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Intervista esclusiva di Gianni Leone a Maria Pia Gardini sull’esperienza in Scientology

October 31, 2010 Leave a comment

G.L.: Ho letto il suo libro, sugli anni travagliati della sua esperienza in Scientology. Mi ha colpito lo stile schietto, ma anche semplice e sincero con il quale si è presentata, raccontando anche eventi molto dolorosi come la morte di sua figlia. Alla luce della sua esperienza in Scientology, secondo la sua opinione, qual è la “borderline”, cioè la linea di confine che una religione non dovrebbe mai superare? Per fare un gioco di parole… Scientology, nel suo caso ha provocato un disturbo borderline [vedi nota fine pagina] di personalità?

Maria Pia Gardini: La borderline che una religione NON dovrebbe mai superare è la totale ingerenza nella vita intima e privata di una persona e di una famiglia. Un esempio di borderline potrebbe essere la pratica della DISCONNESSIONE, che porta all’allontanamento di un membro che ha idee differenti. Tale pratica non solo è dolorosa ma può portare a disturbi, sensi di colpa e autocolpevolizzazione. Nel mio caso non è successo, una volta mancata mia figlia la mia uscita da scientology era chiara.

G.L.: Definirebbe Scientology un movimento religioso?

Maria Pia Gardini: No, assolutamente no. Non c’è un Dio o un essere supremo, se non vogliamo calcolare il fondatore come dio. Forse può essere definita come una “filosofia”, ma con molta immaginazione.

G.L.: Secondo lei il concetto di “apostasia” può essere adottato da Scientology per definire coloro che si sono allontanati dal quel gruppo?

Maria Pia Gardini: Assolutamente NO. Io sono cattolica praticante e lo sono rimasta sempre. Quando ero in SCN (Scientology)  in America avevo uno speciale permesso per assentarmi un’ora la domenica ed andare a Messa, quindi NON ho mai lasciato la MIA religione e non ho mai considerato scientology la mia religione, caso mai uno studio applicato alla vita. Quindi quale apostasia?

G.L.: Lei è stata un membro dello staff tecnico di Flag, (la mecca della perfezione tecnica di Scientology), non ha veramente nessun rimpianto per il ruolo che ricopriva e per la notorietà legata alla sua persona?

Maria Pia Gardini: Nessun rimpianto, mai avuto. E poi quale status???? La notorietà della mia persona era in base alle “DONAZIONI CHE FACEVO” e mi creda stare 7 giorni su 7, seduta su di una sedia ad ascoltare gli altri, sana o ammalata, non è certo il massimo della vita. Certo può essere gratificante vedere che qualcuno che stai “audendo” si sente bene, ma dentro di me sapevo che quella gratificazione era effimera, passeggera.

G.L.: Xenu, il malvagio governatore delle galassie, cosa rappresenta per Scientology?

Maria Pia Gardini: Mah!!! Direi che è il cattivo DI ot III e dovrebbe essere quello che nella famosa guerra galattica ha sconfitto i buoni e poi è stato a sua volta sconfitto. Non rappresenta per scientology… ma solo per quelli che hanno fatto OT III. E’ il cattivo. Punto!

G.L.: Nel suo libro c’è la foto della sera nella quale le hanno dato l’attestato di OT8. In breve, può spiegare cos’è un OT8 ai nostri lettori?

Maria Pia Gardini: Un OT 8 DOVREBBE essere uno che ha avuto la Verità Rivelata, che DOVREBBE essere caus acul MEST cioè MATERIA, ENERGIA, SPAZIO e TEMPO. Se fosse così sarebbe Dio… un OT 8 non dovrebbe ammalarsi ed essere causa totale sulla sua vita. Se vuole con un pochino di tempo le faccio un elenco degli OT8 morti suicidi, di malattia ecc.

G.L.:  In termini umani, quanto le è costato scrivere il libro?

Maria Pia Gardini: Molto anche perchè io NON ci avevo pensato, mi è stato chiesto di scriverlo. Ripercorrere quegli anni e soprattutto la morte di mia figlia è stato drammatico ma è bene che altri non passino quello che ho passato io.

G.L.: Oggi a distanza di anni dalla sua uscita da Scientology, la storia secondo lei è finita?

Maria Pia Gardini: La storia NON finirà che con la mia morte. Mi perseguitano in tutti i modi, e mi fanno perseguitare dai loro adepti. E poi la morte di un figlio è un dolore che si rinnova tutti i giorni.

