipnotizzarlo nello stesso modo in cui lo sono stata io nel momento della creazione stessa della poesia.

A.M.: Qual è la lirica verso la quale di essere maggiormente legata?

Siddharta-Asia- Lomartire: In questa domanda se ne cela un’altra: qual è il tuo figlio preferito? E da “madre” risponderei che tutto ciò che ho creato lo amo allo stesso modo, ogni lirica, ogni lettera che abbia inciso per me sono e restano le liriche alla quale sono legata. Parlo di figli, proprio perché per me scrivere rappresenta un travaglio, la nascita. E nel momento in cui do alla vita queste poesie sto dando alla vita una parte di me, un piccolo feto che cresce, una larva che si schiude, anche se molto differente da un comunissimo parto, associo lo scrivere a ciò, quindi è inesistente per me una lirica alla quale sono più legata, ognuna di esse mi somiglia, ha i miei tratti e la mia essenza. Qualcuna anche il colore dei miei occhi!

A.M.: Potendo tornare indietro cambieresti qualcosa di “La Tara dell’Atman”?

Siddharta-Asia Lomartire: Se devo essere sincera, no! Non cambierei nulla, Tutto è accaduto e creato cosi come doveva essere in questo lasso della mia vita. Per me non esiste il “se tornassi indietro.” Tutto accade così come noi vogliamo che accada, siamo noi a dipingere, a dare forma, contorno e colore alla nostra vita ed alle situazioni, nel momento in cui si voglia cambiare qualcosa, disponiamo del presente o addirittura del futuro per poter modificare, o meglio per poter dare una continuità a ciò che facciamo e che siamo.

A.M.: Quali sono gli autori che ti sono stati affianco sino ad oggi?

Siddharta-Asia Lomartire: Tanti, anche troppi a far da coperta quando sentivo la necessità di capire e conoscere, di scoprire da me e non sotto forma di istruzione e condizionamento. E da necessità tutto ciò in brevissimo tempo poi si tramutò in amore. Ho sempre cercato da me di scoprire autori o scrittori, di acquistare libri di cui non conoscessi nulla pur di avere un mio pensiero personale su ciò che andavo a leggere e scoprire. Sono vari gli autori che considero quasi delle fondamenta nella mia vita, al di là dei periodi storici e delle preferenze, penso che la poesia, come la filosofia come l’arte in generale non possa essere catalogata, io stessa non sarei in grado di classificarmi in un età o in uno stile preciso. Penso tutto ciò possa avere solo una parola veritiera: continuità. Non amo fare classifiche ne essere portatore di elogi, ogni poeta, scrittore, filosofo “contemporaneo” e dell’ “età antica” ha lasciato in me un’impronta, un’ideologia.

A.M.: Come ti trovi con la casa editrice Rupe Mutevole Edizioni? La consiglieresti?

Siddharta-Asia Lomartire: Mi sono trovata molto bene con la casa editrice Rupe Mutevole, difatti ho scelto loro per la prima mia pubblicazione del mio primo libro. Sono stati disponibili sin dal primo momento, e hanno dato molta importanza alle mie idee ed al modo in cui io volessi venisse prodotto il libro. Si è instaurato un buon rapporto e spero che sia sempre più alimentato per la passione che ci accomuna: Poiesis. Sicuramente consigliere la Rupe Mutevole edizioni a chiunque voglia intraprendere un percorso stabile e di concretezza. Per quanto mi riguarda mi sono trovata benissimo con loro, e spero di collaborare in futuro.

A.M.: Hai qualche progetto letterario per il 2011? Puoi anticipare qualcosa?

Siddharta-Asia Lomartire: Al momento non ho progetti programmati per il 2011. Preferisco pensare che le cose se devono accadere, accadano così, all’improvviso, cosi com’è accaduto con questo libro. Così come all’improvviso giunge la pioggia, così come all’improvviso la mia mano prende a scrivere…

Link recensione “La Tara dell’Atman”:

http://oubliettemagazine.com/2011/03/13/la-tara-dell%E2%80%99atman-di-siddharta-asia-lomartire-rupe-mutevole-edizioni/

Link del Facebook dell’autrice:

http://www.facebook.com/home.php?#!/profile.php?id=1140723629

Lascio link utili per visitare il sito della casa editrice e per ordinare il libro.

http://www.rupemutevoleedizioni.com/

http://www.reteimprese.it/rupemutevoleedizioni

http://www.facebook.com/pages/Ufficio-Stampa-Rupe-Mutevole/126491397396993

Alessia Mocci

Responsabile Ufficio Stampa Rupe Mutevole Edizioni

Fonte: Oubliettemagazine