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Paolo Pautasso a dialogo con Marius Creati

Paolo Pautasso é un noto personaggio del mondo della moda, conosciuto negli ambienti del lusso, per aver prestato il suo talento manageriale a servizio di una grande azienda, quella fondata dalla prestigiosa famiglia Versace. Dopo anni di lavoro all’interno del settore, sceglie paradossalmente di cambiare stile di vita e soprattutto entourage professionale, segnando un confine tra il passato e il futuro della sua esistenza, rivalutando la sua ubicazione nella favolosa città di Marrakech, centro di vanità e misticismo alchemico, creando una nuova opportunità personale legata al mondo del Riad, tipica casa albergo magredina, miscelando un connubio estasiante tra la dinamicità occidentale e l’orfismo mistico tipico dei paesi asiatici.

Oggi Paolo Pautasso é diventato artefice di una visione ricca di nuovi contenuti che fanno dei suoi centri veri luoghi di ristoro nei quali imbattersi, ritrovarsi, esporsi e riconoscersi in totale armonia con una realtà scevra di compromessi burocratici; un uomo innamorato della sua libertà d’animo e fermamente convinto dei suoi cambiamenti, obiettivi di una vita re-interpretata.

Intervista di Marius Creati

M.C.: Come si diventa esponenti manageriali di una società eccelsa di grande rilevanza conosciuta in tutto il mondo? Esistono responsabilità che oltrepassano l’intensa mole professionale?

Paolo Pautasso: Con una lunga gavetta, partendo dal basso, percorrendo tutte le tappe fondamentali per acquisire esperienza, know how e affinando un talento che deve essere innato nel settore del Fashion.  La responsabilità maggiore è sicuramente quella di rappresentare con il tuo lavoro la griffe di una Maison conosciuta a livello mondiale, con rispetto e professionalità e non ultimo, la responsabilità di sapere che qualcuno crede in te, nel tuo lavoro, nella tua professionalità.

M.C.: Quali emozioni ha scaturito l’essere parte integrante della Maison Versace durante gli anni delle varie prestazioni professionali? Una carica manageriale di risalto sotto una grande egida aiuta a sentirsi migliori?

Paolo Pautasso: Emozioni tante, a volte anche frustranti, come durante gli anni bui dell’Azienda. Pero’ sicuramente la mia esperienza in un azienda così importante ha lasciato un segno indelebile, di grandi ricordi positivi e tante battaglie per essere vincenti. Sentirsi migliori è una sensazione privata, molto intima. E’ un riconoscersi virtù e pregi che si crede di possedere. Personalmente sono molto critico nei miei confronti e difficilmente riesco ad essere totalmente positivo con i miei atti, qualsiasi essi siano, sfera privata o professionale.

M.C.: In che modo é nata la passione per l’avventura marocchina? Puoi narrare alcuni tratti salienti del tuo improvviso cambiamento di stile?

Paolo Pautasso: Era nell’aria, sicuramente. Credo che si arrivi ad un certo momento della propria esistenza dove si inizia a fare un conto. Personalmente è successo in coincidenza con i miei 40 anni, ricordo che ero nell’aeroporto di Berlino, in attesa di una coincidenza, il giorno dei mio compleanno, solo. Entrai nel duty-free e mi gratificai regalandomi  una splendida Montblanc e un raffinato Dupont. In viaggio poi, verso gli Stati Uniti, ripensai a quell’atto, di per se insignificante, ma che mi cambio’ la vita. E’ stata un’analisi profonda, combattuta, sofferta, ma oggi l’approvo d’amblé. Il Marocco è arrivato dopo, per casualità, per curiosità e per l’amore che ho da sempre per il viaggio e per l’avventura.

M.C.: Lo stile di vita personale si trasforma radicalmente quando si da un taglio al passato in modo definitivo?