G.L.: Spesso dall’interno di Scientology si alzano voci nei suoi confronti del tipo: “vuole indietro i soldi che ha donato”. Lei definirebbe donazioni il denaro che ha dato a Scientology? E’ vero che Scientology le ha restituito circa 500 mila euro?

Maria Pia Gardini: Si scientology mi ha reso nel 1996, 500.000 $ non Euro, quando io ho minacciato di portare all’ufficio tasse italiane le matrici degli assegni. Non è una questione di soldi, se sono così convinti che sia solo per soldi che mi batto, perchè non me li ridanno per zittirmi!?! E poi quali donazioni? Ti massacrano per avere i soldi, ti telefonano a tutte le ore, vengono a casa tua e non se ne vanno mai a mani vuote, invadono la tua vita finchè esausta non cedi. Altro che donazioni! Poi ti danno dei bei certificati dorati come donatore ma solo tu sai la tortura per tirarli fuori.

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*Nota: Il disturbo borderline è un disturbo di personalità che viene sinteticamente descritto come grave patologia caratterizzata da instabilità pervasiva dell’umore, delle relazioni interpersonali, dell’immagine di sè, dell’identità e del comportamento, e una più generale anomalia nella percezione del senso di sè.

Fonte: MondoRaro

“Todo o Nada”, Mario Testino e le sue donne… la moda diventa fotografia

October 26, 2010 Leave a comment

Il Museo Thyssen Bornemisza apre le porte al grande fotografo di moda Mario Testino (Lima, 1954) e ne celebra il successo con la mostra Mario Testino. Todo o Nada. Articolata in cinque sale, dove l’unico carattere che prevale è il colore, l’esposizione si compone di cinquantaquattro fotografie che ritraggono modelle e donne di spettacolo. L’allestimento provoca un impatto visivo di grande forza: gli affascinanti soggetti di Mario Testino, fotografo di formazione londinese, attraggono e incantano il visitatore, con i loro colori, le pose e la gestualità dal sapore teatrale.

Il titolo dell’esposizione ha un carattere emblematico: sipresenta una progressiva scoperta della donna e della sua essenza, passando dalle foto ritratto di soggetti vestiti, fino al nudo d’arte completo. Non mancano i riferimenti alla storia dell’arte in nessuna tappa della mostra, come in Sienna Miller Roma 2007, dove l’attrice è circondata da sculture in gesso di stampo classico, in un chiaro omaggio alla storia della città, fino alla statuaria bellezza di Natalia Vodianova, nella foto che la ritrae a Cannes nel 2007, per poi passare a suggestioni barocche o addirittura settecentesche, come nel ritratto di Stella Tennant.

Mario Testino sa essere artista visivo, e si dichiara legato alla cultura visiva occidentale, come con Sasha Pivoravova, ritratta come allegoria della stagione autunnale. Spontaneamente ci si interroga sul carattere della fotografia, e sul suo valore di cattura dell’istante, che qui sembra difficilmente applicabile, soprattutto nella seconda sala, ove emerge il raffinato ritratto di Kirsten Dunst Nueva York 2009, che si nutre di contrasti cromatici in una resa anni ‘50. Troneggia qui anche il ritratto di Daria Wearbury Nueva York 2010, opera recente, che offre una immagine della donna contemporanea, sicura di sè, cosciente della sua bellezza e capacità seduttiva.

Le fotografie di Testino raccontano un mondo glamour con mezzi adeguati e intendono far riflettere il visitatore su dove termini la fotografia e dove inizi il ritratto; il confine appare davvero labile. La terza sala offre diversi nudi di attrici o modelle, tra cui emergono Claudia Schiffer, Patricia Smidt, nella celebre immagine dove beve da una boccetta di Chanel n°5 e la selvaggia Kate Moss. Ammalia il ritratto di Doutzen Kroes Nueva York 2008, con il “calore dei colori” che si armonizza con il suo cappellino rosso. E’ chiaro che il lavoro che si nasconde dietro queste immagini è un procedimento lungo e complesso, quasi come la produzione di un’opera d’arte pittorica. Le ultime due sale giocano con la nudità della donna, la sensualità del corpo femminile e le linee che è capace di disegnare, sempre accompagnato da uno sguardo consapevole.

