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Théâtre du Grand-Guignol (parte II)

E’ assurdo pensare che dalla realtà del Théâtre du Grand-Guignol sia scaturita una vera mania di genere sfociante, con il trascorrere del tempo, nel paradosso della diffusione di una terminologia alquanto grottesca, per appunto “granguignolesco”, diligentemente impiegata piuttosto come termine metaforico, identificante tutto ciò che esprima un senso di macabro o cruento, anche al di fuori dello spettacolo in senso stretto e quindi assolutamente non riconducibile alla teatralità che rappresentò nel suo completo contesto artistico nel periodo della sua massimo splendore scenico.

Grand-Guignol, inteso dunque come fenomeno dell’esasperazione, intriso del suo particolare estremismo di scena adottato negli stili rappresentati negli spettacoli realizzati, spesso arricchiti da espedienti di carattere naturalistico che donavano alla scena un sottile ed efferato senso realistico. E’ da aggiungere che durante quegl’anni la ricerca degli effetti scenici, che la tecnologia teatrale poteva fornire all’uopo, raggiunse l’apice dello sviluppo e dei quali godeva pienamente il suddetto teatro.

Vi furono diverse testimonianze dirette, conservate per iscritto, confermanti l’operosa abilità teatrale granguignolesca, riportanti fedelmente le sensazioni subliminali, le emozioni condivise tra incertezza e stupore, le atmosfere languide dal gusto sanguinolente, manifestate dinnanzi al piccolo teatro degli orrori.

Il medico e autore del Guignol, René Berton, scrisse in merito al realismo crudo ed efferato scaturito dalle palpitazioni vibranti provocate al suo interno:

“Fra tutti i teatri parigini il Grand-Guignol è forse quello dove si respira maggiormente quella specie di atmosfera che si è convenuto di chiamare atmosfera teatrale. Lo spettatore che per la prima volta entra  nella saletta di rue Chaptal è colto fin dall’ingresso da un vago senso d’inquietitudine. E’ strana questa lunga sala con i suoi muri ricoperti da tappezzerie scure, i suoi legni severi, quelle due porte misteriose e sempre chiuse ai lati della scena e quei due angeli inaspettati che sorridono enigmaticamente dall’alto del soffitto. E quando lo spettatore è comodamente seduto sulla sua poltrona, quando si sono uditi i tre colpi dietro il sipario, ecco che d’improvviso tutte le luci si spengono nella sala. E’ allora, nei pochi istanti che precedono l’aprirsi del sipario, il momento del gran brivido… nel mezzo di questa improvvisa oscurità, nella quale il pallore dei volti forma macchie biancastre come di spettri, in questo silenzio impressionante violato a volte da scoppi di risa nervose di qualche signora…  L’aria imbevuta d’angoscia pesa orrendamente sulle fronti madide. Tutte le grida di dolore, gli urli di terrore, i rantoli d’agonia che così spesso si sono uditi su questa scena, sembrano uscire dallo spessore stesso dei muri…”.

E ancora, Camillo Antona Traversi, autore della Histoire du Grand-Guignol (Paris, 1933), narra le doti e la celebrità di una delle migliori protagoniste di scena del teatro, la signorina Paula Maxa:

“Creatura stupenda, dai grandi occhi incantatori, dai tratti fini, è riuscita a darsi sulla scena di rue Chaptal una maschera tragica, il bel volto tormentato dagli orrori da lei vissuti con tanta bravura. La sua più grande forza è l’arte con la quale ha saputo morire. Nella sua carriera di principessa dell’orrore la fatale circostanza le è capitata all’incirca tremila volte, in sessanta modi diversi. L’acqua, il fuoco, il ferro, la corda, lo strangolamento, lo sventramento, la decapitazione, il palo, il soffocamento: tutti i cammini che recano al fatale trapasso, la signorina Maxa li ha percorsi. Così le è capitato, per duecento sere di fila, di decomporsi in scena.  L’operazione durava due buoni minuti durante i quali la fanciulla si trasformava lentamente in un cadavere ripugnante. Naturalmente il lavoro era accompagnato da una lunga serie di quei famosi urli di gola di cui la signorina Maxa conservava il segreto e l’esclusiva”.

Quando nel 1962 il teatro fu chiuso, tutto il materiale contenuto al suo interno fu inventariato per essere venduto all’asta. Nei vari magazzini trovarono un numero svariato di oggetti e attrezzature di vario genere, tra cui ghigliottine, pistole nei vari calibri e modelli, fruste, sarcofagi di svariate misure, pugnali di vario genere a lama fissa o mobile, ossa e scheletri, strumenti di tortura, perette di gomma, emoglobina 2 ( una speciale tintura color rosso sangue) usata per enfatizzare  le scene più cruenti dove la visibilità del cruore rosseggiante era incontrovertibilmente ambito.

a cura di Marius Creati

Fonte: A Tutta Cultura MondoRaro


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