Paolo Pautasso: Si, radicalmente. Non porto più l’orologio, la qualità del tempo mi restituisce tempo, un tempo che in occidente avevo perso completamente. Tutto è più tenue, come addolcito, come certe domeniche mattina invernali della mia infanzia, il ghiaccio alle finestre e tu che ti crogioli sotto le coperte…difficile da spiegare… (hehehe)

M.C.: Come si proietta la tua storiografia nel nuovo entourage interamente magredino? Cosa rappresenta il “riad” nella tua sensibilità oltre lo spazio dirigenziale?

Paolo Pautasso: Con difficoltà, ovviamente. Sto cambiando, ma inizialmente è stato difficile. Noi occidentali ci portiamo dietro, giustamente, tutta una serie di regole, morali e civili, che contrastano nettamente con lo stile di vita dei paesi arabi. Quindi ho lavorato su me stesso per avvicinarmi ad una cultura che si trova agli opposti della nostra, creando un equilibro tra due culture difficile da mantenere, ma possibile. Il Riad per me è casa. Ritrovare dei silenzi, i miei libri, la mia musica e perché no i miei ospiti. Quando sono veramente solo tutto diventa magico. L’alzare lo sguardo dal patio  e vedere il cielo, salire sulle terrazze con il mio bulldog a giocare  e soccombere davanti ad un panorama fatto di minareti, palme, accecanti bouganvilleés in fiore e ficus e come fondale l’Atlas innevato. Impagabile.

M.C.: Ti senti soprattutto manager del nuovo business o piuttosto architetto di una nuova sensibilità creativa? Quale germe scaturisce nell’esistenza di un importante manager d’impresa inducendolo a cambiare sintonia di vita?

Paolo Pautasso: Sono me stesso. Paolo. Niente business, sell out, sell in, occupazione camere, niente di tutto questo. A volte penso di essere in vacanza, questo i miei ospiti lo percepiscono e si instaura quasi sempre un rapporto di amicizia, di confidenze, di rapporti interpersonali anche quando quest’ultimi partono. Mi reputo una persona molto fortunata per questo. Un lavoro che soggettivamente sento come una bella vacanza. La mia sensibilità creativa si è affinata, grazie alla miriade di cose, colori, oggetti, che vedo quotidianamente. Una creatività orientale che pero’ ho voluto mitigare nei miei Riad per non creare eccessi che rischiano di diventare comici. Il savoir faire marocchino, quello vero, è fatto di piccoli particolari, accenni, ombre, colori raffinati, magie di luci. Il successo di certe alchimie è un sottile mix di cultura arabo-orientale  e frammenti di vissuto, di storie personali, di esperienze  su una terra che non è la tua ma la senti intimamente tua, questo puo’ creare un «fascino» creativo, una allure che ti segue ovunque, se sei un creativo sensibile. Credo, guardando il Riad Golfame, che sono riuscito a raggiungere questo obiettivo.

M.C.: Due parole sulla città di Marrakech dalla quale sei stato letteralmente travolto… Fascino, attrattiva, embrione mistico, cosa ti ha indotto ad amarla perdutamente?

Paolo Pautasso: Bella domanda. (hehehe) A volte mi chiedo la stessa cosa. Tante sono le risposte. Marrakech è una città  magica, controcorrente, anarchica, sbruffona e vanesia. Marrakech crea stati d’animo irripetibili, basta uno sguardo accennato, il canto di un muezzin all’alba, una tempesta di sabbia che annulla i confini, un dicembre in mezzo ai fiori. E mi ricorda Napoli, la città che adoro da sempre, caotica, colorata, gioviale e tenera. La ritrovo a Marrakech, un po’ più esotica, più cialtrona, ma simili. Come scrissi a suo tempo sul mio blog, in qualche vita precedente sono stato ingaggiato su qualche galeone borbonico, che salpando da Napoli costeggiava il mare della Barbarie, attaccato da pirati feroci in cerca di oro e schiavi. O ancora mi vedo su di una fregata della Repubblica Marinara di Genova che tornando dall’Africa sconosciuta portava carichi di spezie, incensi e profumi d’oriente.

M.C.: Torneresti mai indietro sui tuoi passi per solcarne nuovamente le orme fino ad oggi?

Paolo Pautasso: No.


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