Molte sono le affinità dell’artista con le Majas di Francisco Goya. Egli stesso, in un’intervista pubblicata nel catalogo della mostra, sottolinea come il titolo dell’esposizione sia ambivalente: todo potrebbe significare infatti la totalità del corpo femminile senza veli, nada, invece, la scoperta mancata di esso, generata dall’ostacolo che l’abito propone. In chiusura, si segnala come questo contrasto sia ben evidente in Kate Winslet Paris 2010, ove l’attrice è ritratta nuda, adagiata su un manifesto che ne propone la stessa immagine “vestita”. La mostra tira dunque le fila, in una selezione di opere emblematiche, del rapporto tra il fotografo e le sue donne, mostrando l’archetipo femminile testiniano.

MARIO TESTINO – TODO O NADA
Museo Thyssen Bornemisza – Madrid
dal 21 settembre 2010 al 9 gennaio 2011

Fonte: Noisymag

Viviana Musumeci a colloquio con Marius Creati

October 26, 2010 Leave a comment

Viviana Musumeci é una nota giornalista esperta in comunicazione, nonché specializzata nel gossip internazionale. Collabora con diverse testate redazionali specializzata in marketing e media business. Le sue costanti collaborazioni hanno contribuito ad alimentare il suo interesse per la ricerca analitica sugli stati di comportamento che influenzano i personaggi famosi e le celebrità, considerando le possibili caratteristiche influenzanti tutte le giovani e meno giovani generazioni spesso istigate dallo stile di vita smodato dei vari personaggi famosi.

 

Intervista a cura di Marius Creati

M.C.: Come nasce l’idea di un libro dal titolo abbastanza ambiguo come “Divi a Perdere”?

Viviana Musumeci: Dall’osservazione della realtà come giornalista di comunicazione e marketing e, al contempo, come giornalista di gossip e costume per Dagospia e come blogger. Più che ambiguo direi ironico: i divi sono a perdere perché presi singolarmente non durano. Prima o poi ritornano come dei “vuoti a perdere” da dove vengono. Hanno una vita mediatica a tempo – hanno una scadenza – e alimentano un immaginario ben più ampio che a differenza loro, non ha limiti né fine.

M.C.: E’ più importante essere o apparire secondo il tuo punto di vista? E’ possibile constatare un intenso e perenne antagonismo? E tra le due proprietà é possibile che subentri una prevaricazione?

Viviana Musumeci: Nella società dei mezzi di comunicazione è indubbiamente più importante apparire altrimenti gli oggetti rappresentati non esisterebbero. La questione però da evidenziare è che i codici di comunicazione dei mezzi sono stati trasferiti anche nel nostro contesto quotidiano. Quando la gente cammina con gli iPod per strada si muove come se stesse affrontando un catwalk. Quando le persone vivono su Facebook e cercano persone reali che fanno parte del loro mondo vero, si “travestono” come se fossero delle piccole star. Più che di antagonismo parlerei di una continua invadenza da parte di un mondo sull’altro.

M.C.: Pensi davvero che nella giungla multimediale generalista si annida un reale consumo delle nuove presunte celebrità?

Viviana Musumeci: Assolutamente sì. Sono prodotti e come tali sono oggetto di consumo. Nascono, crescono e muoiono – oppure, se sono bravi e sono supportati da ottimi professionisti della comunicazione, possono durare anche a lungo. Del resto esistono anche i longseller -. Se penso al fenomeno di Lady Gaga e al suo ultimo anno e mezzo di celebrità, penso a un vero e proprio prodotto. Abbiamo assistito a ogni tipo di performance, visto ogni lembo della sua pelle con un’esibizione totale del suo corpo ovunque. 15 anni fa ci sembrava scandalosa Madonna con i suoi pizzi: Lady Gaga è riuscita a sottrarre erotismo alla sua immagine decostruendola e vendendola a pezzo. L’ultima uscita è stata quella dell’abito in carne – più metaforica di così -. In così poco tempo si è talmente esposta che sono curiosa di vedere come si rinnoverà nei prossimi sei mesi senza saturare il mercato.

M.C.: Esiste, secondo la tua opinione, un confine tra la vita privata e il mondo dello spettacolo?

Viviana Musumeci: E’ sempre più labile il confine tra la vita privata e il mondo dello spettacolo. Le star si espongono in ogni momento della giornata perché sono come i personaggi di una narrazione e creano significati nel muoversi sui giornali e sui mezzi di comunicazione in genere. La gente comune invece pensa che quel tipo di vita dia la felicità che nella vita quotidiana non si riesce a trovare. La vita da star attira e se con un paio di occhiali da sole di un certo marchio, piuttosto che un vestito di un altro – che magari ho visto indossare al mio beniamino -mi fanno sentire migliore, anche solo per un po’, li compro. Questo è il meccanismo di comparazione che scatta nella mente di chi vuole vivere da star.

M.C.: E’ possibile constatare l’esistenza di un decalogo dei comportamenti tipici ai quali i nuovi personaggi famosi fanno sovente riferimento?

Viviana Musumeci: Non so se esita un decalogo ma di certo si parte da una presenza pervasiva su più mezzi di comunicazione perché la cross medialità attribuisce ormai più esistenze parallele – ogni mezzo è un mondo a sè con un pubblico particolare per cui essere su più mezzi aiuta ad avere più pubblici e più vite -.

M.C.: Andy Warhol sosteneva che “Nel futuro, tutti saranno famosi nel mondo per 15 minuti”. Pensi che sia un’espressione mai estinta e soprattutto opportuna all’odierno consumismo dei mass media?

Viviana Musumeci: La frase mantiene certamente una sua attualità nell’ambito delle aspirazioni. In compenso forse non si è più famosi per 15 minuti, ma si gode di una visibilità in un ambito più ristretto  – vedi Facebook -.

M.C.: L’audience é davvero il nuovo surrogato stupefacente della nostra società?

Viviana Musumeci: Sì, il pubblico ci dà una ragione per esistere. Ci piace essere ascoltati, visti e letti.

M.C.: Come avverti l’avvento del reality show nel piccolo schermo? E’ possibile che tale fenomeno rimanga lungamente asserragliato nella televisione generalista?

Viviana Musumeci: Ormai è un format che darei per assodato come i giochi a premi, le fiction e altro. In realtà i reality sono ovunque, non solo nelle tv generaliste.

M.C.: L’onere del successo é un riscontro positivo o negativo per i protagonisti del momento? E come si ripercuote sui sostanziali fruitori assiepati al di là degli spalti?

Viviana Musumeci: L’onere del successo è una fatica tremenda! Penso al caso di Chiara Ferragni, per quanto riguarda internet. Raggiunge 50.000 contatti quotidiani, ma ha molti detrattori e soprattutto quello che era un divertimento – vestirsi come meglio credeva e farsi fotografare – è diventato un vero e proprio impegno.

M.C.: Pensi che l’intervento dei media abbia accelerato, per non dire propagato, l’evolversi della sottile vetrinizzazione della società? E’ possibile che siffatto fenomeno possa divenire un atto surrogatorio della nostra essenza?

Viviana Musumeci: I media hanno la maggiore responsabilità in questo. Se non avessi visto su qualche mezzo di comunicazione qualche vip vivere una vita “fantastica”, non avrei pensato di poterla vivere – anche in piccolo – quella vita. Non credo, tuttavia, che delle persone sane di mente possano surrogare del tutto la propria vita reale in questo modo.

Fonte: InsideLife MondoRaro

“Red Light Women of the Rocky Mountains” di Jan MacKell, University of New Mexico Press

October 10, 2010 Leave a comment

Sostiene la direttrice del Cripple Creek District Museum del Colorado, Jan MacKell,  autrice del libro “Red Light Women of the Rocky Mountains”, casa editrice la University of New Mexico Press, che la conquista del West non sarebbe avvenuta senza l’ausilio del lavoro e dell’impegno civile delle prostitute di quel periodo.

Afferma infatti, “Da sempre associamo la colonizzazione del West alle gesta epiche di esploratori e minatori, ma bisogna considerare che in ogni città mineraria c’erano ragazze che si prostituivano per loro. Potevano essere cinque o sei, fino ad arrivare alle duemila di Butte, nel Montana. Secondo una legge, non sancita su carta, i bordelli donavano annualmente ingenti quantità di denaro alle famiglie povere o alla comunità. Grazie a codeste somme guadagnate da queste ragazze furono costruite scuole, chiese, ospedali, teatri e molti altri palazzi delle varie cittadine del West. Di solito le case per appuntamento erano proprietà segreta dei notabili che le trasformavano spesso in centrali operative. Molte decisioni politiche furono stabilite in questi luoghi, magari in presenza delle ragazze che agivano anche come consigliere”.

Red Light Women of the Rocky Mountains narra appunto il ruolo fondamentale della prostituzione nell’America dei pionieri e dei ricercatori de West, tematica molto cara all’autrice e della quale si occupa da circa vent’anni al fine di evidenziare l’opera di queste donne messe in disparte dal contesto e di cui nei testi ufficiali sovente non ne vengono menzionati l’audacia e il contributo.

a cura di Marius Creati